La Triangolazione Familiare

Psiche Nessuno e Centomila

Vi sono relazioni complesse, intricate, alimentate da giochi relazionali “perversi”. Incastri di coppia disfunzionali, talvolta poggianti sui reciproci bisogni di riversare sull’altro le frustrazioni di un legame che non si ha il coraggio di recidere. Si sta insieme perché l’uso strumentale dell’Altro è funzionale a confermare qualche aspettativa negativa su se stessi o sulla relazione.
In sistemi familiari germogliati da radici così malandate accade che un figlio possa, suo malgrado, diventare la longa manus di uno dei due genitori. Nascono così pericolosi sottosistemi e si creano subdoli giochi di alleanze alimentate da dinamiche relazionali corrotte da comunicazioni artificiose. E allora accade che un figlio possa trasformarsi in un’inconsapevole arma in mano ad uno dei genitori, pericolosamente puntata contro l’altro. Un’arma caricata giorno dopo giorno, con meticolosa pazienza e talvolta inaspettata maestria. Fino a quando non sopraggiunge qualche provvidenziale campanello d’allarme a far arrestare il gioco e a costringere tutti i membri del sistema familiare a rimescolare le carte. Il più delle volte il campanello d’allarme assume la forma di un sintomo fobico o altrimenti ansioso, che fa capolino nel corso dell’infanzia, tra una nuova scoperta e una piccola conquista di autonomia.
In altri casi sono entrambi i genitori in conflitto tra loro, a contendersi un’alleanza con il figlio, al fine di costituire una coalizione contro il coniuge. Questo secondo tipo di schema triangolare con due lati positivi è, se possibile, ancora più deleterio per il figlio coinvolto, perchè comporta un intenso conflitto di lealtà verso entrambe le figure genitoriali.
Una terza alternativa, ancora più subdola, contempla la possibilità che il figlio diventi, come dice lo psicoterapeuta familiare Andolfi, “il braccio armato del conflitti generazionali negati o irrisolti” di una relazione coniugale priva di conflittualità aperta, in cui i genitori si alleano o per iper-proteggerlo (in questo caso è possibile che il disturbo si manifesti in forma psicosomatica) o per controllarlo (in presenza di disturbi della condotta).
In tutti i casi, è come se il figlio inconsapevolmente si assumesse la responsabilità di barattare la propria salute mentale con la quiete familiare.

Triangolazione e Psicopatologia

E’ stato Murray Bowen nel 1955, nella cornice teorica della terapia familiare, a introdurre per la prima volta il concetto psicologico di “triangolazione” per spiegare in che modo le tensioni e i conflitti all’interno di un rapporto di coppia possano essere deviati, in modo disfunzionale, su un figlio.
L’esordio di numerosi disturbi dell’area ansioso/depressiva in età evolutiva sono strettamente correlati a relazioni familiari invischianti e patologiche. Un bambino che cresce e sviluppa il suo senso di identità all’interno di una triangolazione familiare svilupperà con tutta probabilità intensi vissuti di colpa e sperimenterà le angosce per non poterli esprimere. La triangolazione intergenerazionale monopolizza le risorse psicologiche ed emotive del bambino per regolare il conflitto tra adulti e a pagarne il prezzo sono proprio i suoi bisogni evolutivi, fagocitati da un meccanismo di delega che perpetua di generazione in generazione la richiesta di soddisfacimento di bisogni genitoriali rimasti inappagati. Il più delle volte, ogni tentativo di sottrarsi a tali dinamiche sarà punito o boicottato. La stessa idea di svincolarsi dalla triangolazione sarà fonte di angoscia per il bambino che avrà il timore di deludere e tradire il genitore “alleato” (oppure entrambi, nei casi in cui siano i genitori ad essersi “alleati” contro di lui). Altre volte temerà, a ragion veduta, che svelando i giochi familiari (per quanto possa esserne consapevole) e tentando di sottrarsi alla strumentalizzazione in atto, potrà creare le condizioni per far divampare il conflitto all’interno della coppia. Quando non riuscirà più a gestire il conflitto interno e i sentimenti ambivalenti verso le figure genitoriali, potrà sopraggiungere il sintomo a far guadagnare al non detto una rassicurante via di fuga.

La Triangolazione e il Paziente designato

Si pensa che i bambini divengano strumento privilegiato di ricatto affettivo e strumentalizzazione emotiva solo nei casi di separazione della coppia o in sistemi familiari in cui il conflitto siede regolarmente a tavola con gli altri membri della famiglia. In realtà, anche in alcune famiglie unite e apparentemente solide, i figli possono essere inconsapevolmente strumentalizzati da uno o da entrambi i genitori. Talvolta accade persino in sistemi familiari dove nessuno alza mai la voce, dove le liti vengono rifuggite come qualcosa di poco decoroso e dove il conflitto si nasconde, silente, dietro le foto sorridenti pubblicate sui social. Ci sono bambini che fungono da collante per rapporti di coppia usurati dal tempo e dalla noia; altri che divengono loro malgrado sbiaditi alibi per separazioni che non si ha il coraggio di affrontare; altri ancora che hanno la funzione di salvaguardare il mito di famiglia felice, in sistemi familiari dalle morali multiple in cui fuori di casa si fa ciò che all’interno viene professato come moralmente riprovevole. Il più delle volte, gli unici a pagarne il prezzo sono proprio i più piccoli che non di rado sviluppano disturbi dell’area ansioso/depressiva, divenendo loro malgrado i pazienti designati di sistemi familiari dove i meccanismi di negazione hanno preso il posto delle consapevolezze e dove la polvere sotto i tappeti è talmente voluminosa che per qualcuno diventa inevitabile inciamparci sopra.

fonte: https://psichenessunoecentomila.wordpress.com/2017/10/21/la-triangolazione-familiare/

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Le mie credenze: la mia felicità?

