Le emozioni dei genitori: la rabbia.

 

La nascita di un figlio modifica lo stile di vita della coppia, che da coniugale diviene genitoriale,con una serie di cambiamenti di ordine pratico e lo sviluppo di risorse affettive nuove finalizzate al benessere della famiglia.
Essere genitori è un’esperienza molto intensa e gratificante che fa sentire felici e pieni d’amore,però assieme alle gioie e alle grandi soddisfazioni la mutata routine provoca anche stanchezza, fisica e mentale, che può portare a momenti di stress difficili da gestire.

A una donna, e soprattutto a una mamma, sono generalmente richieste varie competenze: deve essere flessibile, deve essere in grado di saper tenere assieme tutte le variabili della vita in coppia, in famiglia e nell’attività professionale.

Una mamma deve saper essere amorevole, efficiente, comprensiva; non deve agire d’impulso, deve saper rimandare le proprie esigenze e deve mantenere il controllo emotivo.

Anche i padri nella nostra società sono indubbiamente più coinvolti nell’accudimento dei figli sia nella famiglia tradizionale, sia nelle famiglie in cui si vivono separazioni nella coppia coniugale, dove sono maggiormente chiamati a svolgere, oltre alle tradizionali funzioni di protezione e di guida attribuite alla figura paterna, anche importanti funzioni relazionali e di accudimento che un tempo venivano principalmente svolte dalle figure materne.

Mantenere il giusto equilibrio fra ruoli, competenze e necessità poliedriche non è sempre possibile, e a volte la stanchezza e la fatica procurano tensioni, eppure ogni cedimento e scatto d’ira, soprattutto se attivato nei confronti dei figli, è accompagnato da senso di colpa e ulteriore frustrazione. A tutti può capitare di stringere troppo forte il braccio del proprio figlio per fargli attraversare la strada in un momento di caos, o di alzare la voce per interrompere un eccesso di capricci, eppure la rabbia che talvolta può manifestarsi durante l’espletamento dei compiti genitoriali rimane ancora un tabù.
La rabbia invece è un’emozione che esiste e va considerata,proprio come tutte le altre, tenendo presente che,assieme al dolore e alla gioia, è una delle emozioni che compaiono per prime nell’uomo. Lo sforzo richiesto sta piuttosto nel saper riconoscere i momenti in cui questa sensazione prende il sopravvento, di accettarli e di imparare per quanto possibile a gestirli.

Ciascun genitore può trovare le modalità più adatte per gestire lo stress a seconda delle proprie esigenze: dedicare uno spazio a una piacevole lettura, fare una passeggiata, ascoltare musica, prendersi il tempo per confrontarsi in modo informale o partecipando a gruppi di sostegno per genitori al fine di aumentare le proprie competenze e per ritrovarsi con chi sta vivendo gioie e fatiche analoghe; oppure, o parallelamente, allenarsi alla pratica di tecniche di autorilassamento come il training autogeno, utile per aumentare la consapevolezza del proprio corpo e per essere quindi più preparati anche a gestire le sensazioni pervasive e fastidiose provocate dal senso di frustrazione e impotenza.

Bisogna dunque sempre tener presente che essere genitori è una funzione importante e gratificante, ma non è solo fonte di gioia, e che le emozioni negative all’interno di questo percorso sono possibili, è indispensabile riconoscerle e imparare a gestirle per non passare agli agiti.

Occorre soprattutto ricordare che è fuorviante confrontarsi con genitori” perfetti ” che sembrano non sbagliare mai, quelli che riescono ad offrire le migliori esperienze formative ai propri figli senza perdere la calma coniugando splendidamente, almeno in apparenza, esigenze lavorative e familiari senza venire meno a uno dei propri compiti.

I genitori di questo tipo in linea di massima esistono solo negli spot pubblicitari, mentre sono i genitori reali, quelli che si stancano, perdono la pazienza e a volte hanno solo la sensazione di
” sopravvivere” al frastuono procurato dai bisticci dei figli quando si contendono qualcosa, oppure quando sono chiamati dagli insegnanti che segnalano inadempienze, difficoltà o comportamenti non adeguati dei ragazzi a scuola, sono i genitori” imperfetti” che possono davvero fare tesoro di queste situazioni e, riformulandole, utilizzarle come opportunità educative. Proprio questi momenti critici possono diventare occasioni per riflettere sulla necessità di ascoltare chi ci sta di fronte, per capire l’importanza di imparare a confrontarsi in maniera pacifica, o per avviare riflessioni che stimolino a pensare cosa possano provare gli altri in una determinata situazione relazionale, educando così i bambini a sviluppare atteggiamenti empitici. Questi momenti ” imperfetti”possono essere utilizzati anche per aiutare i figli a negoziare i propri bisogni, o per stimolarli alla disponibilità a rinunciare a qualcosa, o a essere in grado di pazientare quando deve essere posticipata la realizzazione di un desiderio.

