Il senso di colpa di chi mette fine ad un rapporto

 

Dover gestire il senso di colpa che si manifesta quando finisce un rapporto è per molti la conseguenza logica dell’aver preso l’iniziativa di chiudere la storia, dell’aver fatto l’ultimo passo che alla fine ha fatto cadere la parete. Forse anche voi vi siete ritrovati in questa situazione, magari avete avuto molti dubbi prima di prendere la decisione, prima di fare questo salto, ma alla fine l’avete fatto, consapevoli che sareste stati i carnefici che avrebbero spezzato la vita della vostra relazione, le promesse, i sogni, le ambizioni…

Probabilmente poi vi siete sentiti responsabili del dolore del partner, della sua tristezza e anche del suo futuro. Magari tante volte quel senso di colpa vi farà fare un passo indietro per tornare, due per allontanarvi, tre per tornare di nuovo… Un esercizio di autodistruzione più amaro della precedente vita di coppia. “Starà male. Soffrirà moltissimo… Io ero tutto il suo mondo”, “E se avessi preso la decisione sbagliata?”.

Vi sono familiari queste frasi? Di sicuro il ruolo di chi lascia è avvolto dai pregiudizi e da una sorta di “odio” che spesso non corrispondono alla realtà, ma si tratta solo di preconcetti sull’argomento. Tutto questo alimenta ancora di più il senso di colpa e la voce sorda che schiaccia la persona che ha deciso di porre fine alla relazione..

Il senso di colpa è un limite che impedisce di andare avanti

“Sei cattiva se lo lasci. Aspetta. Forse devi solo accettare il fatto che non puoi essere sempre felice. Resta con lui, altrimenti soffrirà molto”. Sono pensieri di questo tipo che vorticano nella testa di chi sta pensando di mettere fine ad un rapporto di coppia.

La paura che l’altro soffra, il malsano e ingiustificato senso di colpa per cui ci sente responsabili del suo malessere spesso portano a portare avanti la relazione o a non mettervi mai fine. Si finisce in uno stato di “stand by” costante e non si fa nulla per paura che l’altro soffra. Così passa il tempo, passa la vita.

Questo senso di colpa va oltre le culture. Si basa sul pensiero sbagliato per cui ci sentiamo responsabili della vita degli altri. Del loro dolore e della loro allegria. Ovviamente, quando ci lasciano, si dà la colpa della sofferenza e della fine del rapporto alla persona che ha preso l’iniziativa. È questa l’origine del nostro disappunto: la persona che amiamo ci dice che non vuole più stare con noi.

Chi lascia non può farsi carico del dolore dell’altro

Una cosa è la sofferenza che nasce alla fine di un rapporto, un’altra, invece, è essere responsabile della sofferenza dell’altro una volta terminata la relazione. La vita è allegria ed è dolore, è fatta di certezze e di incertezze. Da una parte è amore, dall’altra disamore.

Non possiamo permettere che qualcuno ci renda responsabili della sua esistenza. In caso contrario, non avremmo margine di azione. Non potremmo mai prendere decisioni perché avrebbero sempre delle ripercussioni su chi ci circonda. Vivremmo in una sorta di staticità per paura di mandare all’aria l’equilibrio esistente.

“Se non mi muovo, se non agisco, evito all’altro di soffrire. Tuttavia, non vivo. Se non prendo decisioni, non posso scoprire il mio mondo interiore né quello esterno”. Per paura della reazione dell’altro, mettiamo a tacere ciò che pensiamo e proviamo. Smettiamo di essere autentici. Smettiamo di inseguire i nostri sogni. Mettiamo la vita da parte, che siano i coraggiosi a viverla!

Vivere ha delle conseguenze

In effetti, come conseguenza di questo senso di colpa che ci schiaccia e limita spesso ritorniamo sui nostri passi. Tentiamo, senza fiducia, di rifare e rivivere questa relazione ormai finita e trasformarla in una possibile riuscita. Mettiamo da parte la vita, perché pensiamo di non avere abbastanza coraggio e forza per agire e prenderci la responsabilità delle conseguenze di quello che facciamo o diciamo.

