Lo stalking e i suoi sottotipi

Quando si parla di stalking si fa riferimento ad un’attenzione ripetuta e indesiderata, molestie, contatti o qualsiasi altro comportamento diretto verso una persona specifica nella quale subentrano sensazioni di paura.

stalking sottotipiNel 2006, lo psicologo Brian Spitzberg, della San Diego State University, ha condotto studi su larga scala che sono divenuti rappresentativi del comportamento di stalking in tre continenti.

Egli ha riferito che il 2-13% degli uomini e l’8-32% delle donne sono vittime di molestie in un determinato momento della loro vita adulta, e nella maggior parte dei casi, la persona è inseguita e perseguitata da una persona che conosce.

La natura implacabilmente nevrotica dello stalker può assumere la forma di un vero e proprio molestatore che telefona più volte, a tutti gli orari, e insistentemente, invia lettere o regali.

Se questi tentativi si rivelano inefficaci, l’individuo può degenerare in comportamenti più intrusivi, come spiare, e inaspettatamente può presentarsi per affrontare la vittima di persona.

La ricerca tende a concentrarsi su come la violazione e l’invadenza rispecchino le ossessioni dello stalker, ma è difficile comprendere le motivazioni sottostanti il loro comportamento.

La ricercatrice Katrina Baum dell’Istituto Nazionale di Giustizia di Washington ha condotto uno studio nazionale sulle vittime di stalking; queste sono state invitate a riflettere su quali potevano essere i motivi per cui lo/la stalker li/le perseguitava.

Del campione, composto da 3416 vittime, i risultati sono stati così ripartiti: il 36,6% sostiene che le motivazioni riguardavano aspetti quali “rabbia e ritorsione”, il 32,9% ha invece risposto “il controllo”, il 23,4% ha risposto “malattia mentale o instabilità emotiva”.

In realtà, la maggior parte degli stalker non soffrono di allucinazioni o deliri, anche se molti soffrono di altre psicopatologie come depressione, abuso di sostanze e disturbi di personalità

Nel 1993, l’esperto australiano Paul Mullen, direttore e psichiatra del Forensicare Hospital, ha analizzato il comportamento di 145 soggetti con “diagnosi” di stalking.

Sulla base delle loro analisi, Mullen e colleghi hanno proposto cinque sottotipi di stalker, nel tentativo di facilitare la diagnosi e il trattamento. Questi sottotipi sono attualmente la classificazione più utilizzata nel categorizzare il comportamento dello stalker.

Mullen ha definito lo stalker rifiutato come un individuo che ha vissuto in modo indesiderato la fine di una relazione, molto probabilmente con un partner romantico, ma anche con un genitore, collega di lavoro o conoscente.

Quando i tentativi di riconciliarsi falliscono spesso questi stalker cercano la vendetta. Da un punto di vista terapeutico si cerca di lavorare su una dinamica che riguarda l’eccesso di rabbia che subentra a seguito di una tristezza legata alla perdita.

Lo stalker che ricerca l’intimità è un soggetto che spesso, verso un perfetto sconosciuto, inizia a comportarsi come se fosse in un rapporto intimo con quella persona. La messa in atto di tali comportamenti è motivata dall’illusione che il proprio amore sia ricambiato.

Nel 2009, Shania Twain, famosa cantautrice canadese, aveva uno stalker che si adatta molto a tale profilo, e dal quale ricevette numerose lettere d’amore; ha anche partecipato al funerale della nonna della Twain senza che fosse invitato.

Il focus terapeutico nella gestione di persone con tale profilo riguarda il disturbo mentale sottostante, nonché le dinamiche di isolamento sociale e mancanza di competenza sociale.

Lo stalker incompetente, simile a quello che ricerca intimità, spera che il proprio comportamento produca un rapporto stretto che possa soddisfare i bisogni di contatto e intimità.

Tuttavia, questo tipo di stalker riconosce che la sua vittima non ricambia l’affetto, ma continua comunque a molestarla.

Mullen definisce questi stalker come intellettualmente limitati e socialmente isolati; data la loro incapacità di comprendere e realizzare socialmente i normali e accettati rituali di corteggiamento, lo stalker incompetente utilizza metodi che sono spesso controproducenti e spaventosi.

Questo si è potuto osservare nel 2004, quando Britney Spears riceveva continuamente lettere d’amore, e-mail, foto dello stalker abbinate a note spaventose del tipo “ti sto inseguendo”.

Lo stalker risentito sperimenta invece sentimenti di ingiustizia e desideri di vendetta verso la sua vittima, piuttosto che una relazione.

Il loro comportamento riflette la percezione che essi sono stati umiliati e trattati ingiustamente, ossia vedono se stessi come vittime della situazione.