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Riuscire a navigare nella propria vita, esplorando credenze e convinzioni nuove, ci aiuta a capire cosa ci guida e ci permette di decidere: continuare a lasciarsi guidare o prendere in mano il timone?

A volte capita di ascoltare i pazienti iniziare una prima seduta con: “Non capisco, io sono una persona fortunata, proprio ora che ho tutto, che sono una persona felice, perché mi sta capitando tutto questo?”; altri, invece, riferiscono di conoscere molto bene il loro problema e di sapere come risolverlo, ma di stare comunque molto male.

Spesso, queste persone sono spinte a iniziare un percorso terapeutico da una emotività nuova e a volte sconvolgente, mai sperimentata prima, ma non per questo sbagliata o “cattiva”.

Lavorare con loro è come ricostruire pian piano un puzzle i cui tasselli sono le esperienze, i comportamenti.

Cosa guida il paziente in questa costruzione e può aiutare, lui e il terapeuta, a capire quale possa essere l’immagine finale da costruire?

Sicuramente, a questo livello, giocano un ruolo centrale le emozioni e i pensieri del paziente che, accompagnato dalle domande del terapeuta, inizia a selezionare alcuni pezzi per comporre il suo puzzle, finché l’esplorazione si concluda e l’immagine sia chiara ai suoi occhi.

È ciò che accadeva al Signor M, frenato dalla paura del giudizio e dalla difficoltà a gestire i sensi di colpa, causati dalla prospettiva di una eventuale separazione dalla moglie, con cui viveva da più di vent’anni.

M, non era mai stato fedele nei vent’anni di matrimonio e si sentiva legittimato a tradire la propria moglie con la quale non aveva mai avuto rapporti sessuali, da una sorta di tacito accordo: lei era libera di non superare la sue difficoltà sessuali e lui poteva provvedere al suo bisogno con altre donne, purché tornasse a casa.

Tutto cambiava, però, quando il signor M perdeva la testa per una donna, inizialmente una delle tante con cui aveva avuto un flirt, conosciuta alcuni mesi prima del nostro appuntamento.

L’immobilità di M nel prendere una decisione nei confronti di sua moglie e del proprio matrimonio, lo spingeva, per la prima volta nella sua vita, a sperimentare forti stati di ansia con attacchi di panico, risolti solo con l’interruzione di quella che ormai era diventata una storia extraconiugale, per lui desiderata ma maledetta.

Tale rottura e il conseguente allontanamento dalla donna lo portava, però, a sperimentare dei forti stati di vuoto e una depressione che lo spingeva ad iniziare prima una cura farmacologica e, solo dopo alcuni mesi, una psicoterapia.

M si sentiva in colpa all’idea di dovere lasciare la casa, perché questo rappresentava per lui un modello sbagliato di uomo, padre e genitore. Egli credeva che “chiunque lascia la propria casa, dove vive con la propria moglie e i propri figli, è un egoista che pensa solo al suo bene e, così facendo, crea problemi non solo alla donna che ha sposato, ma soprattutto al figlio, modificando una quotidianità e degli equilibri indispensabili per il benessere del bambino”.

M, infatti, nei vent’anni di relazione, aveva rinunciato a una paternità biologica, nonostante ne sentisse il bisogno costante anche dopo l’adozione di una bambina.

Il sistema di valori e le credenze dell’uomo, sul tema della famiglia e sul ruolo di padre e di genitore, lo spingevano continuamente a fare dei passi indietro rispetto alla possibilità di separarsi da sua moglie, ma lo stato di tristezza e i sentimenti di vuoto, dovuti all’allontanamento dalla sua Circe, lo spingevano a ricercarla.

Il Sig. M era vittima del suo stesso conflitto, di cui ormai era consapevole: “Lascio mia moglie e abbondono i modelli, i valori, le credenze, i “tabù” (come lui li definiva) e provo a gestire gli stati emotivi di ansia e di colpa che ne derivano, o resto ancorato a questi, tranquillo ma infelice?”

Come accade in molte storie, il sig. M è riuscito a fare una scelta e risolvere il conflitto, solo dopo che l’immagine delle credenze che lo tenevano unito alla moglie era chiara ai sui occhi e solo dopo avere chiaro nella sua testa i pezzi del puzzle costruito e la logica con cui venivano posizionati.

fonte: https://www.cognitivismo.com/2017/11/02/le-mie-credenze-la-mia-felicita/

Cosa non è l’Amore – I miti che fanno male alla coppia

Cosa sarebbe la vita senza un Amore? Non possiamo credere di poter vivere senza pensare ad una sfumatura di passione, amore, un dolce antidoto alla solitudine. E tutto questo sembriamo cercarlo nella coppia che vogliamo per noi, in quello che vogliamo costruire con la persona di cui ci innamoriamo.

