L’ipondria “Non sto bene… Avrò qualcosa di grave?”

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La terapia cognitivo-comportamentale aiuta l’ipocondriaco a ricostruire la causa dell’attivazione dei meccanismi ansiosi incentrati sull’incolumità fisica o sul rifiuto da parte degli altri

“Ho sempre questo dolore, mi sento sempre stanco, non riesco a fare nulla. Sicuramente ho qualcosa di grave, potrei morire! Devo andare dal medico”. Questo è ciò che pensa la persona afflitta da Disturbo Ipocondriaco. Nell’ipocondria, la preoccupazione può riguardare ogni tipo di segnale o sintomo fisico proveniente dal proprio corpo, da una piccola ferita a un dolore persistente.
La persona tormentata da queste preoccupazioni è fortemente minacciata dalla causa dei sintomi fisici: “Avrò un tumore?”; “Avrò contratto l’AIDS?”; “Starò per morire?”; “Sarò fortemente invalidato da questa terribile malattia?”.
Queste inferenze favoriscono il processo di allerta per ogni cambiamento somatico e la tendenza a tenere costantemente sotto controllo il proprio fisico, ricercando attivamente ogni possibile segno di malattia che potrebbe portare a delle gravi conseguenze e alla morte.
L’ipocondriaco non riconosce la causa psicologica della sua sofferenza e ricorre costantemente a rassicurazioni mediche che non risultano essere in grado di interrompere il senso di minaccia e di incolumità fisica: c’è sempre l’idea che il medico non sia stato in grado di fare un’accurata diagnosi sulla natura del problema presentato.
Ciò avviene poiché alla base del disturbo ipocondriaco c’è un forte senso di debolezza personale che non può essere disattivato in seguito all’esito positivo delle indagini mediche, che pertanto risultano insufficienti e generano, in maniera paradossale, un circolo vizioso caratterizzato dalla  necessità di ricorrere ad ulteriori approfondimenti medici per chiarire la persistenza della sintomatologia fisica.
Tale meccanismo è alla base dell’idea di essere “deboli”: l’ipocondriaco non sopporta le responsabilità per timore di non essere in grado di sostenerle, di non farcela. La debolezza sul piano fisico, la spossatezza e il senso di fatica, del resto, hanno il loro corrispettivo sul piano psicologico: la convinzione di non riuscire a sostenere i carichi della vita quotidiana. Sul piano relazionale, il paziente ipocondriaco è incentrato su se stesso e sulla propria preoccupazione, avverte la minaccia di subire una conseguenza emotiva negativa a seguito delle interazioni sociali ed è poco disponibile per gli altri.
Oltre a temere la morte come epilogo di una situazione clinica minacciosa, può sviluppare l’idea che la sua malattia possa indebolire l’immagine sociale e la propria vita affettiva (“Chi vorrebbe avere come partner un malato di AIDS?”, “Quale datore di lavoro vorrebbe assumere un dipendente affetto da una malattia grave?”, “Come riuscirò a relazionarmi con il pubblico se sono cosi malato?”).
Per l’ipocondriaco, gli altri si allontanano per causa della malattia e questo rende più complicato interrompere la continua ricerca di una soluzione medica al problema a sfavore di una soluzione psicologica.
Le complicate situazioni sociali possono corrispondere a un abbassamento del tono dell’umore e, in casi estremi, anche a una vera e propria sintomatologia depressiva che rende la cura più complessa.
La terapia cognitivo-comportamentale si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento che permettono al paziente di costruire un modello alternativo di comprensione dei sintomi corporei spiacevoli. È molto importante ricostruire insieme al paziente la causa dell’attivazione dei meccanismi ansiosi incentrati sull’incolumità fisica o sul rifiuto da parte degli altri. In questo modo, è possibile risalire alla causa del problema e distogliere il paziente dalla sintomatologia fisica che porta a continue e inopportune rassicurazioni mediche, a favore di strategie efficaci di fronteggiamento.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association 2014, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore

Bouman, T. K., & Visser, S. (1998). Cognitive and behavioural treatment of hypochondriasis. Psychotherapy and Psychosomatics, 67(4-5), 214-221.

Barsky, A. J., & Ahern, D. K. (2004).Cognitive behavior therapy for hypochondriasis: a randomized controlled trial. Jama, 291(12), 1464-1470.

Saliani A.M., Gragnani A., Mancini F. (2010). L’Ipocondria.  In Perdighe C. e Mancini F. (a cura di), Elementi di psicoterapia cognitiva, II edizione, Fioriti, Roma.

fonte:https://www.cognitivismo.com/2017/05/25/non-sto-bene-avro-qualcosa-di-grave/

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