Se la religione diventa un’imposizione ossessiva

Priest warning a sinner

 

Vietato provare piacere sessuale fuori dal matrimonio, evitare idee bizzarre e perverse, non ascoltare musica degradante

Se fossi cattivo, se diventassi pazzo, se mi scappasse una parolaccia mentre parlo, se fossi blasfemo? Se Dio esistesse? Chi può assicurarmi che non esista? Se mi punisse? Se non pregando mi trasformassi in qualcosa di malevolo? E se toccando quel “tipo”  mi fossi sporcato dei suoi peccati? Qualcosa non funziona! Forse dovrei rivedere i miei valori?

Questi pensieri potrebbero ricorrere in soggetti con Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), assillare la loro mente e pretendere controllo sul piano comportamentale.

La connessione fra il DOC e le severe regole religiose  si costituisce in quanto argomento complesso  e controverso.

Per quanto sarebbe interessante esplorarne la letteratura, da un punto di vista clinico, potrebbe risultare utile ricostruire le storie  e i vissuti riferiti in psicoterapia da soggetti per cui le regole religiose sembrano aver giocato un ruolo cruciale nello sviluppo di talune idee ossessive. Alle volte, le tematiche religiose diventano il centro dei pensieri intrusivi.

Alcuni autori indagano la relazione fra religione e ossessioni, segnalando una maggiore predisposizione verso soluzioni di soppressione del pensiero nei soggetti che hanno ricevuto  un’educazione di tipo religioso, rispetto a chi non pratica  in modo intransigente.

Il signor T. teme di essere blasfemo, peccatore, omosessuale e di poter essere colpevole rispetto a un valore morale rigido.

Le strategie di controllo funzionerebbero da espiazione verso eventuali peccati commessi.

Attualmente, riferisce con gioia la sua separazione dalla confraternita dei testimoni di Geova: “Mi avrebbero vietato la separazione dalla mia ex moglie con cui ero infelice”.

Durante le sedute racconta di giornate trascorse a leggere di principi religiosi e minacce contro di essi; che la masturbazione nel suo sviluppo era proibita e di aver sofferto a causa di episodi di bullismo subiti quando predicava le regole della confraternita.

Adesso non condivide i dettami religiosi, tuttavia manifesta il timore di essere colpevole, rumina nel terrore di essere pericoloso e sporco, sino a sentirsi in dovere di compiere rituali di lavaggio dopo attività proibite (bere, fumare una sigaretta, praticare piacere sessuale).

Spesso non sa bene chi sia: rigido e severo, oppure libero, intraprendente, dannato.

Nonostante sappia di non voler essere come sua madre, che descrive come “severa e religiosa”, finisce per somigliarle e rispondere a quelle regole che lei gli poneva mediante punizioni:  lo guardava con disprezzo e lo lasciava solo fino a quando non le leggeva la Bibbia per essere prontamente interrogato con il costante terrore di non poter essere perdonato o non poter recuperare. Le imposizioni religiose e le modalità punitive sembrano segnare la vulnerabilità storica e giocare un ruolo circa lo sviluppo della sintomatologia. Secondo il modello teorico postulato da Francesco Mancini, vige una forte connessione fra l’insorgenza di un disturbo ossessivo e la presenza di un attitudine all’essere scrupoloso e vulnerabile alla colpa morale; essa generalmente si presenta come risposta ad un sistema di riferimento in cui sono sovrani il dovere, il senso di colpa e metodi educativi di tipo punitivo.

Appare plausibile considerare che tali situazioni siano tanto più forti, quanto legate a credi religiosi dettati da un contesto familiare costrittivo. Dunque, nonostante le idee religiose siano da trattare con prudenza, e per questioni deontologiche, il clinico sia tenuto a non esprimere pareri a riguardo, esse potrebbero essere un fattore di rischio, qualora subite.

In conclusione, non si vuole manifestare un giudizio sui credi religiosi, bensì evidenziare come l’imposizione dei medesimi, dietro ricatti di diverso tipo, possa incrementare una credenza di Sé come colpevole o debole sino a richiedere un assillante controllo dei propri desideri, pensieri, al fine di scongiurare la possibilità di somigliare a qualcosa di prossimo alla sporcizia, alla perversione, al “male” con cui non mescolarsi mai, per nessuna ragione e in nessun grado.