Non possiamo permettere che gli altri ci rendano responsabili delle loro vite e non possiamo farlo nemmeno noi di nostra spontanea volontà. È un sacrificio di frutti sterili che prolunga solo il deserto e alimenta i miraggi.

Questo ostacola le esperienze, esperienze necessarie a crescere, ad imparare, a diventare adulti, ad essere più ricchi mentalmente. Tutte le nostre esperienze conferiscono qualità al nostro percorso di crescita. Soffrire fa parte della vita e nessuno può impedirlo sulla base di un senso di colpa invalidante che ha origine da un pensiero totalmente sbagliato.

Cari lettori, non lasciate che il senso di colpa vi obblighi a rimanere se non è ciò che desiderate. L’altra persona merita che siate autentici e onesti nei suoi confronti.

fonte: https://lamenteemeravigliosa.it/senso-di-colpa-fine-rapporto/

La metafora della fenice che risorge dalle ceneri

 

L’esperienza di persone che, dopo un trauma, esperiscono un cambiamento psicologico positivo in alcuni aspetti della vita

I proverbi come “non tutto il male viene per nuocere” e “dopo la tempesta torna sempre il sereno” testimoniano quello che la saggezza popolare ha da sempre sostenuto: i momenti critici e gli eventi di vita avversi possono rappresentare, per l’individuo, un potenziale sviluppo positivo per la persona e non esclusivamente un rischio per il suo benessere psicologico.
Ma è davvero così? In effetti, a ricerca psicologica che negli ultimi venti anni si è occupata degli aspetti positivi conseguenti a eventi traumatici ha identificato il fenomeno della “Crescita Post-traumatica” (Posttraumatic Growth-PTG). Secondo i principali autori, Lawrence Calhoun e Richard Tedeschi, professori del Dipartimento di Psicologia dell’Università del North Carolina, a Charlotte, la PTG descrive l’esperienza di quelle persone che, dopo un trauma, non solo lo superano ma esperiscono un cambiamento psicologico positivo davvero importante e profondo in alcuni aspetti della vita. Non è quindi un semplice ritorno al precedente funzionamento, ma una modifica dello stato in cui si trovavano prima dell’evento traumatico, perché quest’ultimo può essere considerato come un terremoto psicologico che scuote le fondamenta degli schemi della persona, le sue credenze e le sue capacità di prendere decisioni. Una crisi così forte porta a una perdita generale di significato dell’esistenza, perciò da queste macerie sarà necessario ripartire, e, proprio come fa la figura mitologica della fenice che risorge dalle proprie ceneri, la persona dovrà tornare a una vita diversa dalla precedente, ricostruendo strutture nuove e più forti, che possano resistere ad altri futuri terremoti.
Come avviene tutto ciò? Gli autori hanno creato un modello per descrivere la crescita post-traumatica in cui, nelle prime fasi, è essenziale che avvenga un’elaborazione cognitiva simile alla ruminazione ma più deliberata, riflessiva, perché consente di pensare a nuovi obiettivi e a come perseguirli. Il disinvestimento dai vecchi obiettivi ormai non più perseguibili è fondamentale. Il fine che si ottiene è uno sviluppo di una saggezza diffusa nei confronti della vita: le persone riescono a dare un senso a ciò che è accaduto. Naturalmente non si tratta di negare il dolore, la sofferenza psicologica e gli effetti negativi di un trauma sulla psiche di una persona, che perdureranno durante tutto il processo.
La crescita post-traumatica si evidenzia in cinque domini: si acquisisce una maggiore consapevolezza della forza personale; si verifica un’apertura verso nuove possibilità, nuove esperienze, e un cambiamento negli scopi di vita; si costruiscono nuove relazioni con gli altri e si rinsaldano quelle vecchie, si ha maggiore senso di compassione ed empatia per gli altri; aumenta l’apprezzamento per la vita, cambiano le priorità; aumenta la spiritualità, cambia il senso della vita, il suo scopo e significato, si arriva a una maggiore chiarezza delle risposte ai quesiti esistenziali.

