Sindrome del burnout e attacchi di panico

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Il prerequisito fondamentale per l’efficacia professionale è l’equilibrio dell’operatore. Nel burnout tale condizione viene meno con conseguenze sul benessere psicofisico della persona e sulla qualità del suo lavoro.

Con il termine burnout (in inglese: bruciato, fuso) si indica una condizione di stress lavorativo protratto e intenso che determina un logorio psicofisico ed emotivo, cui seguono demotivazione, svuotamento interiore, disinteresse e senso di inefficacia per l’attività lavorativa (con riduzione della produttività). Questa sindrome è stato descritta per la prima volta nel 1974 dallo psicoanalista statunitense Herbert J. Freudenberger che, in un articolo sulla rivista Journal of Social Issues, ne formulò le caratteristiche fondamentali riscontrandolo negli operatori di una struttura psichiatrica. Successivamente il problema è stato approfondito da Christina Maslach che ha messo a punto una procedura valutativa basata su un questionario autosomministrato.

L’individuo stressato – in burn-out – rende di meno, incorre più facilmente in errori professionali, è più vulnerabile allo sviluppo di patologie somatiche – tradizionalmente correlate allo stress – come le malattie cardiovascolari, o psichiatriche, quali l’ansia, attacchi di panico e la depressione, è più esposto al rischio di infortunio lavorativo, può assumere stili di vita disfunzionali (fumo di sigarette, gambling, abuso di alcolici, irritabilità) che rendono problematica la vita di chi ne soffre, ostacolandone non solo il rendimento lavorativo, ma anche le capacità affettive e relazionali. Particolarmente diffusa nelle professioni sanitarie ed educative (infermieri, medici, insegnanti), presenta numeri preoccupanti nel nostro Paese. Una ricerca condotta dal Comune di Milano per i casi di inabilità al lavoro, nel periodo 1992/2001, ha mostrato che, su oltre 3000 persone, le più colpite sono le insegnanti, con una frequenza doppia di patologia psichiatrica rispetto ad altre categorie (Lodolo D’Oria, e coll., 2002).

I tipici sintomi del burnout interessano diversi livelli, da quello cognitivo a quello fisiologico.

Sintomi cognitivo/emotivi

Scoraggiamento, difficoltà di concentrazione, incubi notturni, irritabilità, sensi di colpa e fallimento (sia nella sfera professionale che privata), distacco emotivo (indifferenza verso gli utenti), cinismo, trascuratezza degli affetti e delle relazioni, iperinvestimento sul lavoro, che diventa il centro della propria vita, anche a dispetto dell’esaurimento delle energie. Esempi di distacco psicoemotivo in ambito scolastico riguardano l’adozione di forme d’insegnamento esclusivamente tradizionali, l’applicazione non flessibile della programmazione, l’attribuzione del fallimento scolastico dell’alunno al suo scarso impegno, a modeste capacità intellettive o alla famiglia e al ceto sociale di appartenenza, e l’abbandono di strategie didattiche quali il recupero individualizzato.

Sintomi comportamentali

Assenteismo, mancanza di iniziativa, aggressività verso gli utenti, aumento dei comportamenti di dipendenza (caffè, fumo o farmaci, con il serio pericolo di sviluppare malattie psichiatriche, come depressioni gravi).

Sintomi fisici

Disturbi intestinali (gastrite, stitichezza), senso di debolezza, emicrania, allergie e asma, insonnia, inappetenza. Chi soffre di burnout vuole dimostrare le proprie capacità a tutti i costi, ma nutre profonda sfiducia in se stesso, e spesso non si rende conto che il logoramento di cui è vittima gli imporrebbe di riposarsi e pensare al proprio benessere. La maggior parte degli studi clinici e epidemiologici sul burn-out lavorativo sono stati rivolti agli operatori che svolgono compiti terapeutici (medici, infermieri, psicologi, psicoterapeuti) e in misura minore, allo studio di quelle che, pur non appartenendo all’area sanitaria, vengono riconosciute ugualmente come «helping professions» (assistenti sociali, tecnici di riabilitazione, educatori professionali, sacerdoti, poliziotti, insegnanti).