Letture suggerite
Da due a tre: la formazione del triangolo familiare: Il passaggio dalla coppia coniugale alla coppia genitoriale al momento della nascita di un figlio

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Voglio stare con te, non voglio stare con te: l’ambivalenza nelle relazioni

Non riesco a capire se ti amo o no..
Innamorarsi dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo. Ma non per te. Stai da tempo con qualcuno e ancora non riesci a capire che cosa provi nei suoi confronti. Certe volte ti sembra di amarlo/a, altre volte non riesci a sentire nulla per lui/lei, se non un vago senso di soffocamento e di noia quando state insieme e ti chiedi se non sarebbe meglio per tutte e due lasciarsi. In fondo se ti senti così apatico/a significa che non sei innamorato/a , no? Solo che quando provi ad allontanarti, non riesci a resistere: ti manca troppo e poi  impazzisci all’idea di vederlo/a con un altro/a.
Forse non sei tu ad avere questa problematica ma  stai leggendo questo articolo per cercare di capire meglio il tuo partner che ti confonde con il suo comportamento ambiguo e contradditorio.

Tutte le relazioni sono un po’ ambivalenti
Molte persone pensano che già il solo fatto di chiedersi se si ama significhi automaticamente non amare, peggio ancora se si avvertono talvolta dei sentimenti negativi nei confronti del partner o se si notano  dei suoi piccoli difetti che però infastidiscono in modo insopportabile.
In fin dei conti se fosse la persona giusta non dovrebbe esserci alcun dubbio no?
Siamo  un po’ tutti vittime del pregiudizio culturale che ci vorrebbe innamoratissimi accanto ad un partner perfetto con cui avere un intesa quasi perfetta.
Le relazioni sono invece complicate, fragili e imperfette e persino quelle più solide come quelle madre/ figlio non sono esenti dall’ambivalenza ( coesistenza di sentimenti contrastanti e di desideri contradittori nei confronti dell’ altro e della relazione). Un  esempio classico di ambivalenza insito nella natura umana è il conflitto tra il bisogno d’affetto, sicurezza e appartenenza e quello di indipendenza e libertà.
Per esempio, una madre potrebbe adorare suo figlio ed essere soddisfatta della sua vita familiare ma qualche volta, nei momenti di maggior stanchezza, invidiare le amiche single che vivono una vita più libera e spensierata.
Inoltre anche nelle migliori relazioni dovremo sempre fare i conti con gli aspetti dell’ altro/a che non ci piacciono e che troviamo irritanti, pesanti, noiosi.
Possiamo amare qualcuno  con tutto il cuore ma anche non sopportarlo quando si comporta in un certo modo. E’ normale.
Quando non si comprende la propria ambivalenza, si finisce per credere che se non si pensa al proprio partner 24h /h o in certe situazioni si provano dei sentimenti negativi nei suoi confronti o addirittura si fantastica come sarebbe stare con un altro/a, allora non è  vero amore. Se fosse vero amore  non ci dovrebbero essere dubbi, no?

Come gestire l’ambivalenza
Il miglior modo per gestire l’ambivalenza è quella di osservarla, conoscerla e comprenderla. Spesso  ricevo  mail del tenore ” Certe volte guardo il mio fidanzato/a e mi sembra brutto/a e non mi piace più. Mi aiuti dottoressa, come posso non provare più queste emozioni?”. Risposta: non si può evitare di provare certe emozioni indesiderate ( noia, rabbia, paura, ecc) e non si può neppure provarne a comando certe altre (gioia, amore, attrazione).
Anzi, non c’è niente come pretendere di provare solo determinate emozioni per togliere alla relazione spontaneità e gioia e per appesantire ogni incontro con un eccesso di aspettative che certo non giovano al  rapporto.
Pretendere di sentirsi sempre innamorati o in sintonia con l’ altro/a è come pretendere che ci sia sempre il sole e avere paura che se un giorno piove, pioverà per sempre.
Fuori di metafora, per gestire l’ambivalenza bisogna accettare i dubbi, le paure, i sentimenti negativi che ogni tanto insorgono senza drammatizzare o  prenderli come la verità ultima sul rapporto ma solo come un indicazione di come ci sentiamo con il nostro partner in quel determinato momento.
Le emozioni sono per loro natura mutevoli, vanno e vengono, però possono essere degli aiuti preziosi se riusciamo a decodificare il loro messaggio ( es :” provo ansia quando c’è troppa  vicinanza emotiva, forse stiamo correndo troppo”, ” mi arrabbio tanto perché mi ricorda mio padre e ho paura di rivivere le stesse sensazioni”, ” mi fa sentire soffocato come mia madre, ho bisogno di mettere dei limiti”)