È stato osservato che gli stalker risentiti spesso considerano i loro padri come altamente controllanti; Mark Chapaman, il famigerato stalker di John Lennon e assassino è un classico caso di stalker risentito.

Si descriveva come fan del rock ammirando Lennon e tutto il suo lavoro fin quando non lesse una biografia del musicista. Adirato dal fatto che Lennon predicava l’amore e la pace, nonostante fosse un miliardario, Chapaman, la sera dell’8 Dicembre del 1980, sparò e uccise Lennon.

Nelle testimonianze successive, Chapman dichiarò come suo padre “non mi ha mai detto che mi amava; e non ha mai detto che gli dispiaceva”.

L’attenzione su un passato doloroso e il rivivere compulsivo di questo dolore ha contribuito a determinare un disturbo dell’umore.

Solitamente in questi soggetti può essere presente in comorbidità un disturbo paranoico che risponde, almeno in parte, ai farmaci antipsicotici.

Infine vi è lo stalker predatore che non è animato tanto dal desiderio di un rapporto con le loro vittime, ma più da sensazioni di potere e di controllo.

Mullen spiega che trovano piacere nel raccogliere informazioni sulla loro vittima e iniziano a fantasticare su come aggredirle fisicamente e, più frequentemente, sessualmente.

Gli stalker predatori devono quasi sempre essere gestiti all’interno di un programma per i sex-offender, con l’obiettivo principale di gestire questa parafilia che è la “forza” trainante del comportamento alla base di questo tipo di stalking.

Gli interventi terapeutici per gli stalker sono diretti primariamente ai disturbi mentali sottostanti; come gruppo, gli stalker hanno una capacità impressionante di razionalizzare, minimizzare e giustificare i loro comportamenti.

Mullen spiega che in quasi tutti gli stalker vi è la necessità di migliorare le abilità interpersonali e sociali, e di instillare una comprensione più realistica degli effetti dei loro comportamenti sulle vittime.

Gli stalker dovrebbero essere gestiti però singolarmente, evitando un lavoro di tipo gruppale, in quanto, soprattutto se autori di reati sessuali, gli stalker possono facilmente creare reti di sostegno reciproco e di condivisione delle informazioni all’interno del gruppo, rinforzando così il comportamento disfunzionale.

Negli stalker motivati da un risentimento vendicativo, vi è spesso una sensibilità acuta alla confusione, angoscia e paura prodotta dalle loro attività.

A causa di questa sensibilità, i programmi sviluppati per migliorare l’empatia verso la vittima possono essere facilmente inseriti nei progetti terapeutici di questi individui. È raro incontrare uno stalker con adeguate competenze interpersonali e sociali.

Le difficoltà di stabilire o mantenere relazioni intime sono alla base di molti episodi di stalking; migliorare questa funzione può contribuire non solo a rendere più adattivi i comportamenti ma anche ridurre le probabilità di recidive. Molti stalker riducono inoltre le loro attività quotidiane per essere totalmente concentrati sulle vittime; incoraggiare le attività sociali può quindi rivelarsi utili.

La ricerca di Mullen suggerisce che i professionisti dovrebbero concentrarsi non su una visione degli stalker come criminali, ma come individui vulnerabili e in difficoltà, i cui comportamenti riflettono in parte la presenza e/o influenza di un disturbo mentale grave sottostante.

Il passo più importante nella gestione dello stalker è quindi quello di vederli come persone che necessitano di un aiuto psicologico.

Tratto da PsychologyToday – https://www.psiconline.it/articoli/psicopatologia/lo-stalking-e-i-suoi-sottotipi.html

 

Mi vendico o ti perdono?

00b2e-perdonoQuale intervento prediligere rispetto a torti passati subiti: uno studio sul bullismo e l’Imagery with Rescripting

Il bullismo rappresenta un fenomeno sociale sempre più diffuso, con gravi ripercussioni su chi lo subisce. Le conseguenze influiscono sull’autostima di chi ne è vittima, sul maggior rischio di fare uso di sostanze, sullo sviluppo di difficoltà scolastiche e, in generale, su una maggiore probabilità di sviluppare dei disturbi psicologici. Episodi o ricordi relativi a questo tipo di esperienze emergono spesso in psicoterapia e possono essere trattati con tecniche diverse, tra cui quelle di immaginazione. Un esercizio particolarmente utile, che consiste nell’aiutare la persona a identificare e soddisfare, tramite immaginazione, i propri bisogni frustrati in età infantile è l’Imagery with Rescripting (IwR), letteralmente “immaginazione con ri-scrittura”. L’applicazione dell’IwR permette a chi ha vissuto un abuso, o un altro tipo di esperienza negativa, di intervenire (o far intervenire qualcun altro, come lo psicoterapeuta, un super-eroe o un’altra figura significativa) e riscrivere l’accaduto soddisfacendo il bisogno frustrato nell’esperienza traumatica. La tecnica si può applicare a diversi tipi di episodi, tra i quali quelli di bullismo.