Il processo di crescita non è una diretta conseguenza del trauma ma è il risultato di una lotta attiva per superarlo. Grazie a questo modello, gli operatori della salute mentale che lavorano con pazienti vittime di traumi possono mirare non solo alla riduzione della sintomatologia post-traumatica ma anche a favorire il riconoscimento e lo sviluppo di elementi positivi conseguenti all’evento. Una volta stabilita la relazione terapeutica, il terapeuta può dimostrarsi aperto a recepire tutti i possibili risvolti positivi che emergono dalle parole del paziente per restituirglieli. Ciò aiuta un ulteriore sviluppo del processamento cognitivo che porta dal trauma alla crescita.

Per approfondimenti:

Calhoun L.G., Tedeschi R. (2014). Handbook of Posttraumatic Growth: Research and Practice. Psychology Press, New York.

Tedeschi R.G., Calhoun L.G. (2004). Posttraumatic Growth: conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry 15(1) pag. 1-18.

fonte: https://www.cognitivismo.com/2017/06/09/la-metafora-della-fenice-che-risorge-dalle-ceneri/

Kitty Genovese : l’effetto spettatore nella psicologia sociale

Kitty GenoveseChi è Kitty Genovese?

Catherine Susan “Kitty” Genovese era una ragazza americana di 29 anni, che viveva a Kew Gardens, alla periferia di New York.

Il motivo per cui viene ricordata,  sfortunatamente, è la sua morte, avvenuta fuori da casa sua nel 1964.

Cosa rende questo sfortunato evento così diverso dagli altri?

Le circostanze.

Kitty fu aggredita in strada da un uomo armato che la pugnalò per mezz’ora. Un tempo così prolungato poiché l’assassino, vedendo persone alle finestre che assistevano, a volte si interrompeva temendo l’arrivo della polizia, salvo poi riprendere e ritrarsi nuovamente in una danza mortale con molti testimoni. Nessuno dei quali però intervenne o chiamò aiuto.

Perché chi assistette non intervenne?

All’epoca dei fatti, la prima spiegazione fornita fu che il comportamento anomalo delle persone presenti era una conseguenza della perdita di valori tipica della società contemporanea e della sempre maggior tendenza all’individualismo e all’indifferenza verso le sofferenze altrui. Ma fu di fronte a questa insoddisfacente risposta che entrarono in gioco Bibb Latané e John Darley, psicologi sociali Statunitensi.

Cosa fecero i due psicologi?

I due studiosi partirono dal presupposto che fosse sbagliato tentare di capire una situazione di mancato soccorso indagando le caratteristiche dei singoli membri della folla. Sarebbe stato più utile focalizzarsi sulle relazioni creatisi in quel frangente tra gli “spettatori”.

Proposero un modello comprendente le fasi tra l’osservazione dell’avvenimento e l’azione:

  • Essere consapevoli e divenire spettatori dell’accaduto
  • Decidere se la situazione richiede aiuto
  • Assumersi la responsabilità dell’eventuale soccorso
  • Decidere come intervenire
  • Implementare la decisione

Fu sottolineato come la decisione di dover intervenire non sempre sia facile da prendere. Per esempio se si sente una donna urlare può non trattarsi di un furto o di un pericoloso criminale. Potrebbe essere il suo fidanzato che sta solo alzando la voce, e dunque aggredirlo per fermarlo risulterebbe fuori luogo.

Il punto cruciale dell’intera sequenza comportamentale e decisionale fu tuttavia ritrovato nel passaggio successivo, ossia l’assunzione di responsabilità.

Nel caso di Kitty, tra un’intera folla nessuno reputò che fosse il caso di intervenire; come mai neanche uno di loro reagì?

Per Latané e Darley la risposta si riscontrò nel cosiddetto “effetto spettatore”, ossia la situazione in cui gli individui non offrono alcun aiuto a una vittima in presenza di altre persone, con una relazione inversamente proporzionale tra il numero di persone e la possibilità di soccorso, tale per cui maggiore è il numero di spettatori, minore è la probabilità che qualcuno agisca.

Ciò avviene per l’ignoranza pluralistica infragruppo. Situazione in cui i membri pensano che gli altri abbiano più informazioni riguardo un avvenimento, e dunque si conformano al loro comportamento per sentirsi nel giusto, conformi alle norme del gruppo stesso.