Per approfondimenti:

Sica C., Novara C., Sanvio E. (2002), Religiousness and obsessive-compulsive cognitions and symptoms in an Italian population.Behavoiur Research and Therapy, 40, 813-823.

Mancini F. et al. (2016), “La mente ossessiva”.

fonte:https://www.cognitivismo.com/2017/07/25/se-la-religione-diventa-unimposizione-ossessiva/

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“Sono single e mi basto”

 

La “singletudine” è diventata un’abitudine a cui spesso non si vuole rinunciare.

L’essere single rappresenta una sorta di “guscio”, dove ci si sente protetti e soprattutto “liberi”. Molti “singles” affermano di non voler più condividere la propria vita e spazi con un’altra persona, infatti essere single permette di gestire il tempo a proprio piacimento: non vi sono orari da rispettare, non ci si deve giustificare, e si possono vivere più relazioni senza sensi di colpa. Ma essere single, se da un lato permette di mettere il proprio “narcisismo” al centro della vita, anche intima, dall’altro lato non permette una crescita, infatti si vede la vita solo dal proprio punto di vista, vi è una sorta di chiusura, contrariamente alla vita di coppia, fatta di complicità e confronto.

Alla lunga la singltudine non è il guscio che protegge, che permette di vivere il sesso one shot, senza troppi problemi, ma potrebbe divenire una sorta di prigione in cui la stessa sessualità potrebbe essere imprigionata.

Bisogna cercare di far in modo che l’essere single non diventi una comfort zone, ovvero una condizione mentale di sicurezza e di confidenza, dove ci  si sente a proprio agio, ma dove non ci si mette mai in gioco!

Molti singles affermano di stare bene con se stessi, vogliono vivere  in autonomia e sentono di avere più autostima: tutto questo è molto positivo anche da un punto di vista sessuale, poiché “il piacere é piacersi”, ma la sensazione è che forse molti singles stanno cercando di innalzare una barriera fra se e gli altri, pertanto anche la loro sessualità potrebbe risentirne.

Alcuni hanno difficoltà ad abbandonare la singletudine, ma quello che mette loro più paura é perdere il loro equilibrio emotivo, innamorandosi. L’essere singles è diventato per loro una condizione molto rassicurante nella quale riescono ad avere il controllo.

Il fatto di vivere avventure one shot è un modo di vivere la sessualità molto superficiale, non richiede impegno, non ci si mette in gioco emotivamente e sentimentalmente: non si regala nulla di se, si concede solo il proprio corpo!

In alcuni casi la scelta di essere single potrebbe celare la paura di fidarsi del partner, di scoprire le proprie fragilità, di essere giudicati inadeguati e di lasciarsi andare anche da un punto di vista sessuale, non solo sentimentale.

Il mio consiglio per i singles “convinti” è quello di iniziare una nuova relazione step by step, senza viverla come un’invasione dei propri spazi.  E’ necessario provare a coltivare la ‘giusta distanza’: non dedicarsi completamente alla coppia, non trascurare  i propri interessi, non annullarsi per il partner.

Il segreto é “vivere insieme ma separatamente”, ossia restare nella propria comfort zone, pur aprendosi al partner.

In questo modo  anche la sessualità sarà molto più intesa e profonda: non più una sessualità fatta di “gioco e novità quotidiane”, ma un’ intimità basata sulla complicità: la reciproca seduzione è senza dubbio molto più appagante.

Vivere con stupore ogni piccolo gesto ed attenzione e soprattutto  imparare ad apprezzare il partner per quello che è, senza prevenzioni e preconcetti, ma soprattutto è fondamentale percorrere la vita a due su due binari separati, che scorrono paralleli senza mai incrociarsi, ma verso una stessa meta.

Amore perfetto relazioni imperfette

Si dice spesso che per amare gli altri bisogna innanzi tutto amare se stessi, ma che significa in pratica? Sono convinta che per poter amare se stessi, innanzi tutto sia fondamentale conoscersi affondo ed arrivare alle cause che in qualche modo ci impediscono di amarci davvero ed influiscono negativamente sulla nostra autostima e sulla nostra capacità di aprirci all’amore verso noi stessi e verso le altre persone.