Quando l’ ambivalenza è troppa: non posso stare né con te né senza di te
Se è vero che un po’ di ambivalenza è sempre presente anche in una relazione solida e affettuosa, alcune relazioni sono dominate dall’ambivalenza.
Si tratta di rapporti complessi caratterizzati da continue rotture e riconciliazioni in cui si oscilla, nei casi più estremi, tra l’amore e l’odio verso l’altro che viene percepito come un nemico da cui difendersi.  Sono quelle che coppie che dopo essersi fatte reciprocamente molto male con tradimenti, ripicche, violenze verbali e fisiche tornano insieme follemente innamorati dicendo che non possono vivere l’uno senza l’ altra ( almeno fino alla prossima crisi).
Nei casi meno gravi nella relazione si alternano momenti di calore e condivisione emotiva ad altri di freddezza e distacco in cui non si riesce a riconoscere l’importanza dell’ altro che viene svalutato e visto soprattutto nei suoi difetti.
La conseguenza dell’ambivalenza è una forte sofferenza; chi l’avverte è imprigionato in un conflitto “non posso  vivere né con te né senza di te”.
Chi vive questo conflitto tende ad imputarne la colpa al  partner che “è fatto male” e crede che se lui/lei fosse diverso ( più interessante o premuroso o sexy o altro) non ci sarebbero questi problemi.
Il problema però non è mai l’ altro ma l’incapacità di ” tenere insieme gli aspetti positivi e negativi ” del partner, accettandone i limiti oppure di interrompere la relazione se ci sono dei difetti che non possiamo sopportare ( in fondo nessuno ci obbliga a stare proprio con quella persona !).
Chi è ambivalente non riesce né ad accettare il partner per quello che è ma neppure a distaccarsene.

Alle origini dell’ambivalenza: l’incapacità di fidarsi
Il primo requisito per vivere una vita sentimentale appagante non è avere la fortuna di trovare la persona giusta ma essere capaci di fidarsi: senza fiducia non ci può essere amore.
Se non si è in grado di credere in se stessi ( che si è una persona amabile e che merita amore), nell’ altro ( che ci vuole bene e non sta con noi per prenderci in giro) e nelle relazioni ( l’amore può durare e i nostri bisogni possono essere soddisfatti), le relazioni possono diventare molto difficili e complicate.
Alla base dell’incapacità di fidarsi ci sono delle ferite emotive molto precoci che hanno generato un attaccamento insicuro. Chi soffre di ambivalenza è cresciuto in un clima familiare poco accogliente, freddo o conflittuale in cui c’era una scarsa attenzione e rispetto verso i reciproci  bisogni emotivi.
Solitamente il matrimonio dei genitori non era felice, trasmettendo un immagine negativa delle relazioni di coppia.
E’ nella famiglia che impariamo che cosa significa l’amore, come sono le relazioni e se la nostra esperienza come figli è stata dolorosa, se ci siamo sentiti poco amati ( o “troppo” che è la stessa cosa), se abbiamo percepito che i nostri genitori stavano male insieme, non avremo tanta voglia di avere un rapporto stabile con qualcuno.
In questi casi anche se consciamente si desidera amare ed essere amati inconsciamente lo si teme perché il legame riattiva potenti paure di essere rifiutati, controllati, ridicolizzati quando si esprimono i propri bisogni oppure abbandonati.
Questo conflitto tra paura e voglia di amare genera un comportamento ambivalente in cui quando l’ altro è vicino, presente e amorevole predomina la paura della relazione ma quando l’ altro si allontana a predominare è il bisogno d’amore.
Se è il tuo partner ad avere questo problema
Forse stai leggendo questo articolo perché non sei tu ad avere questa problema ma il tuo partner che ti destabilizza con i suoi comportamenti ambivalenti e i suoi repentini cambiamenti di umore ( un giorno è l’uomo o  la donna più innamorato/a del mondo e il giorno dopo si ricorda a stento della tua esistenza)? In questo caso, soprattutto se la scelta di compagni con problemi ad impegnarsi è uno schema che si ripete nella tua esistenza, non è solo il tuo partner ad avere difficoltà con l’impegno.
Se i più grandi amori della tua vita sono quelli impossibili con persone già impegnate o inafferrabili, probabilmente hai un  problema di ambivalenza che non riconosci.
Solitamente chi non è in  contatto con la propria ambivalenza, desidera ardentemente l’amore e la coppia ma va ad innamorarsi ( e ci si aggrappa pure) alle persone che meno sono in grado di dargliele. Si tratta di una situazione che genera molta sofferenza ma che al contempo protegge da una sofferenza peggiore.
In genere si tratta di una problematica prettamente femminile: mentre gli uomini esprimono la loro ambivalenza in modo diretto, le donne lo fanno scegliendo compagni sfuggenti con i quali è impossibile costruire qualcosa.
Il problema è da ricercare nella propria famiglia d’origine e nel rapporto avuto con entrambi i genitori.
Molto importante è il rapporto con il padre che è stato poco presente e attento alla figlia se non apertamente  svalorizzante, creando quindi un imprinting negativo nelle relazioni con il maschile.
Spesso queste donne hanno avuto una mamma insoddisfatta del suo matrimonio, che ha sacrificato( pentendosene amaramente) le sue aspirazioni e sogni per i figli e un marito da cui non si sentiva valorizzata, o con cui aveva un rapporto conflittuale o di subordinazione.
Se la mamma si è aggrappata alla figlia per avere il sostegno emotivo che non riceveva dal coniuge e la figlia è diventata la confidente e la testimone dell’infelicità matrimoniale ed esistenziale della madre, crescerà con un immagine interna molto negativa della maternità degli uomini, delle relazioni di coppia e persino di sé stessa.
Questo farà sì che se consciamente cercano l’amore, inconsciamente ne sono spaventate perché non si aspettano molta felicità dalle relazioni di coppia quindi scelgono uomini ambivalenti con cui si può mantenere una distanza di sicurezza emotiva.