Ovviamente non si tiene conto che se tutti si comportano così c’è il rischio di rimanere inermi copiandosi a vicenda.

Un esperimento di conferma

Per testare l’effetto spettatore e l’inibizione che esso comporta, Latané e Darley condussero un esperimento nel 1968 alla Columbia University. Usarono come soggetti gli studenti universitari.

I ragazzi erano invitati a sedersi in una stanza e a compilare un questionario sulle condizioni di vita nelle grandi metropoli. Ciò che veniva manipolato dagli psicologi era il numero di persone presenti nella sala, per cui il soggetto sperimentale poteva ritrovarsi solo o in compagnia di altri.

Dopo qualche minuto dall’inizio della compilazione, da una feritoia veniva fatto fuoriuscire un fumo non tossico, ma evidente.

Ciò che poterono notare immediatamente furono delle enormi differenze nei tempi di reazione, per quanto riguardava il semplice fatto di accorgersi della presenza del fumo.

I ragazzi lasciati soli nel 63% dei casi notarono il fumo dopo neanche 5 secondi, mentre di quelli in compagnia meno del 26% rispettò questa tempistica e gli altri, nonostante il tempo scorresse, non sembravano curarsene.

A seguito di queste misurazioni fu possibile notare sin da subito come la semplice presenza di altre persone fosse in grado di inibire la percezione dell’ambiente e di eventuali pericoli presenti in esso.

Dopo 6 minuti, in ogni caso, tutti i presenti venivano spostati in un’altra stanza e veniva loro chiesto esplicitamente se avessero visto o meno del fumo e tutti, anche coloro che non avevano dato segno di averlo notato, risposero affermativamente.

Le risposte

Allo stupore simulato dello sperimentatore, coloro che avevano segnalato il problema risposero in modo sensato, affermando per esempio di non aver agito immediatamente tentando di capire se si trattasse di un incendio, ma di aver reputato necessario intervenire in ogni caso.

Coloro che invece non avevano detto alcunché, in questo frangente dettero delle spiegazioni molto variegate. Da quelle semplicistiche come un presunto e innocuo danno al sistema di areazione a teorie più bizzarre, come aver considerato il fumo gas della verità per ottenere risultati veritieri o addirittura una simulazione dei gas di scarico delle metropoli trattate nei questionari come aiuto per l’immedesimazione.

Da tale esperimento fu dunque possibile riscontrare e confermare come la presenza di altre persone fosse realmente in grado di manipolare non solo le reazioni volontarie, bensì anche la percezione dell’esterno e dei fatti; i singoli avevano rilevato il pericolo ed erano intervenuti senza alcun problema.

Gli altri erano stati frenati dalle altre persone e piuttosto che intervenire, a volte guardavano i presenti per scorgere eventuali reazioni.

La mancata presenza di una manifestazione, da parte del resto del gruppo, di una consapevolezza della presenza del fumo o della pericolosità era riuscita a congelare i soggetti sperimentali dall’agire, con il pensiero che “ se nessuno fa nulla, allora non è realmente un problema”.

Riferimenti e fonti

Brown, R. “Psicologia sociale dei gruppi”, Il Mulino, 2000.

Hogg, M.A. e Vaughan, G.M. Psicologia sociale”, Pearson,  2016.

Palmonari, A. e Cavazza, N. “Ricerche e protagonisti della psicologia sociale”, Il Mulino, 2003.

Sacchi, S. e Brambilla, M. “Psicologia della moralità”, Carocci editore, 2014.

Biography.com Editors “Kitty Genovese Biography”, per approfondire qui .

Lassam, Nina “The brutal murder that started 9-1-1”, The Lineup, per approfondire

Empatia: effetti negativi sulla salute

Quando un amico condivide con noi una brutta notizia, il nostro istinto solitamente ci dice di aiutarlo. Tuttavia, mettersi nei panni altrui, immaginando come ci sentiremmo se fossimo noi a soffrire, potrebbe avere effetti negativi sulla salute.

empatia effetti negativi

Anneke Buffone, ricercatore dell‘Università della Pennsylvania, ha scoperto che adottare la prospettiva della persona che soffre potrebbe innescare risposte fisiologiche pericolose per la salute.