Tante buone occasioni per approfondire questa indagine sono spesso fornite dalle relazioni sentimentali o comunque dalle relazioni per noi più significative, come la famiglia e gli amici.

Quante volte sarà capitato di chiedersi come mai in certi momenti ci sentiamo così pieni d’amore ed in sintonia con il nostro partner (o amico, genitore ecc.) e in altri momenti abbiamo la sensazione di essere frustrati, insoddisfatti o pieni di risentimento nei suoi confronti?

Sembra incredibile quanto possano essere complicate le relazioni umane, al punto talvolta da farci sentire così sfiduciati da decidere di chiuderci all’amore e rifugiarci in un più rassicurante atteggiamento di indipendenza e distacco.

Qualunque sia il problema emerso nella relazione ciò che conta maggiormente per riuscire a comprenderlo ed affrontarlo è riconoscere da dove arriva il dolore che ci provoca e che ci fa star male.

Nonostante possano essere varie le spiegazioni che di volta in volta troviamo, (responsabilità dell’altro, colpa delle situazioni ecc.) la realtà è che la maggioranza delle difficoltà che emergono nelle relazioni possono essere ricondotte a quello che si può definire “sentimento di non amore”, cioè il sospetto profondamente radicato in noi, di non poter essere amati o di non essere veramente degni d’amore soltanto per quello che siamo.

A causa di questa diffusa insicurezza di base abbiamo difficoltà a credere in noi stessi, nelle persone che ci circondano o a volte nella vita stessa.

Questa sensazione mina profondamente la nostra capacità di dare e ricevere amore liberamente, senza paura.

È’ proprio da questa profonda e precoce ferita personale che originano i principali conflitti interpersonali.

L’insicurezza alimenta sentimenti di sfiducia, diffidenza, timore di essere sfruttati o manipolati, rifiutati e abbandonati. Alcune modalità attraverso le quali manifestiamo questa insicurezza possono essere atteggiamenti di estrema gelosia, comportamenti vendicativi, tradimenti, atteggiamenti difensivi o di chiusura, necessità di discutere continuamente per provare di avere ragione sull’altro, permalosità, accusare l’altro di essere la fonte della nostra sofferenza.

Ognuno di noi porta dentro di sé una parte carica di sentimento di non amore, anche se possiamo essere generalmente persone gentili, comprensive ed affettuose. Questa parte è sempre pronta ad esplodere se sollecitata da particolari, a volte anche banali atteggiamenti dell’altro.

Tutte le coppie, anche le più affiatate prima o poi si trovano ad affrontare questo sentimento e le sue conseguenze. Alcune relazioni non decollano mai proprio a causa delle precocità con la quale si manifestano conflitti ed incomprensioni. Alcune coppie al contrario, si stupiscono di doverli affrontare dopo essersi sentite per un certo periodo molto connesse ed in sintonia.

È’ frequente sentir dire ‘so che lui/lei mi ama ma non mi sento amato/a. Perché si tratta di qualcosa che succede dentro di noi, non riguarda l’amato/a ma il modo in cui noi percepiamo ciò che l’altro manifesta.

Il sentimento di non amore può essere talmente forte dentro di noi che pur trovandoci in una relazione amorevole, questo amore non sembra mai abbastanza forte, buono o del tipo giusto. È’ come se non riuscisse mai a convincerci del tutto che siamo veramente amati o degni d’amore. Così questo sentimento ci impedisce di aprirci e farci raggiungere da quel l’amore che al contrario potrebbe liberarci da questo sospetto.

Ci troviamo immersi nel dilemma umano tra il sentimento di non amore che ci fa sentire soli e abbandonati, perciò bisognosi d’amore, e la relazione che se può farci sentire accolti ed amati allo stesso tempo provoca la ferita del non amore.

Credo che come per tutti i dilemmi non si possa aspirare a trovare una soluzione definitiva, ma semplicemente si possa provare ad essere sempre più consapevoli di come questo dilemma si manifesta dentro di noi e si riflette nelle nostre relazioni.