In una recente ricerca, Hayley Watson ha confrontato tra loro diversi tipi di intervento di rescripting per capire quale potesse essere quello più indicato e portatore di un maggiore  benessere individuale. In particolare, su un vasto campione di studenti universitari vittime di bullismo in passato, è stata applicata la tecnica di immaginazione ri-scrivendo l’episodio pregresso con uno tra i seguenti tipi di intervento: condizione 1) la vendetta rispetto al bullo o ai bulli; condizione 2) il perdono; e condizione 3) l’“evitamento” (evitare del tutto il contatto con l’aggressore). La vendetta è un danno materiale o morale inflitto ad altri per pareggiare un danno o un oltraggio subìto; mentre la sua alternativa è il perdono, un processo che consiste nella scelta di rinunciare all’odio e alla rabbia verso l’aggressore. L’atto del perdono, che può richiedere parecchio tempo, non necessariamente deve essere condiviso, ma può avvenire anche solamente nella mente di chi ha subito il torto.

I risultati dello studio hanno mostrato che chi nell’immaginazione interveniva con un atto di perdono o evitava il contatto con l’aggressore (condizioni 2 e 3) mostrava una immediata riduzione delle emozioni negative rispetto a chi, invece, interveniva vendicandosi (condizione 1). In particolare, perdonare implicava una risposta iniziale di stress (osservabile anche tramite un aumento di conduttanza cutanea), ma nel lungo termine favoriva migliori risposte di fronteggiamento sul piano emotivo e cognitivo. Di contro, chi era intervenuto sull’evento con un comportamento di vendetta riportava maggiore malessere e un decremento nei livelli di autostima.

In generale, gli esercizi di immaginazione possono favorire un maggiore insight e una migliore risoluzione in termini cognitivi e, soprattutto, emotivi di esperienze passate, ma anche attuali, dolorose.

Per approfondimenti:

“Teoria e clinica del perdono” di Barbara Barcaccia e Francesco Mancini

Arntz, & Weertman, 1999. Treatment of childhood memories: theory and practice. Beh Res Ther; 37: 771-740

Watson H et al., 2016. Imagery rescripting of revenge, avoidance, and forgiveness for past bullying experiences in young adults. Cogn Behav Ther; 45(1):73-89

Articolo sul perdono sul blog: https://cognitivismo.com/2016/03/29/perche-il-perdono-puo-essere-talvolta-una-via-duscita-dalla-sofferenza-emotiva/

L’ipondria “Non sto bene… Avrò qualcosa di grave?”

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La terapia cognitivo-comportamentale aiuta l’ipocondriaco a ricostruire la causa dell’attivazione dei meccanismi ansiosi incentrati sull’incolumità fisica o sul rifiuto da parte degli altri