Tuttavia, la capacità dell’individuo di riflettere sul modo in cui si sente la persona che soffre, invece, può determinare una risposta positiva per la salute. L’autore ha spiegato: “Questa è la prima prova empirica che dimostra gli effetti potenzialmente dannosi del mettersi nei panni altrui”.

Buffone e i suoi collaboratori hanno condotto uno studio, basandosi su precedenti ricerche che hanno dimostrato come i comportamenti altruistici possano paradossalmente determinare effetti positivi ma anche negativi per la salute e prendendo in considerazione quei fattori responsabili dei differenti esiti.

Per fare ciò, hanno elaborato un esperimento, i cui partecipanti erano chiamati a ricoprire il ruolo di “aiutante” di una persona che soffriva. Più di 200 soggetti in età universitaria sono stati collegati ad apparecchiature che monitoravano una serie di marker psicofisiologici, tra questi la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca ed altri parametri cardiovascolari, utilizzati al fine di differenziare una reazione di minaccia (uno stato di arousal negativo) da una risposta di sfida (uno stato di arousal positivo).

Sono stati forniti dei testi ai partecipanti, i quali sono stati portati a credere che fossero scritti dai loro compagni di studio. Queste storie personali avevano l’intento di indurre l’empatia, descrivendo un background problematico di un ipotetico altro studente, caratterizzato da problemi finanziari in seguito ad un recente incidente automobilistico e dal dover fronteggiare lo stress derivante dal prendersi cura del fratello minore in seguito alla morte della madre, avvenuta anni prima.  I soggetti dello studio sono stati invitati a rispondere a coloro i quali avevano scritto questa storia, attraverso un messaggio video, offrendo commenti e consigli utili.

Per evocare le diverse tipologia di empatia, i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi e a ciascuno di questi sono state fornite istruzioni lievemente differenti prima di leggere le storie.  Ai membri di un gruppo è stato chiesto di leggere, immaginando come si sarebbero sentiti se avessero avuto le stesse esperienze. Ai membri di un secondo gruppo è stato chiesto di leggere la storia immaginando il modo in cui si sentivano gli scrittori, mentre al terzo è stato chiesto di rimanere oggettivi e distaccati durante la lettura.

Buffone e colleghi hanno scoperto che l’atto stesso di aiutare ha indotto un cambiamento fisiologico in tutti i partecipanti, ma la qualità di tale cambiamento differisce tra i gruppi.

Il primo gruppo, immaginando di soffrire come l’altro studente, ha mostrato segni di una risposta fisiologica di attacco o fuga, come se dovessero reagire ad una minaccia. I membri del secondo gruppo, immaginando i sentimenti dei loro compagni, mostravano una arousal più intenso, come se dovessero affrontare una sfida gestibile. Questo avviene perché, quando si pensa ad una situazione con una certa distanza, si avverte la preoccupazione, la compassione e il desiderio di aiutare, ma non si sente esattamente ciò che l’altra persona sta provando.

La risposta fisiologica di minaccia è associata al rilascio del cortisolo, ormone dello stress. L’attivazione cronica di questa risposta potrebbe portare ad una serie di effetti negativi sulla salute, tra questi i problemi cardiovascolari.

Questi risultati possono essere particolarmente importanti per coloro i quali svolgono professioni di assistenza e di cura, come medici e infermieri, i quali si trovano ad assumere automaticamente la prospettiva altrui.

Come suggerisce Buffone: “L’empatia è molto importante per i professionisti della salute e molto spesso è la motivazione per cui hanno scelto questo campo. Pertanto, è necessario educare i medici a non reprimere le risposte emotive e a trovare la tipologia di risposta giusta, pensando agli altri piuttosto che immaginando come si sentirebbero nella stessa situazione”.

Fonte: https://www.psiconline.it/news-di-psicologia/empatia-effetti-negativi-sulla-salute.html

Ansia e depressione frequentemente associate a dolore cronico

Da una recente indagine è emerso che molte persone affette da ansia o da Depressione riferiscono di avere anche dolore cronico.

ansia e depressione e dolore cronico

I ricercatori della School of Public Health della Columbia University hanno scoperto che quasi la metà delle persone intervistate affette un disturbo dell’umore, tra cui depressione o disturbo bipolare, o da disturbi d’ansia riferisce di avere dolore cronico.