All’appuntamento con l’amore non ci presentiamo mai soli. Abbiamo con noi un passato, non sempre sorridente, un corredo di paure, spesso aggressive e piene di voglia di farsi sentire e poi ci sono loro, le aspettative, spesso velenosa patina che ricopre la realtà, impedisce di apprezzare completamente l’altr*, ci porta a nascondere, camuffare, non dire, pur di proteggere l’illusione di perfezione che ogni coppia pensa di poter mantenere ma che sempre, e scrivo proprio sempre, finirà con il crollare, lasciando la coppia alle prese con la disillusione e l’amarezza.

Se è vero che ogni coppia deve fare i conti con la sua umanità, i  molti miti che libri, film, riviste, racconti e aspettative magiche hanno creato secolo dopo secolo, spesso sono velenosi bocconi che possono ferire in maniera anche mortale la più bella delle storie d’amore.

Affrontiamone alcuni.

All you need is Love (non coppia!)

Se c’è l’amore c’è tutto. Si dice alle volte. Se non funziona è solo perchè non mi ama. Quante ferite chiediamo curi questo amore, pur senza dargli modo di capirle, di vederle, di comprenderle? “Ti amo” non è una formula magica, rende meno doloranti le ferite ma non le cicatrizza, facendone sparire il ricordo. Almeno, non se l’amore non è sostenuto da conoscenza, ascolto, attenzione, cura, pazienza, empatia.

Amore è molte cose, ci nascondiamo tra le sue braccia cercando rifugio eppure non pensiamo alla fatica che costa tenerlo vivo, fatica che dobbiamo fare noi in primis. L’amore da solo non riesce a fare tutto. Pensiamo che possa salvarci per la sola ragione che c’è, ma anche il migliore dei Bimby (il famoso robot da cucina) non potrà cucinare molto se non usiamo gli ingredienti giusti o peggio, se non usiamo nessun ingrediente. La nostra tavola rimarrà vuota anche se il Bimby sarà lucente sulla nostra mensola. Così il nostro amore ha bisogno di noi, difetti compresi, per poter funzionare.

L’amore ha molte facce ma non è detto che il volto migliore sia quello che ci mostra la coppia. Si ritiene che la coppia abbia un potere MAGICO, eppure spesso questa magia viene meno. Perchè a volte non basta. A volte bisogna prendersi cura delle proprie ferite per poter godere nel migliore dei modi dell’amore, per poter vivere seriamente una storia di coppia, per poter crescere insieme, anno dopo anno.

O sono le Farfalle o non è AMORE

Innamorarsi è diverso da amare. E in entrambi i casi, non sempre ci sono farfalle, campane che suonano al primo bacio, un concerto di suoni ed emozioni che avvolge la coppia al suo passare. Molti amori crescono lentamente, in un quotidiano regalo di devozione, ascolto, affetto che si trasforma in sentimento e poi progetto, poi coppia. La passione dei “colpi di fulmine”, degli sguardi che si trovano ad una cena e non si lasciano mai più, sono propri di un certo immaginario romantico non necessariamente universale. Quel fremito può essere un volo di farfalle nello stomaco ma anche la serenità che si respira accanto ad una persona, il piacere di sapere di poter contare su qualcuno, il bello di avere una voce a cui raccontare il brutto della giornata.

All’altare della passione a tutti costi soccombono molte unioni che hanno bisogno di continue scosse di adrenalina per ritenersi sempre in love, sebbene l’intensità degli inizi è ben difficile mantenerla. Così come la fiamma si affievolisce si scappa verso una nuova storia, una nuova emozione, scegliendo di non vivere a pieno e fino in fondo la potenzialità di un incontro, fatto anche di emozioni miti e pomeriggi di tranquillità. E’ davvero una scelta o la rincorsa ad un mito o ancora, la paura di scoprire la propria normalità?

Se la passione ti guida, lascia che la ragione tenga le redini. Benjamin Franklin

 

 

Due cuori che battono come UNO

Molte coppie credono che se davvero si amano dovranno fare sempre e solo tutto insieme. Quindi viene visto con sospetto, con paura, ogni segno di indipendenza, qualunque tipo di spazio personale diventa il fantasma della crisi. Ma è davvero un pericolo?

Se per molte coppie essere sempre e unicamente in due è la risposta alle proprie incertezze e paure, molto spesso questo rischia di essere un annullarsi, rinunciare a impegni, hobbies, amici, frequentazioni che nutrono alcuni aspetti della persona e non vogliono essere pericolosi per la coppia. Eppure, paure e gelosia che poco hanno a vedere con il bene della coppia, sono pronte a fare di tutto perchè la coppia sia UNO, una sola anima, un solo disegno, un solo volere. Mentre la coppia è un entità a se stante, che oltre a se stessa, ha dentro di sé la speciale individualità di chi la compone.

Essere in coppia significa anche rispettare e avere fiducia, fare in modo da non dover avere paura ma arricchirsi della diversità. Sacrificare se stessi per la coppia vuol dire aver sbagliato coppia, è bene fare attenzione. Perchè a rinunciare a tutto, per timore di perdere la coppia, potrebbe portare a perdere la nostra peculiarità, alcune parti che sono preziose e profondamente nostre. Mentre i piccoli spazi individuali possono nutrire e arricchire anche il piacere di avere una vita di coppia ricca e gradevole.