“Ho sempre questo dolore, mi sento sempre stanco, non riesco a fare nulla. Sicuramente ho qualcosa di grave, potrei morire! Devo andare dal medico”. Questo è ciò che pensa la persona afflitta da Disturbo Ipocondriaco. Nell’ipocondria, la preoccupazione può riguardare ogni tipo di segnale o sintomo fisico proveniente dal proprio corpo, da una piccola ferita a un dolore persistente.
La persona tormentata da queste preoccupazioni è fortemente minacciata dalla causa dei sintomi fisici: “Avrò un tumore?”; “Avrò contratto l’AIDS?”; “Starò per morire?”; “Sarò fortemente invalidato da questa terribile malattia?”.
Queste inferenze favoriscono il processo di allerta per ogni cambiamento somatico e la tendenza a tenere costantemente sotto controllo il proprio fisico, ricercando attivamente ogni possibile segno di malattia che potrebbe portare a delle gravi conseguenze e alla morte.
L’ipocondriaco non riconosce la causa psicologica della sua sofferenza e ricorre costantemente a rassicurazioni mediche che non risultano essere in grado di interrompere il senso di minaccia e di incolumità fisica: c’è sempre l’idea che il medico non sia stato in grado di fare un’accurata diagnosi sulla natura del problema presentato.
Ciò avviene poiché alla base del disturbo ipocondriaco c’è un forte senso di debolezza personale che non può essere disattivato in seguito all’esito positivo delle indagini mediche, che pertanto risultano insufficienti e generano, in maniera paradossale, un circolo vizioso caratterizzato dalla  necessità di ricorrere ad ulteriori approfondimenti medici per chiarire la persistenza della sintomatologia fisica.
Tale meccanismo è alla base dell’idea di essere “deboli”: l’ipocondriaco non sopporta le responsabilità per timore di non essere in grado di sostenerle, di non farcela. La debolezza sul piano fisico, la spossatezza e il senso di fatica, del resto, hanno il loro corrispettivo sul piano psicologico: la convinzione di non riuscire a sostenere i carichi della vita quotidiana. Sul piano relazionale, il paziente ipocondriaco è incentrato su se stesso e sulla propria preoccupazione, avverte la minaccia di subire una conseguenza emotiva negativa a seguito delle interazioni sociali ed è poco disponibile per gli altri.
Oltre a temere la morte come epilogo di una situazione clinica minacciosa, può sviluppare l’idea che la sua malattia possa indebolire l’immagine sociale e la propria vita affettiva (“Chi vorrebbe avere come partner un malato di AIDS?”, “Quale datore di lavoro vorrebbe assumere un dipendente affetto da una malattia grave?”, “Come riuscirò a relazionarmi con il pubblico se sono cosi malato?”).
Per l’ipocondriaco, gli altri si allontanano per causa della malattia e questo rende più complicato interrompere la continua ricerca di una soluzione medica al problema a sfavore di una soluzione psicologica.
Le complicate situazioni sociali possono corrispondere a un abbassamento del tono dell’umore e, in casi estremi, anche a una vera e propria sintomatologia depressiva che rende la cura più complessa.
La terapia cognitivo-comportamentale si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento che permettono al paziente di costruire un modello alternativo di comprensione dei sintomi corporei spiacevoli. È molto importante ricostruire insieme al paziente la causa dell’attivazione dei meccanismi ansiosi incentrati sull’incolumità fisica o sul rifiuto da parte degli altri. In questo modo, è possibile risalire alla causa del problema e distogliere il paziente dalla sintomatologia fisica che porta a continue e inopportune rassicurazioni mediche, a favore di strategie efficaci di fronteggiamento.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association 2014, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore

Bouman, T. K., & Visser, S. (1998). Cognitive and behavioural treatment of hypochondriasis. Psychotherapy and Psychosomatics, 67(4-5), 214-221.

Barsky, A. J., & Ahern, D. K. (2004).Cognitive behavior therapy for hypochondriasis: a randomized controlled trial. Jama, 291(12), 1464-1470.

Saliani A.M., Gragnani A., Mancini F. (2010). L’Ipocondria.  In Perdighe C. e Mancini F. (a cura di), Elementi di psicoterapia cognitiva, II edizione, Fioriti, Roma.

fonte:https://www.cognitivismo.com/2017/05/25/non-sto-bene-avro-qualcosa-di-grave/

Il senso di colpa di chi mette fine ad un rapporto

 

Dover gestire il senso di colpa che si manifesta quando finisce un rapporto è per molti la conseguenza logica dell’aver preso l’iniziativa di chiudere la storia, dell’aver fatto l’ultimo passo che alla fine ha fatto cadere la parete. Forse anche voi vi siete ritrovati in questa situazione, magari avete avuto molti dubbi prima di prendere la decisione, prima di fare questo salto, ma alla fine l’avete fatto, consapevoli che sareste stati i carnefici che avrebbero spezzato la vita della vostra relazione, le promesse, i sogni, le ambizioni…

Probabilmente poi vi siete sentiti responsabili del dolore del partner, della sua tristezza e anche del suo futuro. Magari tante volte quel senso di colpa vi farà fare un passo indietro per tornare, due per allontanarvi, tre per tornare di nuovo… Un esercizio di autodistruzione più amaro della precedente vita di coppia. “Starà male. Soffrirà moltissimo… Io ero tutto il suo mondo”, “E se avessi preso la decisione sbagliata?”.

Vi sono familiari queste frasi? Di sicuro il ruolo di chi lascia è avvolto dai pregiudizi e da una sorta di “odio” che spesso non corrispondono alla realtà, ma si tratta solo di preconcetti sull’argomento. Tutto questo alimenta ancora di più il senso di colpa e la voce sorda che schiaccia la persona che ha deciso di porre fine alla relazione..

Il senso di colpa è un limite che impedisce di andare avanti

“Sei cattiva se lo lasci. Aspetta. Forse devi solo accettare il fatto che non puoi essere sempre felice. Resta con lui, altrimenti soffrirà molto”. Sono pensieri di questo tipo che vorticano nella testa di chi sta pensando di mettere fine ad un rapporto di coppia.