Come superare l’ambivalenza
L’introspezione potrebbe non bastare quando si tratta di risolvere un problema di ambivalenza radicata. In casi come questi è più indicata la psicoterapia.
Intraprendere un percorso terapeutico è consigliabile anche se stai da molto tempo con qualcuno che ancora non sa cosa vuole da te. Smetti di concentrare tutti i tuoi sforzi perché lui cambi e vada in psicoterapia, vacci invece tu e lavora sulle tue problematiche profonde che ti tengono imprigionata in una relazione insoddisfacente. Se lo farai ti puoi aspettare dei cambiamenti : reagirai in un modo diverso ai suoi  comportamenti ambivalenti e la relazione migliorerà oppure sarai tu a stancarti e magari comincerai ad essere attratta da un uomo diverso.

fonte: http://www.ilmiopsicologo.it/2017/08/12/voglio-stare-con-te-non-voglio-stare-con-te-lambivalenza-nelle-relazioni/

Elogio della Fragilità

Elogio della Fragilità

Fragilità è una parola ricoperta di sospetto che a volte desta preoccupazione, altre paura, altre ancora vergogna. E’ un contenitore di lacrime trattenute e bisogni soffocati. Nel setting clinico spesso si fa fatica a stanarla e a convincerla che c’è un posto d’onore a lei riservato perchè teme di essere confusa con la più volgare debolezza. Non di rado chi vive un dolore intenso o sta combattendo una battaglia di vita particolarmente impegnativa, teme di deludere chi lo circonda, ha paura di non apparire abbastanza “forte” agli occhi di chi lo stima. E’ in fondo spaventato dalla sensazione di scoprirsi diverso da quello che credeva. “È la vita di ciascuno di noi, quando sia ferita dal dolore, a risuonare di armonia e di follia” come dice Eugenio Borgna, uno dei più rinomati e stimati psichiatri italiani. “La vita può essere tutt’altro che felice, se non è accompagnata dalla ricchezza umana di certe ferite ardenti spesso considerate patologiche, come il segno di qualcosa da normalizzare frettolosamente”.
La vertigine della perdita di equilibrio depurata dalle sue connotazioni prettamente patologiche e intesa come l’ultimo rifugio di una mente sopraffatta dal dolore. Un rifugio in cui è però possibile ritrovare se stessi e trasformare il fuoco di una ferita in una rigenerante possibilità di rinascita. Una visione della sofferenza umana lontana dai paradigmi trionfanti di questa nostra epoca che, come dice ancora il Professore, “ci vede gli uni estranei agli altri, intimoriti e infastiditi dalla fragilità, che pure è una possibilità umana dotata di senso”. Ecco: una possibilità umana dotata di senso, non un fastidioso inestetismo da nascondere dietro una maschera di ipocrisia e cerone.

Il Valore dell’Autenticità

La fragilità permette l’accesso a quella parte di se che non sente la necessità di nascondersi dietro le maschere imposte dalle convenzioni sociali e dalle aspettative altrui. Quella parte che non teme di fare i conti con la propria Ombra e con i tentativi di integrarla nell’Io. Abbandonare le maschere è doloroso e comporta una profonda riorganizzazione dell’immagine che abbiamo di noi stessi. Soprattutto, è un percorso di continua crescita interiore, di fatto senza un ultimo capitolo, in cui si imparano ad accettare anche i lati meno piacevoli di se stessi e si impara a costruire un’immagine più realistica di quella idealizzata e perfetta che ci piacerebbe tanto indossare! Accettando anche e soprattutto il fatto ineluttabile che per gli altri saremo sempre “Uno Nessuno e Centomila”. Per questo prima di uscire sarebbe utile guardarsi nello specchio dell’ingresso e controllare che i pensieri siano in disordine e le idee sufficientemente spettinate. E le rughe ben visibili in modo da raccontare tutti i sorrisi che la vita ha donato e le notti insonni e le risate a squarciagola e i falò al chiaro di luna, quando si fa l’amore fidandosi di un per sempre che dura il tempo di un sospiro. Soprattutto assicurarsi che il rimmel sveli il percorso delle lacrime versate perché le battaglie vinte meritato di essere onorate. E poi rifuggire il conformismo e rivendicare con orgoglio la propria conquistata imperfezione. Lasciando che i dubbi ricadano morbidi sulle spalle, consapevoli che chi ha troppe certezze di solito ha anche poca fantasia.