Come avevano fatto a passare gli ultimi sedici anni a disimpararsi a vicenda? Come aveva fatto la somma di tutta la presenza a trasformarsi in assenza? Jonathan Safran Foer

 

Non avrai occhi che per me

Per molte coppie è insopportabile l’idea che si possa provare attrazione per qualcuno al di fuori della coppia stessa. Né si accetta di buon grado che la persona che si è scelta al proprio fianco possa attrarre a sua volta attenzione da parte di terzi. Eppure allo stesso tempo si desidera che si faccia di tutto per restare attraenti. Ma attirare attenzione non significa darne meno a chi si ha accanto, come non significa che accogliere il fatto che ci sono uomini e donne affascinanti, interessanti, capaci di solleticare uno sguardo non significa necessariamente che ci sia la possibilità di un tradimento, che non si venga più visti come appetibili, che la felicità della coppia sia compromessa.

Le altre persone, anche di molto attraenti, continuano ad esistere anche se siamo innamorati. Facciamocene una ragione.

Specie quando la coppia è ormai confermata, solida, può permettersi non solo il lusso di vedere le altre persone attraenti, ma anche di rendere la cosa, nei modi dovuti, un gioco di coppia. Essere sereni insieme, significa anche avere la fiducia necessaria a capire la differenza tra attrazione, obiettiva bellezza e tradimento alle porte. Gli occhi guardano e alcune forme possono essere accattivanti, ma se nutriamo di sicurezza la nostra coppia, questo non sarà necessariamente un attacco alla stabilità della relazione.

Per altro la monogamia non è universale e risente della nostra cultura. La nostra coppia risponde a tutte le nostre esigenze profonde?

La mitologia, tra mezze mele e ali

Se ti cerco ci sei, poi ritorni un fantasma io lasciarti vorrei, ma so già che non so, ormai sono mezza mela e l’altra metà sei tu perché tu mi lasci sola? Fiorella Mannoia

Ogni coppia ha la sua magia, la sua parte di destino, il suo racconto fantastico di come si sia incontrata, innamorata, scelta. sono elementi mitici che rinforzano il racconto della coppia, lo rendono forte davanti al mondo, lo ammantano di un potere unico ed esclusivo. Ma molto spesso la mitologia che si ritiene essere dovuta alla coppia può essere un elemento di disturbo per la sua serenità.

Frasi come “era destino” spesso non fanno i conti con il potere che abbiamo di determinarlo. Un film romantico degli ultimi decenni, parla proprio di come si possa leggere il destino, se aspettare che si compia o se “aiutarlo” che significa agire nella direzione di quello che vogliamo raggiungere. Parlo della storia di Serendipity (2001) . Il film parla di una relazione magica, tutta destino e segni del cielo.  Jonathan (John Cusack) e Sara (Kate Beckinsale) si incontrano e Sara cerca in tutti i modi di scappare da quell’incontro, entrambi sono fidanzati, cercando segnali nel destino, per poi scoprire, vittima del suo stesso gioco, che a distanza di anni, non riesce ancora a dimenticare quell’uomo. Saranno le scelte dei due, mascherate da destino, a permettere un nuovo incontro.

 

Siamo Diversi per questo ci Ameremo

Un altro mito molto pericoloso è che se si è diversi la complementarietà sarà necessariamente motivo di lungo amore e felicità. Eppure non tutti i mondi diversi, una volta in contatto, possono vivere sereni uno per l’altro.

E’ bene, ricordando che l’Amore a volte non basta, comprendere fino a che punto si è assimilabili, comprensibili, fino a dove il nostro mondo etico e di valori, culturale o familiare possa davvero farci stare bene insieme a quello della persona che abbiamo scelto. Alla lunga, avere obiettivi, progetti, gusti, valori completamente differenti non è detto che sia un collante, è il caso di lottare in tutti i modi per fare in modo che si resti insieme?

Vietato Discutere

La paura del conflitto avvolge e soffoca molte coppie. La fantasia spesso è quella che “se ci si ama non si discute”, la realtà è che discutere spaventa, il timore di perdere o allontanare chi amiamo è forte e si preferisce “far finta di nulla”. Il quieto vivere presto diventa una prigione grigia dove non ci si sente più a proprio agio.

L’idea che una coppia che discute non è una coppia che funziona, non solo sminuisce il valore del saper discutere, ma costringe a non sentirsi liberi di manifestare per proprie emozioni e necessità. Saper litigare e imparare da questo nuovi aspetti di sé e della propria coppia, questo dovrebbe essere un obiettivo di molte coppie. Saper amare anche se non si è d’accordo su tutto, perchè difficilmente sarà possibile non avere mai opinioni diverse. Avere idee a volte differenti non è necessariamente un ostacolo, anzi rende varia la relazione, insegna a fare spazio anche per quello che è diverso.

In fondo, se non si è mai in disaccordo, siamo sicuri che entrambi abbiano sempre detto tutto?

Sono gelos* quindi t’amo

La gelosia non è amore. Almeno non nelle sue forme patologiche. Se è può essere naturale una fitta di malessere a pensare che la propria bella sia ad una festa dove non si è potuto andare o il proprio partner abbia una amicizia speciale a cui dedica forse troppe attenzioni, spesso la gelosia racconta storie di insicurezza, dolore e anche aggressività, che poco hanno a che fare con una coppia serena.