La paura che l’altro soffra, il malsano e ingiustificato senso di colpa per cui ci sente responsabili del suo malessere spesso portano a portare avanti la relazione o a non mettervi mai fine. Si finisce in uno stato di “stand by” costante e non si fa nulla per paura che l’altro soffra. Così passa il tempo, passa la vita.

Questo senso di colpa va oltre le culture. Si basa sul pensiero sbagliato per cui ci sentiamo responsabili della vita degli altri. Del loro dolore e della loro allegria. Ovviamente, quando ci lasciano, si dà la colpa della sofferenza e della fine del rapporto alla persona che ha preso l’iniziativa. È questa l’origine del nostro disappunto: la persona che amiamo ci dice che non vuole più stare con noi.

Chi lascia non può farsi carico del dolore dell’altro

Una cosa è la sofferenza che nasce alla fine di un rapporto, un’altra, invece, è essere responsabile della sofferenza dell’altro una volta terminata la relazione. La vita è allegria ed è dolore, è fatta di certezze e di incertezze. Da una parte è amore, dall’altra disamore.

Non possiamo permettere che qualcuno ci renda responsabili della sua esistenza. In caso contrario, non avremmo margine di azione. Non potremmo mai prendere decisioni perché avrebbero sempre delle ripercussioni su chi ci circonda. Vivremmo in una sorta di staticità per paura di mandare all’aria l’equilibrio esistente.

“Se non mi muovo, se non agisco, evito all’altro di soffrire. Tuttavia, non vivo. Se non prendo decisioni, non posso scoprire il mio mondo interiore né quello esterno”. Per paura della reazione dell’altro, mettiamo a tacere ciò che pensiamo e proviamo. Smettiamo di essere autentici. Smettiamo di inseguire i nostri sogni. Mettiamo la vita da parte, che siano i coraggiosi a viverla!

Vivere ha delle conseguenze

In effetti, come conseguenza di questo senso di colpa che ci schiaccia e limita spesso ritorniamo sui nostri passi. Tentiamo, senza fiducia, di rifare e rivivere questa relazione ormai finita e trasformarla in una possibile riuscita. Mettiamo da parte la vita, perché pensiamo di non avere abbastanza coraggio e forza per agire e prenderci la responsabilità delle conseguenze di quello che facciamo o diciamo.

Non possiamo permettere che gli altri ci rendano responsabili delle loro vite e non possiamo farlo nemmeno noi di nostra spontanea volontà. È un sacrificio di frutti sterili che prolunga solo il deserto e alimenta i miraggi.

Questo ostacola le esperienze, esperienze necessarie a crescere, ad imparare, a diventare adulti, ad essere più ricchi mentalmente. Tutte le nostre esperienze conferiscono qualità al nostro percorso di crescita. Soffrire fa parte della vita e nessuno può impedirlo sulla base di un senso di colpa invalidante che ha origine da un pensiero totalmente sbagliato.

Cari lettori, non lasciate che il senso di colpa vi obblighi a rimanere se non è ciò che desiderate. L’altra persona merita che siate autentici e onesti nei suoi confronti.

fonte: https://lamenteemeravigliosa.it/senso-di-colpa-fine-rapporto/

La metafora della fenice che risorge dalle ceneri

 

L’esperienza di persone che, dopo un trauma, esperiscono un cambiamento psicologico positivo in alcuni aspetti della vita