Il Lusso di volersi bene

Il dolore ci attraversa tutti come la gioia, la sorpresa, l’incredulità, il piacere. Nessuna vita ha l’onore di esserne esonerata. non esistono sconti  o compromessi e non è vero che porti sempre con se una lezione magistrale perchè se davvero la sofferenza impartisse lezioni, il mondo sarebbe popolato da soli saggi. E invece il dolore non ha nulla da insegnare a chi non trova il coraggio e la forza di starlo ad ascoltare. A chi teme di familiarizzare con la propria fragilità. Volersi bene in fondo è il lusso più grande che ci si possa concedere perchè rappresenta la pacifica conciliazione con le proprie paure e imperfezioni. E costituisce il primo passo per conquistare ciò che davvero si merita senza accontentarsi di ciò che è solo fortuitamente a portata di mano. Qualunque ferita segreta, per quanto mascherata da sorrisi o occultata sotto strati di cerone, continuerà a bruciare se ci si ostinerà ad alzare il volume dei propri pensieri più indisciplinati pur di ignorarne la presenza. La sofferenza insegna solo se accompagnata dalla forza di elaborarla, dal coraggio di non lasciarsene sopraffare e dal desiderio di restare vulnerabili. In fin dei conti, ci si scopre più forti proprio nei punti in cui ci si è spezzati, quelli ricuciti con la consapevolezza che restare vulnerabili è uno dei tanti modi di volersi bene.

fonte: https://psichenessunoecentomila.wordpress.com/2017/09/07/elogio-della-fragilita/#more-15542

 

Quando il sesso è doloroso

sesso doloroso

Il rapporto sessuale, per una donna su dieci, può risultare doloroso, al punto da dover interrompere la penetrazione.

Si tratta di DISPAREUNIA, un disturbo che si presenta molto spesso tra le under30 e le over40.

Secondo l’Associazione Italiana di Sessuologia Clinica, circa il 12-15% delle donne in età fertile, sente dolore durante la penetrazione, anche se non è né il calo degli estrogeni, né la secchezza vaginale, la causa di questo fastidioso problema.

Quali sono le cause, che impediscono di vivere bene la propria sessualità?

In alcuni casi, è presente una causa organica: infezioni come la candida, sono uno dei motivi ricorrenti di rapporti difficoltosi.

La dispareunia, però, molto spesso può essere legata ad un disagio emotivo, e dalla poca confidenza con il partner.

Il primo rapporto sessuale avviene in media, dopo tre settimane dalla conoscenza. Il tempo è breve, e non permette di creare un feeling, utile per far sentire la donna a proprio agio durante l’approccio sessuale. Mettersi a nudo di fronte a chi non si conosce ancora bene, può essere motivo di forte stress e di rigidità della muscolatura vaginale, che rende difficile la penetrazione. Inoltre, con un nuovo partner, subentra il timore di essere giudicata male e di non essere all’altezza della situazione. Se non ci si fida totalmente dell’altro, difficilmente si riuscirà ad affidarsi completamente a lui.

Attualmente, una relazione parte dal sesso, per iniziare a conoscersi, ma in realtà, il sesso dovrebbe essere un punto d’arrivo, non di partenza.

Nei casi in cui il problema dovesse persistere, può essere utile rivolgersi ad uno Psicologo, Esperto in Sessuologia, per iniziare un breve percorso psicosessuologico, necessario alla presa di consapevolezza del problema. Verranno attuate delle strategie, per imparare a gestire la tensione e lo stress accumulati, sia a livello della muscolatura del corpo, sia a livello della muscolatura vaginale. Il lavoro sui pensieri e le emozioni correlate al rapporto sessuale, aiuterà a modificare concetti errati ed automatismi, che si sono creati nella propria psiche e che bloccano la buona riuscita del coito. La collaborazione del partner, inoltre, ha un ruolo fondamentale, per permettere alla donna, di sentirsi libera di lasciarsi andare totalmente. 

fonte:http://www.medicitalia.it/blog/psicologia/7427-sesso-doloroso.html

 

Se sbagli, niente coccole!

