Porno. La morte della sessualità

I due volti della vergogna

La vergogna ha due volti. Da un lato è sentimento interno, che si prova di fronte a un gesto del soggetto, il soggetto si divide in due: la parte che ha commesso quel gesto, prima, la parte che giudica il gesto commesso come disonorevole, dopo. Il contrasto tra queste due istanze produce vergogna, come se il soggetto si svegliasse da un sogno. Per esempio, il sogno di essere nudi di fronte a persone di rispetto. Sogno d’inibizione. Freud ci ha insegnato cha accade a tutti, dunque la vergogna diminuisce.

La vergogna ha un lato interno e uno esterno, posso provare vergogna di fronte a me stesso, senza che altri conoscano le vicende che me la procurano. Per alleviare le pene della vergogna posso confidare le vicende che mi hanno condotto a vergognarmi. Ne parlo a persone di cui mi fido, ma mi metto a rischio. La persona che riceve le mie confidenze può custodirle, dirmi una parola di conforto, che serva a rendere la vergogna più lieve, ma può condannarmi oppure approfittare della mia confidenza, per render note queste vicende agli altri. Così si rompono le amicizie, così si creano le ferite familiari.
Ma c’è di più, può accadere che il gesto della vergogna diventi pubblico, come a Tiziana Cantone. In questi giorni il suo caso ne ha fatti emergere altri, una ragazza di quindici anni, una donna di quaranta.

La vita e la morte sessuale

La questione, nel caso di Tiziana Cantone, riguarda la pubblicazione di video porno che qualcuno avrebbe girato, in cui lei sarebbe stata protagonista, qualcosa relativo al sesso, nella sua dimensione brutale. In un momento impulsivo ci si può mostrare in modo inappropriato, assurdo. Per ragioni insondabili si esibisce il proprio corpo senza pudore. Accade che quel che sogniamo diventa reale, esce dal dominio immaginario e si mostra pubblicamente. In questi casi ci si può non svegliare più. Il rimorso di essere protagonisti di un evento pubblico, la cognizione che quell’evento sia passato dal regno dell’immaginario a quello reale può farci piangere, disperare, impazzire, uccidere.
La storia e la fenomenologia del gesto suicidario sono altrettanto importanti. L’impiccagione non è un omicidio/suicidio qualunque. Ha rapporti più stretti di quanto si pensi con la sessualità.

Eva Cantarella racconta che l’impiccagione tra gli antichi è gesto o destino femminile. L’impiccagione di Giocasta, moglie e madre di Edipo, l’impiccagione, da parte di Ulisse, delle ancelle infedeli, che hanno rapporti sessuali con i proci, sono i due esempi più noti. Cantarella aggiunge che in Arcadia e in Tessaglia le giovani vergini si impiccano per evitare lo stupro.

C’è un nesso arcaico tra impiccagione e sessualità, tra impiccagione e stupro, incesto. Il gesto di strappare i vestiti di dosso, che avviene durante lo stupro, ha qualcosa in comune col gesto del togliersi un capo di vestiario, il foulard, la cravatta, la cintura, per impiccarsi.
Le giovani vergini di Arcadia e Tessaglia s’impiccano per evitare la vergogna dello stupro, lo fanno in maniera preventiva, conoscono il loro destino e lo evitano impiccandosi.

Tragedia e realtà

Qual è la differenza? I racconti arcaici stanno all’origine della civilizzazione, mostrano le conseguenze di quanto accade dove non c’è protezione, dove il soggetto è inesorabile preda della necessità. Là, di fronte allo sgomento, non resta che il suicidio.

Con la tragedia, emerge la differenza tra il piano letterario, dove il destino si compie, e quello della vita reale, che produce l’immedesimazione, quindi la paura e l’angoscia di ripercorrere lo stesso cammino. La tragedia fa emergere un soggetto che si può sottrarre alla necessità.

In epoca moderna questa funzione è svolta anche dalla psicoterapia: Freud, nell’inesauribile capitolo sesto dell’Interpretazione dei Sogni, racconta dell’analisi di una donna che, nel dire al marito: “impiccati!”, esprime un desiderio sessuale verso di lui, avendo letto di recente che nell’impiccagione maschile si manifesta una repentina erezione.

Oggi però non ci sono più protezioni, la tragedia è morta, la psicoanalisi tramonta, come quando in un circo si toglie la rete, per accrescere la suspense, ma anche i rischi di morte.

Nel caso di Tiziana Cantone l’impiccagione avviene a posteriori, nachträglich, per usare un termine caro a Freud. Non è tragedia, è peggio, è tragedia che diventa realtà. Non c’è bisogno di andare a teatro, basta leggere il giornale, guardare la televisione, quelle scatole che dicono cosa davvero accade.

La tragedia è morta, è morto il dispositivo che mette in guardia il soggetto di fronte alle conseguenze dei suoi gesti; che, attraverso la scena, li rende possibili, ma non necessari. Siamo di nuovo preda della necessità. Abbiamo bisogno di una nuova cultura per rielaborare le conseguenze delle nostre azioni, una cultura meno psicotica.

Responsabilità

La psicologa Carol Gilligan, nel libro Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, parla di un’etica della responsabilità più affine al femminile, un’etica in cui ogni nostro gesto, anche quelli che ci appaiono sommamente giusti, è inserito in una trama di eventi che possono stravolgerlo e farci vergognare di averlo “commesso”. In quel momento di crudeltà, abbiamo bisogno della tenerezza. Del gesto protettivo materno.

Non voglio essere frainteso, queste righe sono lontane da prescrizioni moraliste. La sessualità ha sempre contemplato orizzonti “perversi e polimorfi”, è una pluralità di pratiche differenti. Voyeurismo, feticismo, masochismo, sono azioni diffuse dentro la sessualità. La pratica sessuale ha bisogno di restare dentro “il messaggio ‘questo è gioco’”, come ricorda il titolo di un colloquio condotto da Gregory Bateson presso la Fondazione Josiah Macy, nel 1956.

La civiltà non è moralismo, è spirito di finezza nel saper dividere il privato dal pubblico, capacità di distinguere ciò che può essere raccontato da ciò che è vissuto, differenza tra il letterario e il reale.

Se il rapporto sessuale – con tutte le sue variazioni masturbatorie, clitoridee, anali, voyeuriste, feticiste, masochiste – diventa affare pubblico, che si svolge nella realtà di una macchina della verità (giornale, televisione, computer, internet, social network), vuol dire che i limiti della civiltà e della cultura sono saltati, che tutto è uguale a tutto, che se qualcuno spara, posso sparare anch’io.

Come ha sostenuto Ugo Morelli, in un saggio recente, si entra nel regno dell’insensibilità, che è anche il regno dell’insensato. In questo caso, la vergogna è sentimento che si può non provare, alieno. Dipende dalle inibizioni, dal tempo e dalla memoria. Tiziana Cantone questo sentimento lo ha provato, si è vergognata, e si è suicidata di fronte al cyberbullismo di quelli che vergogna non ne provano mai.

fonte: http://rolandociofi.blogspot.it/2016/09/porno-la-morte-della-sessualita.html
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