I proverbi come “non tutto il male viene per nuocere” e “dopo la tempesta torna sempre il sereno” testimoniano quello che la saggezza popolare ha da sempre sostenuto: i momenti critici e gli eventi di vita avversi possono rappresentare, per l’individuo, un potenziale sviluppo positivo per la persona e non esclusivamente un rischio per il suo benessere psicologico.
Ma è davvero così? In effetti, a ricerca psicologica che negli ultimi venti anni si è occupata degli aspetti positivi conseguenti a eventi traumatici ha identificato il fenomeno della “Crescita Post-traumatica” (Posttraumatic Growth-PTG). Secondo i principali autori, Lawrence Calhoun e Richard Tedeschi, professori del Dipartimento di Psicologia dell’Università del North Carolina, a Charlotte, la PTG descrive l’esperienza di quelle persone che, dopo un trauma, non solo lo superano ma esperiscono un cambiamento psicologico positivo davvero importante e profondo in alcuni aspetti della vita. Non è quindi un semplice ritorno al precedente funzionamento, ma una modifica dello stato in cui si trovavano prima dell’evento traumatico, perché quest’ultimo può essere considerato come un terremoto psicologico che scuote le fondamenta degli schemi della persona, le sue credenze e le sue capacità di prendere decisioni. Una crisi così forte porta a una perdita generale di significato dell’esistenza, perciò da queste macerie sarà necessario ripartire, e, proprio come fa la figura mitologica della fenice che risorge dalle proprie ceneri, la persona dovrà tornare a una vita diversa dalla precedente, ricostruendo strutture nuove e più forti, che possano resistere ad altri futuri terremoti.
Come avviene tutto ciò? Gli autori hanno creato un modello per descrivere la crescita post-traumatica in cui, nelle prime fasi, è essenziale che avvenga un’elaborazione cognitiva simile alla ruminazione ma più deliberata, riflessiva, perché consente di pensare a nuovi obiettivi e a come perseguirli. Il disinvestimento dai vecchi obiettivi ormai non più perseguibili è fondamentale. Il fine che si ottiene è uno sviluppo di una saggezza diffusa nei confronti della vita: le persone riescono a dare un senso a ciò che è accaduto. Naturalmente non si tratta di negare il dolore, la sofferenza psicologica e gli effetti negativi di un trauma sulla psiche di una persona, che perdureranno durante tutto il processo.
La crescita post-traumatica si evidenzia in cinque domini: si acquisisce una maggiore consapevolezza della forza personale; si verifica un’apertura verso nuove possibilità, nuove esperienze, e un cambiamento negli scopi di vita; si costruiscono nuove relazioni con gli altri e si rinsaldano quelle vecchie, si ha maggiore senso di compassione ed empatia per gli altri; aumenta l’apprezzamento per la vita, cambiano le priorità; aumenta la spiritualità, cambia il senso della vita, il suo scopo e significato, si arriva a una maggiore chiarezza delle risposte ai quesiti esistenziali.

Il processo di crescita non è una diretta conseguenza del trauma ma è il risultato di una lotta attiva per superarlo. Grazie a questo modello, gli operatori della salute mentale che lavorano con pazienti vittime di traumi possono mirare non solo alla riduzione della sintomatologia post-traumatica ma anche a favorire il riconoscimento e lo sviluppo di elementi positivi conseguenti all’evento. Una volta stabilita la relazione terapeutica, il terapeuta può dimostrarsi aperto a recepire tutti i possibili risvolti positivi che emergono dalle parole del paziente per restituirglieli. Ciò aiuta un ulteriore sviluppo del processamento cognitivo che porta dal trauma alla crescita.

Per approfondimenti:

Calhoun L.G., Tedeschi R. (2014). Handbook of Posttraumatic Growth: Research and Practice. Psychology Press, New York.

Tedeschi R.G., Calhoun L.G. (2004). Posttraumatic Growth: conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry 15(1) pag. 1-18.

fonte: https://www.cognitivismo.com/2017/06/09/la-metafora-della-fenice-che-risorge-dalle-ceneri/

Kitty Genovese : l’effetto spettatore nella psicologia sociale

Kitty GenoveseChi è Kitty Genovese?

Catherine Susan “Kitty” Genovese era una ragazza americana di 29 anni, che viveva a Kew Gardens, alla periferia di New York.

Il motivo per cui viene ricordata,  sfortunatamente, è la sua morte, avvenuta fuori da casa sua nel 1964.

Cosa rende questo sfortunato evento così diverso dagli altri?

Le circostanze.

Kitty fu aggredita in strada da un uomo armato che la pugnalò per mezz’ora. Un tempo così prolungato poiché l’assassino, vedendo persone alle finestre che assistevano, a volte si interrompeva temendo l’arrivo della polizia, salvo poi riprendere e ritrarsi nuovamente in una danza mortale con molti testimoni. Nessuno dei quali però intervenne o chiamò aiuto.

Perché chi assistette non intervenne?

All’epoca dei fatti, la prima spiegazione fornita fu che il comportamento anomalo delle persone presenti era una conseguenza della perdita di valori tipica della società contemporanea e della sempre maggior tendenza all’individualismo e all’indifferenza verso le sofferenze altrui. Ma fu di fronte a questa insoddisfacente risposta che entrarono in gioco Bibb Latané e John Darley, psicologi sociali Statunitensi.

Cosa fecero i due psicologi?

I due studiosi partirono dal presupposto che fosse sbagliato tentare di capire una situazione di mancato soccorso indagando le caratteristiche dei singoli membri della folla. Sarebbe stato più utile focalizzarsi sulle relazioni creatisi in quel frangente tra gli “spettatori”.