Essendo spesso un lavoro difficile da affrontare da soli a causa della paura che provoca negazione e ci impedisce di avvicinarci alla nostra vulnerabilità, può essere utile seguire un periodo di psicoterapia individuale che ci dia modo e tempo per percorrere questo riavvicinamento a noi stessi e prendere coscienza dell’utilità della nostra vulnerabilità e delle nostre ferite per poter essere persone più complete ed aperte verso noi stessi e gli altri.

Nelle coppie sufficientemente mature questo lavoro di consapevolezza può coinvolgere entrambi i partner, diventando un modo per continuare a crescere insieme e coltivare i propri sentimenti nel tempo.

fonte:http://www.milanopsicologo.it/amore-perfetto-relazioni-imperfette/

Disturbo ossessivo-compulsivo post-partum

Ossessioni di omosessualità

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La sessualità emergente può causare un senso di confusione in ogni adolescente; i ragazzi e le ragazze omosessuali, in particolare, devono affrontare una serie di sfide uniche nel corso dell’adolescenza. Oltre a imparare a capire la propria sessualità, i giovani gay e le giovani lesbiche devono affrontare situazioni complesse e pressioni che possono non essere rilevanti per gli adolescenti eterosessuali. Devono anche avere a che fare con genitori ostinati, amici ed altri che talvolta possono avere opinioni divergenti sull’orientamento sessuale. Sentimenti d’ansia, angoscia e confusione sono spesso parte di questo processo.

Questo articolo, tuttavia, non riguarda l’ansia associata all’essere omosessuale o al “coming out”, quanto piuttosto il dubbio ossessivo di essere omosessuale o di poterlo diventare pur non avendo fondati motivi di sospettarlo. Si tratta di un disturbo d’ansia che affligge un certo numero di individui, che non riguarda solo gli adolescenti ma può verificarsi in qualsiasi età.

Cosa sono le ossessioni di essere omosessuale?

Il timore ossessivo di omosessualità è uno specifico sottotipo del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) che prevede ricorrenti ossessioni sessuali e dubbi intrusivi sul proprio orientamento sessuale. Gli individui eterosessuali con ossessioni sul proprio orientamento sessuale temono di essere gay o lesbiche “latenti” e di scoprire un giorno che il proprio orientamento sessuale è diverso da quello che hanno sempre creduto che fosse. Le loro ossessioni spesso consistono in pensieri indesiderati, impulsi o immagini che, senza nessun controllo, affiorano alla coscienza.
Per ridurre l’ansia causata dalla paura ossessiva di essere omosessuali, si impegnano in una varietà di rituali finalizzati a “dimostrare il loro vero orientamento sessuale” oppure volti a ridurre la percezione di “vulnerabilità” al diventare omosessuale.
Le persone con paura ossessiva di omosessualità si preoccupano di poter essere segretamente gay o di poterlo diventare, pur non avendo mai messo in discussione la propria sessualità in passato. Prima dell’inizio del disturbo, possono aver avuto qualche normale e fugace dubbio sul proprio orientamento sessuale, ma niente di più.
Molte persone affette da DOC da omosessualità posso anche avere una storia di soddisfacenti relazioni eterosessuali nel passato, nonché avere anche al momento una relazione eterosessuale in corso. L’insorgenza del pensiero indesiderato li porta a mettere in discussione la propria identità sessuale e rianalizzare ripetutamente le esperienze precedenti, alla luce della possibilità di poter essere gay o lesbiche.
Gli individui con paura di essere omosessuali vogliono sapere “per certo” che non lo sono, e spesso fanno di tutto per dimostrare a se stessi che sono etero. Tuttavia, il disturbo ossessivo compulsivo è rafforzato sempre di più dai rituali e dagli evitamenti, e questi tentativi finiscono per esser controproducenti. Il risultato è che alcune persone sono profondamente invalidate dai sintomi del DOC. Non è raro, infatti, che diventino depresse, si ritirino da scuola, lascino il lavoro, chiudano le proprie relazioni o prendano altre decisioni radicali che paradossalmente hanno come conseguenza il peggioramento dei sintomi. In alcuni casi, gli individui con questo tipo di disturbo ossessivo compulsivo sperimentano delle relazioni omosessuali per mettersi alla prova e cercare di fugare i propri dubbi. Tuttavia, a differenza di lesbiche e gay, per i quali fare “coming out” equivale a trovare la felicità, le persone con DOC di omosessualità trovano queste esperienze ancora più confusive e angoscianti.