Per quanto riguarda gli insegnanti (a tutti i livelli d’insegnamento, a partire dall’insegnante di scuola dell’infanzia fino al professore universitario), non è da sottovalutare il fatto che questa professione espone in prima persona nella relazione con l’allievo, comportando impegno sul piano emotivo e un notevole carico in termini di stress e di aspettative. Alcuni studi sulle patologie professionali degli insegnanti (tra cui lo studio Getsemani, sviluppato a partire dall’analisi degli accertamenti sanitari per l’inabilità al lavoro) dimostrano ad esempio che le patologie psichiatriche (per la maggior parte riferibili alla sfera ansioso-depressiva) sono più frequenti rispetto alle patologie fonatorie nel determinare l’inidoneità permanente all’attività docente. Sin dalla prima metà degli anni ’80 la sindrome del burn-out negli insegnanti è stata oggetto di attenzione da parte di molti studiosi internazionali ed è stata riconosciuta come risultante di alcuni elementi principali: affaticamento fisico ed emotivo; atteggiamento distaccato e apatico nei confronti di studenti, colleghi e nei rapporti interpersonali; perdita della capacità di controllo (Folgheraiter, 1994), ovvero smarrimento di quel senso critico che permette di attribuire all’esperienza lavorativa la giusta dimensione; sentimento di frustrazione dovuto alla mancata realizzazione delle proprie aspettative.

Proprio su quest’ultimo elemento si è soffermato Franco Baldoni, attualmente docente di Metodologia Clinica presso il corso di laurea magistrale in Psicologia Clinica dell’Università di Bologna. Per tali motivi, in ragione della portata e della multidimensionalità del problema che interessa gli ambiti sanitario, sociale, culturale, economico e istituzionale, occorrerà formulare e realizzare adeguati programmi di prevenzione dello stress lavorativo con l’obiettivo di rendere la persona più consapevole delle risorse di cui dispone per migliorare la sua capacità di far fronte alle complesse sfide dela vita.

La terapia cognitivo-comportamentale per il burnout

Nell’ ottica cognitivo-comportamentale, si lavora su una gestione dell’ ansia e della tensione parallelamente a tecniche di ristrutturazione cognitiva. Infatti spesso occorre sostituire pensieri depressivi del tipo “l’alunno non apprende, sono un incompetente” con pensieri più razionali e positivi sul tono dell’umore come “farò del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. I primi infatti determinano risposte emotive e comportamentali di aggressività, che si alternano a disperazione e inutilità, “non riesco a raggiungere i miei obiettivi, devo impegnarmi di più”. L’obiettivo del trattamento è cambiare questo modo di pensare per ridurre l’intensità delle emozioni negative (e della conseguente tensione corporea) e creare un clima sereno e produttivo all’interno dell’ambiente lavorativo. Inoltre vanno insegnate strategie di gestione della classe e di assertività. abilità che serve a contrastare sia la tendenza alla passività “non sono in grado di aiutare nessuno” sia cinismo e aggressività, apprendendo a rispondere a richieste eccessive con chiarezza, calma e salvaguardando il rapporto di fiducia con l’utenza e l’immagine lavorativa.

Una pratica ampiamente usata per contrastare gli effetti di pensieri ed emozioni frustranti è la Mindfulness, tecnica meditativa che si fonda sulla presa di coscienza (consapevolezza) delle sensazioni presenti che vengono accettate, senza giudizio, senza valutazioni, nel loro “naturale fluire” (Harris, 2009). Si impara a vivere nel presente, senza colpevolizzarsi per il passato né temendo il futuro, con benefici su molti disturbi emotivi e fisici, tipici del burnout (disturbi del sonno, cefalee, dolori muscolari, ansie, depressioni, paura del fallimento) (Gilbert, 2005). Non meno importante è la collaborazione con i colleghi, fondamentale per sfogare le proprie frustrazioni e preoccupazioni e diminuire il peso delle responsabilità. A questo fine il supporto dato da gruppi di sostegno con altre persone che vivono la stessa condizione di logoramento, e la vicinanza dei familiari, evitano il sovraccarico di ansie e tiene lontani da comportamenti dannosi per sé e gli altri. Necessario anche riprendere contatto con i propri bisogni (coltivando hobby e interessi o riprendendo i contatti sociali che si erano persi concentrandosi troppo sul lavoro), servirà a non logorare le energie indispensabili per curare le persone che chiedono a loro volta aiuto.

Ad oggi sul burnout è possibile intervenire con ottimi risultati, ma è necessario rendersi conto che continuare a negare le proprie necessità primarie (riposo, svago, tranquillità) porta solo all’autodistruzione e che si ha urgente bisogno di aiuto per cambiare stile di vita e far riemergere il rispetto per sé, l’ottimismo, la gioia di vivere. Uscire dal burnout è possibile, quindi, attraverso il controllo sulle proprie priorità di vita, sulle proprie emozioni e l’impegno per la riorganizzazione di un ambiente di lavoro in cui siano chiari ruoli, compiti da svolgere, aspettative realistiche di miglioramento delle difficoltà degli utenti, così da non superare i limiti personali ed esaurire le proprie energie interiori.

fonte: http://www.iwatson.com/sindrome-del-burnout-e-attacchi-di-panico/

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