Proposero un modello comprendente le fasi tra l’osservazione dell’avvenimento e l’azione:

  • Essere consapevoli e divenire spettatori dell’accaduto
  • Decidere se la situazione richiede aiuto
  • Assumersi la responsabilità dell’eventuale soccorso
  • Decidere come intervenire
  • Implementare la decisione

Fu sottolineato come la decisione di dover intervenire non sempre sia facile da prendere. Per esempio se si sente una donna urlare può non trattarsi di un furto o di un pericoloso criminale. Potrebbe essere il suo fidanzato che sta solo alzando la voce, e dunque aggredirlo per fermarlo risulterebbe fuori luogo.

Il punto cruciale dell’intera sequenza comportamentale e decisionale fu tuttavia ritrovato nel passaggio successivo, ossia l’assunzione di responsabilità.

Nel caso di Kitty, tra un’intera folla nessuno reputò che fosse il caso di intervenire; come mai neanche uno di loro reagì?

Per Latané e Darley la risposta si riscontrò nel cosiddetto “effetto spettatore”, ossia la situazione in cui gli individui non offrono alcun aiuto a una vittima in presenza di altre persone, con una relazione inversamente proporzionale tra il numero di persone e la possibilità di soccorso, tale per cui maggiore è il numero di spettatori, minore è la probabilità che qualcuno agisca.

Ciò avviene per l’ignoranza pluralistica infragruppo. Situazione in cui i membri pensano che gli altri abbiano più informazioni riguardo un avvenimento, e dunque si conformano al loro comportamento per sentirsi nel giusto, conformi alle norme del gruppo stesso.

Ovviamente non si tiene conto che se tutti si comportano così c’è il rischio di rimanere inermi copiandosi a vicenda.

Un esperimento di conferma

Per testare l’effetto spettatore e l’inibizione che esso comporta, Latané e Darley condussero un esperimento nel 1968 alla Columbia University. Usarono come soggetti gli studenti universitari.

I ragazzi erano invitati a sedersi in una stanza e a compilare un questionario sulle condizioni di vita nelle grandi metropoli. Ciò che veniva manipolato dagli psicologi era il numero di persone presenti nella sala, per cui il soggetto sperimentale poteva ritrovarsi solo o in compagnia di altri.

Dopo qualche minuto dall’inizio della compilazione, da una feritoia veniva fatto fuoriuscire un fumo non tossico, ma evidente.

Ciò che poterono notare immediatamente furono delle enormi differenze nei tempi di reazione, per quanto riguardava il semplice fatto di accorgersi della presenza del fumo.

I ragazzi lasciati soli nel 63% dei casi notarono il fumo dopo neanche 5 secondi, mentre di quelli in compagnia meno del 26% rispettò questa tempistica e gli altri, nonostante il tempo scorresse, non sembravano curarsene.

A seguito di queste misurazioni fu possibile notare sin da subito come la semplice presenza di altre persone fosse in grado di inibire la percezione dell’ambiente e di eventuali pericoli presenti in esso.

Dopo 6 minuti, in ogni caso, tutti i presenti venivano spostati in un’altra stanza e veniva loro chiesto esplicitamente se avessero visto o meno del fumo e tutti, anche coloro che non avevano dato segno di averlo notato, risposero affermativamente.

Le risposte

Allo stupore simulato dello sperimentatore, coloro che avevano segnalato il problema risposero in modo sensato, affermando per esempio di non aver agito immediatamente tentando di capire se si trattasse di un incendio, ma di aver reputato necessario intervenire in ogni caso.

Coloro che invece non avevano detto alcunché, in questo frangente dettero delle spiegazioni molto variegate. Da quelle semplicistiche come un presunto e innocuo danno al sistema di areazione a teorie più bizzarre, come aver considerato il fumo gas della verità per ottenere risultati veritieri o addirittura una simulazione dei gas di scarico delle metropoli trattate nei questionari come aiuto per l’immedesimazione.

Da tale esperimento fu dunque possibile riscontrare e confermare come la presenza di altre persone fosse realmente in grado di manipolare non solo le reazioni volontarie, bensì anche la percezione dell’esterno e dei fatti; i singoli avevano rilevato il pericolo ed erano intervenuti senza alcun problema.

Gli altri erano stati frenati dalle altre persone e piuttosto che intervenire, a volte guardavano i presenti per scorgere eventuali reazioni.

La mancata presenza di una manifestazione, da parte del resto del gruppo, di una consapevolezza della presenza del fumo o della pericolosità era riuscita a congelare i soggetti sperimentali dall’agire, con il pensiero che “ se nessuno fa nulla, allora non è realmente un problema”.

Riferimenti e fonti

Brown, R. “Psicologia sociale dei gruppi”, Il Mulino, 2000.

Hogg, M.A. e Vaughan, G.M. Psicologia sociale”, Pearson,  2016.

Palmonari, A. e Cavazza, N. “Ricerche e protagonisti della psicologia sociale”, Il Mulino, 2003.