“Se mi ama proverà gelosia” è un mito che spesso porta molte persone, specie donne, ad accettare rabbia, aggressività, maltrattamenti dovuti a idee di gelosia che non hanno  nulla a che fare con un reale e maturo sentimento amoroso. Perchè questo sentimento umano, che può travolgere e ferire, ha molto di più a che fare con l‘idea di proprietà che con quella di amore. Si nutre di controllo dove una relazione che funziona di nutre di libertà e fiducia.

La gelosia dice di essere il timore di perdere l’altro, ma alla sua base ci sono sovente paure molto più arcaiche, forti fragilità dovute a poco amore in primis verso sé stessi, legate alla propria storia e alla propria percezione di quello che si è e del proprio valore. La felicità di una coppia non si misura mai con il livello di gelosia a cui si arriva.

Non credete di amare o di essere amati perchè soffocate o siete soffocati dalla gelosia. Amare è respirare a pieni polmoni liberi di essere, non sarà mai un angolo buio da cui non è dato uscire.

fonte: http://www.pollicinoeraungrande.it/2017/09/09/cosa-non-e-lamore-i-miti-che-fanno-male-alla-coppia/

Iperproteggere non Protegge. Ansia e rapporto genitori/figli ( e una lezione dai Croods)

I bambini danno molta più importanza a ciò che i genitori fanno, che a ciò che essi dicono.
Marie von Ebner-Eschenbach

Si cerca sempre di fare del proprio meglio. Ma a volte non si riesce a scollare il meglio che si può dalla paura che si prova, dall’ansia di sbagliare, da quei terribili cinque minuti in cui sembra tutto pericoloso, spaventoso, troppo grande…o alto…o insano perchè possa essere anche solo pensato dai propri figli. E quindi le giornate sono tutte un seguirsi di “Stai attento/a!”, “Non farlo”, “Aspetta che arriva mamma/papà/zia!” che accompagna anche piccole e semplici cose, imparare a cadere sul pannolino, salire un gradino, aprire una confezione di gelato.

In molti casi, questo fa sentire il bambino insicuro, nei casi in cui ci fosse una qualche ansia già pronta a scattare dentro di lui in maniera ancora più accentuata. Una reazione ansiosa dell’adulto, permette all’insicurezza del bimbo di fare il doppio salto in avanti e presentarsi tutta tronfia, al centro della scena.

E il comportamento viene registrato e catalogato alla voce “paura”.

Il desiderio di proteggere i bambini è naturale, lo vediamo in quasi ogni genitore che incontriamo.

Proteggere ha sua giusta misura. Non deve essere nè troppo e nè troppo poco.

Se esageriamo diventa altro. Tipo una catena appiccicosa e faticosa da portare che chiamiamo Iperprotezione.

Un bambino iperprotetto non solo prova maggiore ansia nelle sue prestazioni di tutti giorni (camminare, giocare, parlare, chiedere…) ma fa più fatica a liberarsi da un comportamento di accudimento eccessivo che aggiunge ulteriore ansia alle sue naturali incertezze, con l’aggravante di non offrire soluzioni per uscirne.

Spesso diventa uno stile che sedimenta nel bambino, finché non gli si insegna che le cose possono girare anche diversamente.

Siamo tutti portatori di emozioni diverse. Ci sono le emozioni che ci piacciono e poi ci sono la tristezza, la rabbia e l’immancabile paura.

Tutte hanno un significato e sono utili per imparare il mondo, ma i bambini che vivono in sistemi familiari ansiogeni, sono portati a vivere con meno slancio emozioni positive come la sorpresa di una scoperta ( il cane è simpatico!), la gioia di una vittoria (mi so arrampicare sulla poltrona!), il disgusto di certi sapori (il fango ha un sapore schifoso) come le piccole emozioni che mettono il piccolo in contatto con il mondo intorno a lui ( la pioggia è calda in certe stagioni, la neve è una compagna di giochi, le pietre sono fredde se le tiri fuori dal fiume etc).

Si potrebbe rispondere che non è sano per il bambino assaggiare il fango o camminare sotto la pioggia primaverile, pur con tanto di galoches, ma vi chiederei allora cosa possa esserlo.

L’esperienza sicura del mondo è la migliore avventura che i bambini possano imparare ma deve esserci esperienza perchè possano acquisire sicurezza, autonomia, sentimento di essere capaci.

Un video su YOUTUBE del 2014, mostrava una bambina che scopriva la pioggia. Il suo ridere era il suo scoprire la bellezza del mondo nelle sue bizzarrie per noi scontate ( acqua a goccioline che scende dal cielo!). La gioia che trasmette questo piccolo video,  è di insegnamento a tutti. Un adulto che per paura di farla ammalare le avesse impedito questa scoperta godibilissima, avrebbe privato la piccola di una straordinaria avventura. Ma per fortuna esistono gli asciugamani e quella risata è potuta correre libera per il mondo.

IPERPROTEGGERE non PROTEGGE.

Ma insegna ad avere e paura e a riconoscere come fonti d’ansia un numero elevato di cose che si potrebbero superare facilmente. Come? Insieme l’adulto con il suo cucciolo. I bambini chiedono aiuto a chi ha meno paura di loro e si aspettano di trovare soluzioni. Una soluzione potrebbe essere scoprire che tutto va bene, l’altra che è meglio avere paura. Come scelgono tra le due possibilità? Guardando la reazione degli adulti per loro importanti. Per questo un genitore sempre spaventato da quello che potrebbe essere, passa al bambino un senso di insicurezza che poi trova come consolidarsi negli anni e manifestarsi in tantissimi piccolo modi. Se l’adulto impara, non è detto infatti che sia facile o immediato, a essere più sereno, allora è in grado di essere una ottima guida, capace di passare un carico di sicurezza che il bambino avrà modo di far suo,  sentendosi libero di sperimentare.