Disturbo ossessivo compulsivo da omosessualità: sintomi

Molte persone che sono tormentate dal dubbio di poter essere omosessuali, quando sono nelle vicinanze di persone dello stesso sesso, “controllano” il proprio corpo in cerca di segni di eccitamento sessuale. Altre hanno una variante del disturbo ossessivo da contaminazione e temono che il contatto con uomini gay, lesbiche, bisessuali o persone effemminate o androgine sia “contagioso” o possa in qualche modo “attivare” la loro omosessualità latente. Altre ancora ancora temono di agire a causa di impulsi sessuali indesiderati. Se stanno intorno a persone gay o individui dello stesso sesso, hanno paura di perdere il controllo ed avere atteggiamenti equivoci. Altre persone ancora affette da ossessioni di omosessualità si preoccupano che le altre persone possano pensare che loro siano gay, e cercano con tutta la propria volontà di comportarsi “da etero”. Moltissimi, comunque, manifestano la maggior parte dei sintomi sopra elencati.

Rituali mentali nel disturbo ossessivo da omosessualità

  • Chiedersi: “Trovo quella persona attraente?” (Spesso applicato ad entrambi, sia ad individui del sesso opposto che dello stesso sesso).
  • Chiedersi: “Sono eccitato in questo momento?”
  • Chiedersi: “Sono disgustato come dovrei da questa scena?” (Vedendo coppie dello stesso sesso).

Altri atteggiamenti come quelli che seguono sono finalizzati a cercare di “capire” o determinare il proprio orientamento sessuale.

  • Ri-analizzare le precedenti esperienze relazionali o sessuali per assicurarsi di essere eterosessuale.
  • Cercare di convincersi definitivamente del proprio orientamento sessuale.
  • Rassicurarsi circa il proprio orientamento sessuale (“Sono assolutamente eterosessuale”).
  • Confrontare mentalmente se stesso con le persone etero e con le persone omosessuali.
  • Distogliere ripetutamente l’attenzione dagli individui dello stesso sesso ed indirizzarla verso individui di sesso opposto.
  • Ripetere a se stesso di non essere omosessuale.
  • Cercare di capire perché i rapporti precedenti sono falliti (per assicurarsi che non fosse legato al fatto che i partner precedenti credevano che potessi essere gay/lesbica).
  • Pianificare e anticipare tutte le probabili conseguenze di un “coming out”, anche se non si ha alcun desiderio di dichiararsi omosessuale o non si hanno relazioni omosessuali.
  • Pianificare come lasciare il proprio coniuge o il fidanzato/a ( anche se non hai nessuna intenzione di farlo).
  • Neutralizzare i “pensieri gay” con “pensieri etero”.
  • Raffigurarsi mentalmente i genitali del sesso opposto o atti eterosessuali, per ridurre l’ansia causata dai pensieri intrusivi.
  • Analizzare l’ambiente per identificare persone che potrebbero essere gay o lesbiche.
  • Fuggire dai pensieri indesiderati richiamando alla mente passate esperienze sessuali soddisfacenti.
  • Sostituire pensieri omosessuali sgraditi con pensieri di altro tipo.