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Rischi psicopatologici del ritiro dell’affetto come forma di disciplina

Alcune forme di disciplina possono avere, nell’immediato, un’elevata efficacia nel correggere il comportamento inopportuno di un bambino; comportano però, a lungo termine, degli elevati costi. Alcuni atteggiamenti genitoriali costituiscono delle forme di controllo psicologico, che hanno un effetto intrusivo sui pensieri e sulle emozioni del bambino; in particolar modo, l’uso manipolativo delle tecniche educative di induzione della colpa e il ritiro dell’affetto.

Alcune ricerche hanno mostrato come il controllo psicologico interferisca con lo sviluppo dell’autonomia e di un sicuro senso di sé, conducendo a uno sviluppo psicosociale non armonico. Adolescenti che percepiscono i genitori fare spesso ricorso all’induzione della colpa, non considerando il loro punto di vista e mostrandosi responsivi solo quando gli standard genitoriali sono raggiunti, presentano delle rappresentazioni di sé maladattive, nelle quali la ricerca dell’ottenimento di scopi irraggiungibili risulta centrale. Adolescenti che riportano alti livelli di controllo psicologico mettono in dubbio i propri comportamenti, presentano delle valutazioni negative di sé e sono particolarmente preoccupati dalle performance e dai potenziali errori. Questi aspetti maladattivi del perfezionismo sono collegati a esiti negativi, quali depressione e bassa autostima.

Il ritiro dell’affetto è un modo di negare i segnali di benevolenza in risposta a un comportamento del bambino disapprovato, o in seguito a un fallimento. Un impiego frequente del ritiro dell’affetto può essere considerato una forma di maltrattamento psicologico. Esiti negativi sono stati collegati all’impiego del ritiro dell’affetto genitoriale e in particolare a quello materno. Gli esiti più comuni sono il risentimento verso i genitori, il timore del fallimento, uno scarso benessere emotivo e anche una bassa autostima in adolescenza e nella giovane età. Alcuni studi scientifici, che hanno impiegato i potenziali eventi correlati (ERP), hanno messo in relazione l’esperienza nell’infanzia del ritiro dell’affetto materno e l’attenzione verso le espressioni facciali mentre si esegue un compito: lo studio ha mostrato come, nelle situazioni di performance, l’esperienza di ritiro dell’affetto aumenti la rilevanza e il focus sulle espressioni emotive; in altre parole, maggiore è l’intensità di ritiro dell’affetto di cui una persona ha fatto esperienza nell’infanzia, maggiore sarà la risposta emotiva che avrà alle facce disgustate rispetto alle facce felici, specialmente in seguito a un errore commesso. In una replica successiva dello stesso studio, gli autori hanno ritrovato le persone che hanno fatto esperienza di ritiro dell’affetto come, in generale, più attente alle facce osservanti. Inoltre, è stata dimostrata l’esistenza di un pattern specifico, caratterizzato da un aumento dell’attenzione verso gli stimoli sociali salienti e il loro processamento, seguito da impegno attentivo e processamento ridotti nelle fasi più avanzate, come una sorta di modello di vigilanza e di evitamento. Questo pattern può spiegare, in pazienti che soffrono di disturbi di ansia generalizzata, i bias attentivi alle minacce.

Infine, coloro che hanno fatto esperienza di ritiro dell’affetto materno mostrano, almeno nei contesti di performance, una risposta di vigilanza-evitamento verso le facce emotive e verso i feedback sulla performance, come dei potenziali indicatori delle conseguenze relazionali collegate al fallimento e al successo. In altre parole, anche da adulti, si conserva l’aspettativa che, a seguito di una performance inadeguata, la sicurezza relazionale sia minacciata.

Per approfondimenti:

Barber, B. K. (1996). Parental Psychological Control: Revisiting a Neglected Construct. Child Development, 67(6), 3296–3319. http://doi.org/10.1111/j.1467-8624.1996.tb01915.x

Huffmeijer, R., Bakermans-Kranenburg, M. J., Alink, L. R., & van IJzendoorn, M. H. (2014). Love withdrawal predicts electrocortical responses to emotional faces with performance feedback: a follow-up and extension. BMC Neuroscience, 15(1), 68. http://doi.org/10.1186/1471-2202-15-68

Huffmeijer, R., Tops, M., Alink, L. R. A., Bakermans-Kranenburg, M. J., & van IJzendoorn, M. H. (2011). Love withdrawal is related to heightened processing of faces with emotional expressions and incongruent emotional feedback: Evidence from ERPs. Biological Psychology, 86(3), 307–313. http://doi.org/10.1016/j.biopsycho.2011.01.003

Soenens, B., Vansteenkiste, M., Luyten, P., Duriez, B., & Goossens, L. (2005). Maladaptive perfectionistic self-representations: The mediational link between psychological control and adjustment. Personality and Individual Differences, 38(2), 487–498. http://doi.org/10.1016/j.paid.2004.05.008

La sessu@lità, l’@utoerotismo ed il web. Com’è cambiata l’@ffettività?