Sarebbe bene insegnare a correre, ma anche a correre qualche rischio, riconoscendo la paura, ma per superarla o ascoltarla per la sua parte utile e funzionale, quando ci segnala qualcosa di davvero spaventoso.

Sono molti i modi che un genitore può avere dalla sua per fare coraggio ai piccoli ma le cose semplici mostrano sempre risultati veloci e assicurati. Come una carezza, la voce tranquilla con cui si spiegano le cose, un abbraccio, uno stringere la mano mentre si affronta la cosa che non piace ( come avvicinarsi ad un animale mai visto, fosse anche un gattino). Questo permette di prendere sul serio le ansie dei bambini, senza farsi spingere dalla propria a ingigantirle, bensì, rassicurandoli, permettendogli anche di provarle, superarle.

Inoltre, serve all’adulto. Imparare quali sono i propri meccanismi da quali vissuti arrivano, significa dare a tutta la famiglia l’occasione di cambiare il come si funziona. Se si è tutti agitati non si riesce a far molto ma, anche attraverso tecniche di rilassamento o facendo attenzione al proprio funzionamento ansioso, l’adulto può imparare a non aggiungere ansia in tutto quanto si fa, aiutando il bambino a dare una giusta valutazione ai possibili stimoli ansiosi.

Il bel libro dello psicoterapeuta americano Lawrence J. Cohen“Le paure segrete dei bambini” (Feltrinelli, 2015) ci accompagna proprio a fare due passi tra queste idee e propone una semplice, quanto utile, immagine. Quella delsecondo pulcino. Brevemente. In caso di pericolo o percepito pericolo, il pulcino guarda cosa fa il secondo pulcino vicino a lui, per decidere come dar voce alle sue emozioni. Se davanti ad un supposto pericolo, il secondo se ne sta sereno e tranquillo, il pulcino si sentirà sicuro. Se il secondo pulcino barcollerà, mostrerà la sua ansia, il pulcino non si sentirà affatto sicuro. Anzi. Mostrerà più facilmente segnali ansiosi, pronto a rinvigorirli se non saranno accolto nel modo giusto per lui. Questo significa anche coltivare l’empatia con il proprio bambino, permettendogli in maniera controllata di sperimentare tutte le emozioni, fino ad una acquisita autonomia.

Ma, come spesso accade, sul tema ci viene incontro il cinema.

In questo caso parliamo del film I Croods ( 2013)” film di animazione della DreamWorks su una famiglia cavernicola con un padre molto protettivo che si imbatte nella fine del mondo e in un ragazzo giovane e moderno. Molto del film, sin dall’inizio, ci racconta come la famiglia sia sopravvissuta alla natura e agli agguati degli animali feroci, vivendo  chiusa nel buio di una caverna, tranne sporadiche uscite per la caccia. Secondo il padre, tutto quel che è nuovo è pericoloso, possibile causa di morte e dolore. Quindi, per amore, protegge i suoi cari ( una adolescente, un ragazzino, una bimbetta, moglie e suocera) a suon di “non devi..” e di paura, cercando di fare del suo meglio. Quando la figlia Eep, gli dice che non vuole più nascondersi , lui le risponde che però il suo criticato modo di comportarsi l’ha tenuta viva. La ragazza, piena dello spirito di indipendenza tipico dell’età, risponderà “Ci hai fatto sopravvivere, la vita è un’altra cosa”. Il povero padre dovrà, con molta fatica, rendersi conto che aveva passato più tempo a proteggere la famiglia che a farle sentire il suo affetto e solo quando si renderà conto di quanto invece i figli gli stiano chiedendo di cambiare, riuscirà a trasformare la sua iperprottetività in presenza affettiva.

Perchè si parte sempre da un grande desiderio di far star bene, ma spesso si rischia di farsi inghiottire dalle proprie paure, magari apprese nella propria storia, invece di aprirsi alla possibilità di affrontare insieme le cose, trasformando quelle energie impegnate per difendere da fantomatici nemici, in possibilità da affrontare insieme.

Affetto, empatia e ascolto saranno armi rispettabilissime per proteggere chi si ama una volta messa da parte l’ansia iperprotettiva.

fonte: http://www.pollicinoeraungrande.it/2017/11/02/iperproteggere-non-protegge-ansia-e-rapporto-genitorifigli-e-una-lezione-dai-croods/

Il ruolo degli scopi nella psicopatologia

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Non esistono criteri necessari e sufficienti per distinguere patologia e normalità, sulla base dell’assunto che la differenza tra psicopatologia e normalità sia quantitativa piuttosto che qualitativa si assume come criterio sufficiente la presenza di sofferenza emotiva più intensa e persistente rispetto alla norma.

Il cognitivismo clinico assume che normalità e patologia siano basate sugli stessi costrutti esplicativi, dunque parte dalla normalità per spiegare la patologia; spiega la psicopatologia a  partire dalla psicologia del senso comune. I costrutti che spiegano i sintomi sono le conoscenze e gli scopi; che sono alla base della teoria della mente.