Rituali comportamentali nel disturbo ossessivo con timore di omosessualità

  • Controllare il proprio corpo in cerca di segnali fisici di eccitamento (può essere anche un rituale mentale).
  • Camminare in modo eccessivamente mascolino (se uomo) o femminile (se donna) al fine di apparire etero.
  • Interagire in modo eccessivamente mascolino o femminile.
  • Parlare solo di “adeguati” argomenti maschili o femminili.
  • Attuare rituali di lavaggio (mani, ecc.) nel caso si sia entrati in contatto con uomini gay, lesbiche, o persone bisex.
  • Guardare pornografia etero al fine di trarre rassicurazione dal fatto di esserne eccitato.
  • Guardare pornografia omosessuale al fine di “provare” a se stessi di esserne disgustato o di non esserne eccitato.
  • Chiedere ad altre persone se hanno mai trovato attraente una persona dello stesso sesso.
  • Chiedere ad altri “E’ normale che..?” – o porre domande di questo tipo ripetute per ottenere delle rassicurazioni.
  • Chiedere ad altre persone rassicurazioni sulla propria sessualità.
  • Chiedere ripetutamente all’ex fidanzato/a perché la relazione è finita.
  • Iniziare troppe storie eterosessuali per “provare” a se stessi di essere eterosessuale e di esser attratto dal sesso opposto.
  • Masturbarsi compulsivamente con pornografia eterosessuale al fine di assicurarsi di esser attratto dal sesso opposto.
  • Agire aggressivamente, insultando o disprezzando le persone omosessuali.
  • In alcuni casi, uscire con persone dello stesso sesso o intraprendere atti omosessuali per poi cercare di capire il significato di queste esperienze, ma trovandole angoscianti e indesiderate.

Evitamenti nel disturbo ossessivo con timore di omosessualità

  • Evitare gay, lesbiche e bisessuali.
  • Evitare le cose che sono state toccate da uomini gay, lesbiche o bisessuali.
  • Evitare il contatto fisico con persone dello stesso sesso (stringersi la mano, abbracci).
  • Evitare di rimanere soli con individui dello stesso sesso.
  • Evitare le conversazioni con individui dello stesso sesso.
  • Evitare luoghi frequentati da persone omosessuali.
  • Evitare bagni pubblici, spogliatoi, e altre situazioni in cui possa potenzialmente esserci nudità di individui dello stesso sesso.
  • Evitare immagini / film che ritraggano persone attraenti dello stesso sesso.
  • Evitare persone attraenti dello stesso sesso.
  • Evitare le attività che non sono tipicamente maschili (se uomo) o femminili (se donna).
  • Vestirsi in modo tipicamente maschile o femminile.
  • Evitare musica tipicamente omosessuale o film con attori o personaggi gay.
  • Evitare relazioni sentimentali e attività sessuale per paura che pensieri indesiderati “compaiano” durante il sesso.
  • Evitare il contatto visivo con persone dello stesso sesso.
  • Evitare, quando si è in pubblico, di guardare l’inguine, il sedere o il petto di persone dello stesso sesso.
  • Evitare di masturbarsi per paura che compaiano pensieri indesiderati a contenuto omosessuale.
  • Evitare programmi televisivi con personaggi o temi omosessuali.
  • Evitare oggetti viola, con arcobaleni ed altri simboli associati all’omosessualità.
  • Evitare un abbigliamento androgino o stravagante.

Trattamento della paura ossessiva di essere gay o lesbica

“E se questo non è DOC? E se sono davvero gay?”. Queste sono domande ricorrenti ed è importante discuterne con un terapeuta cognitivo comportamentale esperto. Se soffrite di dubbi ossessivi riguardo al vostro orientamento sessuale, ricordate che questi sono come un “falso allarme”, che non ha nulla a che fare con il vostro orientamento sessuale vero e proprio. Le persone in cerca di cure per il DOC da omosessualità sono in ansia perché vorrebbero ad ogni costo conoscere l’inconoscibile. Purtroppo, semplicemente, non c’è un modo oggettivo per determinare il “vero” orientamento sessuale. Se ci fosse una soluzione semplice, l’avrebbero trovata ormai. Il trattamento del disturbo ossessivo, quindi, non deve avere una funzione rassicurante, né convincere il paziente che i dubbi sono assolutamente infondati, ma deve concentrarsi sull’obiettivo di insegnargli a convivere con un minimo margine di dubbio. In altre parole, il trattamento non dovrebbe mirare a dimostrare al paziente che non è omosessuale, quanto piuttosto aiutarlo ad acquisire le competenze migliori per tollerare l’inconoscibile. Il timore ossessivo di essere omosessuale funziona proprio come le altre tipologie di ossessioni pure del DOC: più si analizzano i pensieri e il corpo per cercare di “capire la verità”, più è probabile che per inconsapevolmente i sintomi ossessivi vengano alimentati e rafforzati. Un buon percorso di psicoterapia, però, può aiutare chiunque soffra di questi problemi ad uscirne recuperando la serenità e riprendendo in mano la propria vita.

fonte:https://www.ipsico.it/news/ossessioni-di-omosessualita-timore-di-essere-omosessuale/

 

“Ti prego, non lasciarmi!”