Sacchi, S. e Brambilla, M. “Psicologia della moralità”, Carocci editore, 2014.

Biography.com Editors “Kitty Genovese Biography”, per approfondire qui .

Lassam, Nina “The brutal murder that started 9-1-1”, The Lineup, per approfondire

Empatia: effetti negativi sulla salute

Quando un amico condivide con noi una brutta notizia, il nostro istinto solitamente ci dice di aiutarlo. Tuttavia, mettersi nei panni altrui, immaginando come ci sentiremmo se fossimo noi a soffrire, potrebbe avere effetti negativi sulla salute.

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Anneke Buffone, ricercatore dell‘Università della Pennsylvania, ha scoperto che adottare la prospettiva della persona che soffre potrebbe innescare risposte fisiologiche pericolose per la salute.

Tuttavia, la capacità dell’individuo di riflettere sul modo in cui si sente la persona che soffre, invece, può determinare una risposta positiva per la salute. L’autore ha spiegato: “Questa è la prima prova empirica che dimostra gli effetti potenzialmente dannosi del mettersi nei panni altrui”.

Buffone e i suoi collaboratori hanno condotto uno studio, basandosi su precedenti ricerche che hanno dimostrato come i comportamenti altruistici possano paradossalmente determinare effetti positivi ma anche negativi per la salute e prendendo in considerazione quei fattori responsabili dei differenti esiti.

Per fare ciò, hanno elaborato un esperimento, i cui partecipanti erano chiamati a ricoprire il ruolo di “aiutante” di una persona che soffriva. Più di 200 soggetti in età universitaria sono stati collegati ad apparecchiature che monitoravano una serie di marker psicofisiologici, tra questi la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca ed altri parametri cardiovascolari, utilizzati al fine di differenziare una reazione di minaccia (uno stato di arousal negativo) da una risposta di sfida (uno stato di arousal positivo).

Sono stati forniti dei testi ai partecipanti, i quali sono stati portati a credere che fossero scritti dai loro compagni di studio. Queste storie personali avevano l’intento di indurre l’empatia, descrivendo un background problematico di un ipotetico altro studente, caratterizzato da problemi finanziari in seguito ad un recente incidente automobilistico e dal dover fronteggiare lo stress derivante dal prendersi cura del fratello minore in seguito alla morte della madre, avvenuta anni prima.  I soggetti dello studio sono stati invitati a rispondere a coloro i quali avevano scritto questa storia, attraverso un messaggio video, offrendo commenti e consigli utili.

Per evocare le diverse tipologia di empatia, i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi e a ciascuno di questi sono state fornite istruzioni lievemente differenti prima di leggere le storie.  Ai membri di un gruppo è stato chiesto di leggere, immaginando come si sarebbero sentiti se avessero avuto le stesse esperienze. Ai membri di un secondo gruppo è stato chiesto di leggere la storia immaginando il modo in cui si sentivano gli scrittori, mentre al terzo è stato chiesto di rimanere oggettivi e distaccati durante la lettura.

Buffone e colleghi hanno scoperto che l’atto stesso di aiutare ha indotto un cambiamento fisiologico in tutti i partecipanti, ma la qualità di tale cambiamento differisce tra i gruppi.

Il primo gruppo, immaginando di soffrire come l’altro studente, ha mostrato segni di una risposta fisiologica di attacco o fuga, come se dovessero reagire ad una minaccia. I membri del secondo gruppo, immaginando i sentimenti dei loro compagni, mostravano una arousal più intenso, come se dovessero affrontare una sfida gestibile. Questo avviene perché, quando si pensa ad una situazione con una certa distanza, si avverte la preoccupazione, la compassione e il desiderio di aiutare, ma non si sente esattamente ciò che l’altra persona sta provando.

La risposta fisiologica di minaccia è associata al rilascio del cortisolo, ormone dello stress. L’attivazione cronica di questa risposta potrebbe portare ad una serie di effetti negativi sulla salute, tra questi i problemi cardiovascolari.

Questi risultati possono essere particolarmente importanti per coloro i quali svolgono professioni di assistenza e di cura, come medici e infermieri, i quali si trovano ad assumere automaticamente la prospettiva altrui.

Come suggerisce Buffone: “L’empatia è molto importante per i professionisti della salute e molto spesso è la motivazione per cui hanno scelto questo campo. Pertanto, è necessario educare i medici a non reprimere le risposte emotive e a trovare la tipologia di risposta giusta, pensando agli altri piuttosto che immaginando come si sentirebbero nella stessa situazione”.

Fonte: https://www.psiconline.it/news-di-psicologia/empatia-effetti-negativi-sulla-salute.html