L’autoerotismo impera ed ammanetta al piacere solitario, il quale più che essere una scelta diventa una necessità.
Nelle relazioni, affettive o sessuali, il corpo ormai é il grande assente.

Affettività e web

L’avvento di internet ha modificato e totalmente stravolto le relazioni, rendendole a volte più semplici ed immediate, altre volte trasformandole in dei “surrogati affettivi”, relazionali o sessuali.

Gli amori nascono online, si consumano dentro una chat – più o meno erotica o romantica – ed anche gli abbandoni passano dal web.

I cuori lampeggianti sono finti, così come i fiori, e le immagini prendono il posto delle parole, accorciando le distanze, ma depauperando di profondità il legame.

Oggi la vera trasgressione è incontrarsi, accarezzarsi, vivere un legame all’insegna della gradualità e della conoscenza – reale non virtuale – dell’altro.

La dimensione imperante dell’amore – soprattutto giovanile – odierno, è determinata da un “analfabetismo emozionale e sessuale”.

Manca del tutto la conoscenza del linguaggio dell’amore e dei sentimenti, così come manca la “verbalizzazione del sentire” che il web, con le sue modalità lapidarie e visive, ha tristemente sostituito.

  • Può esistere un amore ad ogni clic?
  • Quando l’amore, la seduzione, la “relazione virtuale” termina, un risolutivo clic, può far transitare l’altro ad una dimensione di oblio?
  • L’amore ai tempi di internet, gode davvero di buona salute?
  • Il corteggiamento si è estinto per colpa della tecnologia o ha forse cambiato veste?
  • E, la sessualità, tra compulsioni, autoerotismo assistito, e mancanza del corpo altrui, verso quale deriva sta precipitando?


Ci sarebbe davvero tanto da dire, e tanto da fare.

Web, ansie e sessualità

Il “sesso virtuale” può diventare una vera ossessione, puó scandire i tempi della giornata o occupare ogni pensiero e spazio mentale, creando così, una vera e propria dipendenza.

Trattasi infatti, di dipendenza “senza sostanza”.

Molti utenti, soprattutto giovani e giovanissimi, ci scrivono in cerca di rassicurazioni circa il loro presunto deficit erettivo che, però, si manifesta senza partner.

Ci chiedono del loro presunto calo del desiderio – ma parliamo sempre di “autoerotismo assistito” – e delle loro ansie da contatto, quello vero, con il mondo dell’altro.

Altri ancora, temono gli effetti nefasti della pornografia, ma come chi ha una personalità dipendente, non riescono a non farne uso; ed utilizzano il web – in questo caso i consulti online -, con lo stesso modus operandi di chi soffre di dipendenza, in maniera compulsiva.

Viviamo in un momento storico dove esiste la dittatura del momento, dove la sessualità diventa orfana di sentimento, di trasporto, di progetto ed, anche, dell’altro.

Le chat garantiscono dei veri e propri bombardamenti emozionali, ad alta intensità ma di brevissima durata; quindi, immuni da possibili reali coinvolgimenti.

Conclusioni

Gli amanti di chat – belli, affettuosi e passionali, disponibili e disinibiti – creano una possibile dipendenza, con il rischio di scollamento dalla realtà e di delusione postuma.

Il sesso virtuale inoltre, porta con sé una forma di “craving”, cioè una forma di dipendenza pari a quella sperimentata con le droghe.
Quindi, pensare di sospendere, semplicemente, non solo non è bastevole, ma non verranno mai adeguatamente curati i motivi che hanno condotto alla dipendenza.

fonte:http://www.medicitalia.it/news/psicologia/7388-sessu-lita-utoerotismo-ed-web-com-cambiata.html

La solitudine fa stare male come un dolore fisico: ma sappiamo difenderci

L’ evoluzione ci spinge a creare nuove reti di amicizie o a recuperare quelle vecchie. Ma c’è anche chi ha bisogno d’aiuto per (ri)attivare le proprie capacità relazionali

(Getty Images)

Tante seccature della vita quotidiana nascono dall’interazione con altre persone, ma uscire da queste rete di relazioni può portare a un situazione da tutti temuta: sentirsi soli. E il sentimento di solitudine fa stare male e può farci persino ammalare, a dimostrazione di quanto la nostra natura sia profondamente sociale. Una ricerca sugli effetti deleteri che la solitudine può avere sullo stato di salute è stata pubblicata da psichiatri e cardiologi tedeschi che hanno studiato oltre quindicimila persone, tra i 35 e i 74 anni, seguendole per cinque anni, durante i quali è stato tenuto sotto costante controllo il livello di salute psicofisica associato alla valutazione della presenza di un sentimento di solitudine.