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Comprendere e riconoscere il timore dell’abbandono: quali modi di pensare, di sentire, di agire, di percepirsi e di entrare in relazione si celano dietro tale paura?

Il timore dell’abbandono, come illustrato dallo psicoterapeuta Young nel libro “Reinventa la tua vita”, si origina negli anni dell’infanzia e sviluppa modelli comportamentali e relazionali, definiti come “trappole”, destinati a influenzare la percezione di sé e la qualità dei rapporti interpersonali nell’età adulta. Oltre a una connessione con il patrimonio genetico della persona, relazioni con figure genitoriali disfunzionali, trascuranti e imprevedibili affettivamente possono contribuire in maniera significativa alla sviluppo di modelli cognitivi ed emotivi di qualità abbandonica. A partire da un ambiente familiare destabilizzante, iperprotettivo, soffocante, traumatico e poco accudente, il bambino non riesce a rappresentarsi nella propria mente una presenza che si prenda cura stabilmente di lui, non percependosi come autonomo, unico e degno d’amore.
Il sentimento dell’abbandono consiste nella convinzione di perdere le persone amate, obbligando il soggetto a una vita priva di legami affettivi su cui poter contare e fare affidamento. All’interno delle relazioni, inesorabilmente percepite come destinate al fallimento, si cela sempre il timore di essere condannati a rimanere soli, allarmandosi per qualsiasi minaccia di allontanamento o separazione, che sia reale o immaginaria. Tale timore, attivato prevalentemente all’interno delle relazioni intime, induce a interpretare qualsiasi comportamento del partner, anche quello  più innocente, come un’intenzione di abbandono, sviluppando nell’individuo immaginari futuri di disperazione, isolamento, terrificante solitudine e incapacità a provvedere a se stesso. La ferma convinzione che la propria vita dipenda da un’altra persona innesca rapporti interpersonali instabili, turbolenti e travagliati, all’interno dei quali si oscilla tra il desiderio di controllare l’altro, attraverso un attaccamento eccessivo, e la fuga dalle relazioni intime, al fine di prevenire possibili scenari di perdita. Il timore di non ricevere l’affetto di cui si ha bisogno genera cicli emozionali di angoscia, dolore e rabbia, producendo intense manifestazioni di gelosia e possessività, destinate tuttavia ad avverare la più terribile delle profezie temute: rimanere realmente soli. Sabotare le proprie relazioni, infatti, significa rendere reale ciò che maggiormente si vorrebbe fuggire nel proprio immaginario, stancando, aggredendo e mettendo eccessivamente alla prova le intenzioni altrui nei confronti del rapporto interpersonale. All’interno di tale modello, al fine di ricercare un senso di familiarità che rievochi ciò che si è vissuto in passato, vengono favorite relazioni sentimentali precarie, connotate da un attaccamento eccessivo verso il partner, che viene ricattato, punito e accusato continuamente di infedeltà ogni qualvolta il timore di perdita dovesse diventare più forte. Ricercare figure instabili, non disposte a impegnarsi seriamente, emotivamente disturbate e ambivalenti nel comportamento, rappresenta solamente uno dei tipici campanelli d’allarme di tale modello comportamentale.
È possibile superare il timore dell’abbandono modificando i propri “pattern”, ossia le configurazioni emotive e cognitive, autodistruttive e ricorrenti, che impediscono il superamento di tale “trappola”. Oltre al cercare di comprendere ed elaborare dinamiche di abbandono subite in passato, risulta fondamentale monitorare i propri vissuti emotivi di solitudine e perdita, riesaminare i timori ricorrenti all’interno dei rapporti interpersonali, ricercare rapporti positivi e lavorare sul tema della fiducia, della separazione e dell’ambivalenza emotiva vissuta a livello relazionale.