I risultati di questo studio, pubblicati online all’ interno del “Journal of Affective Disorders”, hanno messo in evidenza la connessione tra salute mentale e sintomi fisici.

Silvia Martins, principale ricercatrice e professore associato di Epidemiologia presso la Mailman School of Public Health, ha affermato: “Il duplice onere delle condizioni fisiche croniche e dei disturbi dell’umore e di ansia sta diventando un problema significativo e crescente”.

All’interno di questo studio, sono stati esaminati i risultati delle indagini per individuare l’associazione tra disturbi dell’umore e disturbi d’ansia e le condizioni fisiche croniche auto – riferite da 5.037 adulti provenienti da San Paolo, in Brasile. I partecipanti, inoltre, sono stati intervistati di persona.

Tra i soggetti con un disturbo dell’umore, il dolore cronico è stata la condizione maggiormente riscontrata, riportata dal 50%, seguito dalle patologie respiratorie nel 33% degli intervistati, malattie cardiovascolari nel 10%, artrite riferita dal 9% e, infine, diabete nel restante 7%.

Inoltre, i disturbi d’ansia erano frequenti in coloro i quali presentavano una condizione di dolore cronico nel 45% dei soggetti dello studio e disturbi respiratori nel 30% , così come artrite e malattie cardiovascolari, nell’11%.

I soggetti che presentavano già due o più patologie croniche, avevano anche un aumentata probabilità di essere affetti da un disturbo dell’umore o da un disturbo d’ansia. L’ipertensione è stata, inoltre, associata ad entrambi i disturbi, nel 23% dei casi.

La Dottoressa Martins ha spiegato: “Questi risultati permettono di far luce sull’impatto sulla salute pubblica del duplice onere delle malattie fisiche e mentali. Le patologie croniche associate a un disturbo psichiatrico costituiscono un problema urgente che i professionisti della salute dovrebbero prendere in considerazione, affinchè vengano progettati interventi di prevenzione e trattamenti da rivolgere a coloro i quali presentino due o più patologie croniche”.

 

Tratto da:

 

Piacersi o piacere? Questo è il dilemma!

Il bisogno di approvazione e riconoscimento delle proprie qualità credo sia innato in ognuno di noi, in altre parole “a tutti piace piacere!”. Ma se riflettiamo un attimo sembra quasi che oggi questo bisogno innato sia portato all’estremo…proviamo a pensarci su: spesso gli/le adolescenti misurano la propria popolarità (e di conseguenza la propria autostima ) secondo i “mi piace” ottenuti su Facebook o secondo la quantità di “follower” su Twitter e su altri social network, e molte volte a seguito di insulti o offese ricevute  sul web si hanno risvolti tragici.

Certo non si può semplificare e alla base di gesti estremi a seguito di una messa alla gogna pubblica ci sono senz’altro cause concomitanti e fragilità personali, ma non bisogna sottovalutare il potere che la popolarità/impopolarità ha su noi tutti.

In fondo siamo tutti un po’ narcisisti e con questo termine non mi riferisco al disturbo narcisistico di personalità*, ma alla voglia e spesso al bisogno di essere in qualche modo accettati e apprezzati dagli altri.

Questa esigenza viene soddisfatta in molti casi aderendo ai modelli più popolari proposti/imposti dai media, secondo i quali bisogna essere: fisicamente attraenti, intelligenti, simpatici, dinamici, ottimi genitori e instancabili lavoratori, e chi più ne ha più ne metta…ma…

è possibile possedere tutte queste qualità?

ken_and_barbieCredo sia normale che una persona che tenti di adeguarsi ai modelli proposti per soddisfare il proprio bisogno di accettazione  soffra, nel migliore dei casi, di ansia da prestazione.