 

«La solitudine crea significativi rischi in termini di salute mentale, sia per quanto riguarda la depressione, sia per quanto concerne il livello di ansia» affermano i ricercatori tedeschi, guidati dal professor Manfred Beutel del Department of Psychosomatic Medicine and Psychotherapy della Johannes Gutenberg University di Mainz. «La solitudine aumenta anche la probabilità di essere fumatori, un classico indicatore di uno stile di vita sbagliato. La ridotta qualità della salute mentale può poi essere causa di un maggior numero di visite dal medico, di ricoveri e di utilizzo di psicofarmaci. Presi nel loro complesso questi risultati danno un solido supporto alla convinzione che la solitudine dovrebbe essere considerata di per sé una significativa variabile di salute».

Stato emotivo soggettivo

Ma questo sentimento non è però semplicemente l’equivalente dello stare da soli, si tratta piuttosto di uno stato emotivo che riflette l’esperienza spiacevole del soffrire di isolamento sociale. Viceversa, se non esiste questo specifico stato emotivo, anche se si hanno pochi contatti sociali, non si producono effetti negativi sulla salute. Per la vera solitudine, insomma, deve esistere una discrepanza tra i nostri bisogni sociali e la loro possibilità di realizzazione nell’ambiente in cui ci si trova a vivere. Fortunatamente quando si percepisce davvero un doloroso senso di abbandono si attiva una spontanea ricerca di contatti sociali.

Ricerca spontanea di contatti

Secondo Pamela Qualter, della School of Psychology dell’University of Central Lancashire, autrice di uno studio su come evolve la solitudine nelle varie età della vita, proprio l’attivazione di questa spontanea ricerca di contatti fa sì che la vera e profonda solitudine sia spesso un’esperienza transitoria. L’evoluzione ci ha infatti portato a sviluppare una serie di meccanismi interiori che ci spingono a ricercare connessioni per vincere la sensazione di isolamento, un processo che è stato chiamato spinta alla riaffiliazione. Spiega la professoressa Qualter in un articolo pubblicato in Perspectives on Psychological Science: «Proprio come il dolore fisico è un segnale che si è evoluto per spingere una persona ad avviare azioni per minimizzare il danno al proprio corpo, così la solitudine motiva la persona a minimizzare il danno al proprio corpo sociale». È questa spinta alla riaffiliazione che motiva a rimettersi in gioco, a riallacciare vecchi contatti, a cercarne di nuovi.

Età diverse, bisogni diversi

Tutte le età della vita sono soggette al rischio di solitudine, ma le caratteristiche del rischio sono diverse con il passare degli anni. Se nella prima infanzia è la capacità di condividere le attività e i giochi a determinare la possibilità di stare nel gruppo dei pari, presto i bambini procedono verso più articolate esigenze dello stare insieme. «I piccoli passano dal semplice desiderio di stare fisicamente vicini gli uni agli altri al bisogno di un’amicizia più intima caratterizzata da una sensazione di “validazione di sé”, di reciproca comprensione, di possibilità di aprirsi con l’altro, di sentirsi in empatia » chiarisce Qualter. «Un’amicizia con maggiori aspettative si sviluppa poi durante l’adolescenza e fino alla prima gioventù, quando aumenta il bisogno di intimità. E se la “quantità” di amicizie può essere importante nel predire un senso di solitudine nell’infanzia, la “qualità” sembra contare di più nell’adolescenza». Attorno ai 14-16 anni il bisogno di stare con gli altri diventa ancora più complesso: c’è bisogno di amici intimi, ma anche di un intero gruppo di riferimento, finché la situazione diventa ancora più articolata con la necessità di relazioni amorose. Sensazioni di solitudine si possono provare per il malfunzionamento di ciascuno di questi aspetti della vita relazionale. Poi nella fase centrale della vita, almeno per chi non è rimasto single, è la qualità della relazione con il partner a definire soprattutto il rischio di sentirsi soli.

Il ruolo dei social network

«Infine negli anziani emergono altri specifici fattori di rischio per la solitudine — aggiunge la ricercatrice britannica —. Sono la possibile perdita del partner, il ridursi delle attività sociali a causa delle disabilità fisiche e della salute compromessa, l’eventuale condizione di fragilità del partner». Una curiosità: nella nostra epoca i social-network sono un antidoto efficace contro la solitudine? Si sarebbe portati istintivamente a dire che con tanti amici virtuali siamo meno soli, ma secondo David Sbarra, psicologo dell’University di Arizona, curatore di un numero della rivista Psychological Science sulla solitudine, finora non ci sono prove che l’amicizia virtuale abbia davvero effetti positivi su benessere psicologico e salute.

fonte: http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/17_novembre_09/solitudine-come-dolore-fisico-9eefad44-c558-11e7-8460-ef8ba8b0b1d6.shtml?refresh_ce-cp