Per approfondimenti:

YOUNG J.E., KLOSKO J.S., “Reinventa la tua vita”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004

fonte: https://www.cognitivismo.com/2017/07/19/ti-prego-non-lasciarmi/

Genitore: primo regolatore emotivo del bambino

Come gli indici espressivi degli adulti influiscono sulla gestione delle emozioni dei piccoli

Uno dei compiti più difficili per un bambino piccolo è riuscire a gestire gli stati fisici e le emozioni e a controllare e regolare il proprio comportamento. Lo sviluppo di un adeguato livello di autoregolazione è fondamentale per creare le basi per lo sviluppo di un’ampia varietà di funzioni. Infatti, la capacità di autoregolazione, consente di affrontare adeguatamente compiti sociali e cognitivi, di adattarsi positivamente ai cambiamenti e di fronteggiare con padronanza le difficoltà.

Sebbene questo tipo di abilità continui a svilupparsi fino all’età adulta, è nei primi anni di vita che avvengono cambiamenti particolarmente importanti ed è il genitore ad avere un ruolo fondamentale affinché i processi regolatori possano svilupparsi e maturare in modo adeguato, favorendo il passaggio dalla regolazione emotiva diadica all’autoregolazione.

Già a due mesi i bambini sono in grado di discriminare le espressioni facciali prodotte dagli adulti e di attribuirgli uno stato emotivo, sono capaci di imitare le espressioni dell’adulto e, soprattutto, di regolare la propria risposta emotiva sulla base degli indici espressivi forniti dal genitore. Infatti, tali competenze, per potersi sviluppare in maniera compiuta ed equilibrata, necessitano della presenza di un genitore sensibile e responsivo quindi capace di: interpretare i segnali del bambino in maniera corretta e reagire ai suoi bisogni in modo adeguato, modulare prima di tutto le proprie reazioni emotive, avere un atteggiamento fermo ma anche disponibile a livello affettivo, favorire la curiosità e l’esplorazione del bambino verso l’ambiente esterno per il raggiungimento di una piena autonomia.

Diverse ricerche dimostrano come il bambino, a tre-quattro mesi, si dimostri estremamente sensibile ai cambiamenti dell’espressività materna, modificando a sua volta le proprie modalità comunicative. Uno dei primi esperimenti ideati per dimostrare come il bambino regoli il proprio comportamento in base alle reazioni del genitore è l’esperimento del “precipizio visivo”, nel quale un bambino in grado di gattonare viene messo su un pavimento di plexiglas con sotto un dislivello chiaramente visibile, mentre la madre guarda il bambino dal lato opposto del “precipizio”. Per una parte dell’esperimento si chiede alla madre di mostrare un’espressione ansiosa e preoccupata, nell’altra, invece, le si chiede di rimanere allegra e sicura. I risultati mostrano che i bambini guardano sistematicamente la madre prima di decidere se attraversare carponi il plexiglas per raggiungerla e la loro decisione è collegata direttamente all’espressione emotiva mostrata dalla madre. Quando i bambini vedono il volto della madre preoccupato, limitano o bloccano l’esplorazione rimanendo immobili o indietreggiando, mentre quando il volto della madre è allegro e rassicurante, esplorano l’ambiente attraversando il plexiglas per raggiungerla.

Appare evidente che il genitore rappresenta il primo e più importante “regolatore emotivo del bambino”, quindi è di fondamentale importanza che si senta sicuro e capace di regolare le proprie emozioni in modo adeguato. Ogni genitore si porta dietro il bagaglio della propria storia personale, che può influenzare le proprie risposte emotive e il proprio comportamento nei riguardi del figlio. I genitori che interpretano i segnali del figlio in base ai loro “stati interni” generano confusione nel bambino, che avrà difficoltà a differenziare tra ciò che prova veramente e ciò che “gli dicono di provare”: una volta diventato adulto, questo si tradurrà in difficoltà nel gestire le proprie emozioni, i confini tra sé e gli altri e le relazioni interpersonali.

fonte: https://www.cognitivismo.com/2017/07/21/genitore-primo-regolatore-emotivo-del-bambino/