Mi spiego meglio…ad esempio molti neo-genitori leggono qualsiasi manuale teorico o pratico sulla genitorialità per essere all’altezza del ruolo di genitore, con conseguenti ansie e paure rispetto al proprio comportamento con i figli. Ma… invece di cercare di aderire ad un modello ideale, non sarebbe più produttivo (e meno ansiogeno aggiungerei) riflettere sulla propria situazione e accettare che si può essere bravi genitori anche senza “imbottirsi” di teorie e perdere di vista la propria realtà?

E se alla base della paura di sbagliare c’è una fragilità, non è più opportuno chiedere un aiuto per risolvere tale fragilità, che affidarsi alla miriade di consigli dispensati dai manuali, che magari sono ottimi, ma di certo non si riferiscono alla situazione particolare in cui si trovano?

Questo perchè ognuno ha la sua storia, è personale e non generalizzabile e come tale va interpretata, accettata e (quando necessario) risolta!

Come possiamo comportarci per essere meno “dipendenti” dalla accettazione degli altri e di conseguenza meno ansiosi?

Ovviamente non c’è una sola risposta in quanto ogni storia è diversa dall’altra. In linea generale un consiglio che mi trovo a dare spesso è cercare di acquistare maggiore autostima pensando alle piccole/grandi cose che facciamo ogni giorno e che ci danno soddisfazione…anche le più banali!

Troppo spesso ci concentriamo solo sui grandi obiettivi e ci perdiamo le piccole conquiste quotidiane, parlo davvero di piccole cose, ad esempio per un ragazzino un compito svolto in modo soddisfacente, per un ritardatario cronico il fatto di essere arrivato in orario, insomma, piccoli gesti o conquiste che riescono a farci percepire le nostre qualità e potenzialità.

Bisogna, per dirlo in altri termini, cercare l’accettazione e  l’approvazione in noi stessi, prima che negli altri!

Solo con questo lavoro su di sé si arriva alla consapevolezza delle nostre qualità (che saranno molte più di quelle che ci si aspetta!) e dei nostri difetti, i quali possono essere dei punti di partenza per migliorarci e acquisire sempre più fiducia in noi stessi!

perfect-plumUn altro mito da sfatare (sempre secondo il mio modesto parere) è la perfezione ad ogni costo: la perfezione non esiste e sbagliare è umano! Per dirla in latino “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”: è il continuare a sbagliare dopo aver preso coscienza dell’errore che è controproducente, non l’errore in sé!

Inoltre avere coscienza dei propri errori e dei propri difetti ci impone dei limiti per quanto riguarda gli obiettivi che ci poniamo, ed è molto più proficuo per il benessere personale inseguire mete raggiungibili, che porsi obiettivi irrealistici per le nostre possibilità, i quali, in caso di fallimento, alimenteranno ansie e frustrazioni.

Infine, aumentando la propria autostima e acquistando allo stesso tempo una maggiore consapevolezza dei propri limiti, si incrementa la fiducia in sé stessi, che è fondamentale non soltanto per gli obiettivi da raggiungere, ma anche per le relazioni con gli altri!

“Se non ami te stesso, non puoi amare gli altri” (Dalai Lama)

*Disturbo narcisistico di personalità: consiste in un atteggiamento generalizzato e pervasivo di grandiosità ed elevata autostima, di necessità di ammirazione incondizionata e mancanza di empatia, nonché in una mancanza di considerazione e rispetto dei diritti e delle emozioni altrui, motivata dalla certezza che tutto sia dovuto al paziente data limportanza della sua persona. (Dizionario di medicina, 2010)

by

fonte:http://www.psicologiaok.com/4334/piacersi-o-piacere-questo-e-il-dilemma/

 

Consigli di lettura:

  • M.M.Antony & R.P. Swinson, “Nessuno è perfetto – Strategie per superare il perfezionismo” – Ed Italiana a cura di N.Marsigli & G. Melli
  • N. Branden “I sei pilastri dell’autostima” – Edizioni Tea Libri

La gravidanza cambia il cervello della donna

neuropsicologia

Sappiamo tutti che la gravidanza porta molti cambiamenti, sia fisici che psicologici, anche se la maggior parte di questi fastidiosi sintomi scompaiono subito dopo il parto. Tuttavia, si sa molto poco circa l’impatto della gravidanza sul cervello. Può la gravidanza cambiare il cervello della futura madre? Per quanto tempo? Alcuni ricercatori dell’Università Autonoma di Barcellona hanno cercato di rispondere a queste domande, ​​analizzando per la prima volta l’effetto della gravidanza sul cervello delle future madri.