Il Cognitivismo Clinico, per ragioni storiche, ha però il limite di focalizzarsi sulle credenze più che sugli scopi. Esso fa essenzialmente riferimento a tre elementi esplicativi della psicopatologia:

  • Erroneità dei processi cognitivi e delle credenze

  • Disposizioni cognitive e motivazionali

  • Deficit cognitivi

In riferimento al primo punto, il Cognitivismo Clinico spiega la persistenza dei sintomi psicopatologici sulla base del fatto che convinzioni credibili orientano i processi cognitivi in direzione di informazioni che confermano tali convinzioni.

In realtà sia la patologia che la sanità sono permeate da processi cognitivi formalmente irrazionali, ad esempio le euristiche; inoltre, ciò che fa la differenza tra normalità e patologia non è la verità o meno delle credenze ma la gravità degli scopi minacciati, ed il modo in cui tali scopi orientano i processi cognitivi.

Le disposizioni cognitive possono assumere diverse forme, tra cui la tendenza a elaborare le informazioni in maniera peculiare, ad esempio nel DOC il Cognitivismo Clinico assume la presenza della inferential confusion, una forma di elaborazione delle informazioni caratterizzata da sfiducia nei confronti delle informazioni che provengono dai propri sensi e un eccesso di fiducia nelle possibilità immaginate; in realtà gli studi mostrano che tali pazienti possono manifestare tale pattern oppure quello inverso in base agli scopi in gioco.

Altra disposizione cognitiva è la tendenza ad avere credenze molto generali, ad esempio la fusione pensiero-realtà, rappresenta la tendenza ad attribuire ai propri pensieri il potere di influenzare gli eventi“se lo penso allora può accadere”,che sembra entrare in gioco in diverse psicopatologie, soprattutto nel DOC, ma dall’ osservazione clinica emerge che i pazienti tendono a dar credito a tali credenze di tipo magico, non perché le ritengano realmente  credibili ma perché non possono rigettarle con certezza e il costo di rigettarle erroneamente è maggiore del rischio di dargli erroneamente credito. Tra le disposizioni cognitive annoveriamo, inoltre, la tendenza ad avere specifiche intolleranze, o preferenze, un esempio del primo caso è l’intolleranza per l’ incertezza,una paura disposizionale dell’ignoto” ossia la tendenza a immaginare minacce dove non si sa cosa potrebbe accadere; un esempio della seconda disposizione è il bisogno di controllo dei propri pensieri, costrutto proposto soprattutto come determinante prossimo del DOC, anche se in realtà i pazienti ossessivi non hanno bisogno di controllare tutti i loro pensieri ma, nel caso, alcuni specifici tipi di pensieri e  il controllo di questi pensieri è motivato da scopi specifici come la rassicurazione.

Analizzando il terzo punto si evidenzia che il Cognitivismo Clinico sostiene che alcune manifestazioni psicopatologiche derivino da deficit cognitivi, ad esempio le teorie esplicative classiche della psicopatia prevedono un deficit di empatia, ma studi recenti mostrano che tali individui non hanno un deficit di empatia ma piuttosto un evitamento della stessa, in direzione delle proprie rappresentazioni e scopi, come ad esempio evitare la sottomissione all’altro considerato approfittatore.

In conclusione, il concetto di scopo appare cruciale per spiegare e prevedere  le proprie e altrui condotte ed emozioni. Il Cognitivismo Clinico trascura il ruolo degli scopi nella psicopatologia nonostante il fatto che tale concetto possa colmare i limiti dei tre generi di spiegazione annoverati.

Bibliografia essenziale

Mancini F. SULLA NECESSITÀ DEGLI SCOPI COME DETERMINANTI PROSSIMI DELLA SOFFERENZA PSICOPATOLOGICA. Cognitivismo Clinico (2016) 13, 1, 7-20

fonte:https://www.cognitivismo.com/2017/10/27/il-ruolo-degli-scopi-nella-psicopatologia/

Il Sesso coniugale è fondamentale nel legame di coppia?

In tema di coppie felici, qual è il ruolo del sesso coniugale?

Secondo un nuovo studio, il sesso coniugale sarebbe l’elemento più importante in assoluto per garantire la durata di un matrimonio. I ricercatori hanno valutato una “persistenza positiva” che prolunga il benessere di un amplesso oltre i due giorni. Può essere abbastanza, dicono, per tenere sempre su buoni livelli l’intesa.

La dott.ssa Andrea Meltzer e i suoi colleghi alla Florida State University hanno pubblicato i risultati di questa ricerca sul giornale Psychological Science.
Non è la prima ricerca che individua nel sesso coniugale un ruolo chiave nella felicità di coppia, ma questa è la prima volta che in una ricerca vengono inclusi anche i dati di QUANTO sesso fanno mediamente le coppie.

Solo il 21% degli uomini sposati e il 24% delle donne sposate fanno sesso 4 o più giorni a settimana (sulla differenza di percentuale lavorate di fantasia).

Meltzer e colleghi hanno individuato una sorta di “periodo di appagamento sessuale” in grado di tenere alta la soddisfazione anche nei momenti tra un amplesso e un altro: gestendo correttamente questo fattore può aumentare anche la soddisfazione sul lungo termine.

Le 214 coppie analizzate hanno tenuto un diario per 2 settimane. Ogni giorno, ognuno dei componenti ha annotato l’eventuale sesso coniugale e il suo grado di soddisfazione”.