Durante la gravidanza si verifica una potatura sinaptica

Questi ricercatori hanno confrontato i dati della risonanza magnetica di 25 madri prima e dopo la gravidanza con quelli dei loro partner di sesso maschile, nonché con quelli di un gruppo di controllo composto da 20 donne che non avevano mai avuto una gravidanza, insieme ai loro partner. Tutte queste persone sono state seguite per cinque anni e mezzo.

In questo modo si è scoperto che durante la gravidanza si producono dei cambiamenti nella morfologia del cervello, e che questi non scompaiono immediatamente dopo il parto, ma si mantengono per due anni almeno.

I ricercatori hanno visto che dopo la prima gravidanza il cervello della donna mostra una significativa riduzione del volume di materia grigia nelle regioni associate alla cognizione sociale.

In particolare, si tratta di una riduzione simmetrica del volume di materia grigia nella linea frontale, mediana e posteriore del cortex, nonché in aree specifiche della corteccia prefrontale e temporale nelle donne in gravidanza. Queste aree fanno parte di una rete associata ai processi della cognizione sociale e all’auto-processamento.

Si è inoltre constatato che le aree in cui si è prodotta la riduzione di materia grigia si sovrapponevano alle regioni del cervello che si attivano quando le madri osservano delle immagini dei loro bambini. Ciò significa che le modifiche riguardano solo i settori legati alle funzioni necessarie per affrontare le sfide della maternità, quindi è un processo adattivo di specializzazione funzionale verso la maternità.

È interessante notare inoltre, che i ricercatori sono stati anche in grado di predire l’attaccamento che la madre avrebbe avuto per il suo bambino subito dopo il parto, osservando semplicemente i cambiamenti in atto nel suo cervello mentre era incinta.

La perdita di materia grigia non è necessariamente qualcosa di negativo

Il fatto che si riduca il volume della materia grigia non è necessariamente una cosa negativa. Ad esempio, uno studio precedente condotto presso l’Università del Maryland ha rivelato che le persone che hanno sviluppato una migliore “Teoria della Mente”; cioè, che comprendono gli altri e sono in grado di mettersi al loro posto, hanno anche un minor volume di materia grigia in queste regioni cerebrali.

In realtà, questi cambiamenti sono simili alla potatura sinaptica che si verifica durante l’adolescenza, quando anche gli ormoni subiscono una rivoluzione e le sinapsi più deboli vengono rimosse per lasciare posto alle reti neurali più efficienti e specializzate, in particolare nelle aree legate alla relazioni sociali ed emotive, e questo permette all’adolescente di adattarsi meglio al suo nuovo ruolo nella società.

Questo parallelismo ha portato gli scienziati a ipotizzare che i cambiamenti del cervello nelle donne in gravidanza possono essere dovuti a cambiamenti ormonali, i quali farebbero in modo che alcune aree del cervello funzionino in modo più efficiente per consentire alle donne di curare meglio il proprio bambino.

Pertanto, questi cambiamenti potrebbero essere alla base dell’istinto materno, permettendo alla madre di riconoscere rapidamente le esigenze del suo bambino, identificare le minacce sociali che si presentano e rafforzare il legame emotivo.

In effetti, i ricercatori non hanno riscontrato cambiamenti nella memoria, nell’attenzione, nel linguaggio e nel pensiero delle madri, quindi questa perdita di materia grigia non comporta alcun deficit cognitivo e non deve essere considerata negativa ma solo un altro esempio della plasticità cerebrale, che cambia rapidamente per adattarsi alle nuove esigenze ambientali.

Fonti:
Hoekzema. E. et. Al. (2016) Pregnancy leads to long-lasting changes in human brain structure. Nature Neuroscience.
Rice, K. & Redcay, E. (2015) Spontaneous mentalizing captures variability in the cortical thickness of social brain regions. Soc Cogn Affect Neurosci; 10 (3): 327-334.