Accanto a questi parametri, le coppie hanno annotato anche la soddisfazione generale della relazione e quella specifica sul tipo di partner: il test ha previsto anche un “richiamo” a 4-6 mesi di distanza dal termine della prima fase di studio.

La media “ideale” (tenute in debita considerazione le differenze di età, genere, personalità e durata della relazione) sembra essere di almeno 4 “sessioni” di sesso coniugale a settimana. Alcune precedenti ricerche (tra cui questa) fissavano questa ‘asticella’ a una volta alla settimana. A quanto pare non basta.

La dott.ssa Meltzer sottolinea come che i risultati confermano come il sesso coniugale non giochi un ruolo semplicemente importante in una coppia, ma sia assolutamente fondamentale.

Leggi l’abstract della ricerca

fonte:http://www.psicozoo.it/2017/03/26/sesso-coniugale-fondamentale/

Senno Del Poi: “cosa ti avevo detto io?”

senno del poi
“Del Senno Del Poi son piene le fosse” recita un vecchio proverbio. Abbiamo la tendenza a credere, sbagliando, di essere in grado di prevedere correttamente un evento, quando ormai si è già verificato!

Gli americani lo chiamano hindsight bias, noi lo chiamiamo errore del giudizio retrospettivo, o più volgarmente ma più chiaro da comprendere: senno del poi! E’ uno dei tanti bias cognitivi da cui la nostra mente è “assediata”.

Inutile negarlo, tutti noi quando siamo alle prese con un personale fallimento o con quello degli altri, ci sentiamo come Nostradamus, che benedetti dalla momentanea chiaroveggenza, ce ne usciamo con frasi come: “….e pensare che me lo sentivo”, “lo sapevo che sarebbe successo, non poteva che andare così!”. Ora negate che almeno una volta nella vostra vita,avete esclamato: “te l’avevo detto….”, tanto non ci credo!

Chi si butta in nuove attività, dai grandi ai piccoli imprenditori, sa che non ci sono garanzie sulla riuscita economica di un’impresa; dovrebbe sapere anche che le nuove imprese falliscono a un ritmo spaventosamente alto rispetto a quelle che riescono a sopravvivere. Eppure molte persone sono convinte che la loro impresa sarà diversa, sarà vincente.

Ovviamente ce lo si può anche aspettare, l’ottimismo da parte dei nuovi imprenditori è molto alto, e la stessa previsione di successo si attesta su percentuali molto alte.

Con il senno del poi si diventa più precisi

Uno studio chiese a 705 imprenditori che erano in procinto d’iniziare una nuova attività, di stimare le loro possibilità di successo (Casser & Craig, 2009). I ricercatori, ottenuti i risultati di stima, attesero qualche tempo per continuare la ricerca.  Il 40% degli imprenditori aveva chiuso la nuova attività.

A questo 40% fu poi chiesto: “come quantifichi le probabilità di successo che avevi stimato prima di iniziare?”

Nella prima stima, le possibilità di successo che gli imprenditori si erano dati, era una media del 77,3%. Successivamente all’esperienza negativa, gli imprenditori quantificavano la loro riuscita con una media del 58,8%.

In altre parole, il fallimento della loro attività, li aveva indotti a rivedere le loro stime originali, al ribasso. Con il senno del poi, quindi, il risultato effettivo era diventato più prevedibile e più preciso.

Il senno del poi è corretto al 100%

Questa ricerca sugli imprenditori dimostra una tendenza diffusa nel pensiero umano. Il bias del senno del poi è la nostra tendenza a pensare che le cose si rivelano nel modo in cui in realtà avevamo previsto, anche se non è così.

Questo studio è uno dei tanti studi che per decenni si sono susseguiti e che han dimostrato sempre lo stesso risultato. Le ricerche sono state effettuate anche su molti professionisti di diversi settori, quindi su gente che avrebbe dovuto avere più capacità nel limitare questa distorsione psicologica, ma non è stato così. Dai risultati delle diagnosi mediche, alle decisioni giuridiche, alle elezioni o agli eventi sportivi, questo nostro difettuccio cognitivo, si palesa sempre!

Mostriamo quotidianamente questo pregiudizio in tutti i settori della vita. Le cose che ci accadono sembrano sempre come erano destinate ad accadere.

La spiegazione del senno del poi sta nell’umana volontà di dare un senso al mondo: riteniamo sia confortante sapere che possiamo prevedere cosa ci sta accadendo e perché.

Il senno del poi è più forte in alcune circostanze:

  1. Nell’impressione di inevitabilità . Il bias del senno del poi è più forte quando si può facilmente identificare una possibile causa della manifestazione. Ad esempio, la borsa ti è stata rubata perché sei un turista.
  2. Nell’impressione di prevedibilità . Il bias del senno del poi è più forte quando si è meno sorpresi da ciò che è successo.

Il bias del senno del poi può diventare un problema quando non si vuole imparare dai nostri errori. Se gli imprenditori avessero saputo che le loro stime di successo erano distorte, avrebbero fatto le cose in modo diverso? Se i medici tirocinanti pensano che una diagnosi sia evidente fin dall’inizio, come possono imparare a considerare le alternative?

fonte: https://www.psicosocial.it/senno-del-poi-cosa-ti-avevo-detto-io/