“Sono un’ossessiva, è tutta colpa mia!”

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Quando favorire l’accettazione del rischio come strategia di cambiamento nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

È uscito da pochi giorni nelle librerie “La Mente Ossessiva”, il nuovo libro a cura di Francesco Mancini, prodotto insieme al contributo di professionisti esperti che operano all’interno dell’Associazione di Psicologia Cognitiva (APC) e della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).
La concettualizzazione del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) descritta nel libro, in un’ottica squisitamente cognitivista, riferisce che la sintomatologia ossessiva sia riconducibile a un super investimento finalizzato a prevenire una colpa rappresentata come catastrofica. Temere di avere una colpa, infatti, induce la persona con DOC a mettere in atto una serie di condotte per garantirsi che la minaccia temuta non si realizzi e per sentirsi moralmente a posto. Tali condotte, rivelandosi inefficaci, fungono da trigger per una auto-svalutazione che porta la persona ad attuare dei tentativi di soppressione o di autoconvincimento dell’infondatezza dei suoi dubbi.
La persona con DOC, anche quando valuta criticamente le proprie condotte tese a prevenire la minaccia e il disturbo compromette in modo serio il suo benessere, non può rinunciare a proteggersi da una colpa, poiché considera questa possibilità come “inaccettabile”: essere colpevole è qualcosa che espone ad uno scenario catastrofico e che si deve prevenire. Per una mente ossessiva, rinunciare a mettere in atto i tentativi di soluzione al proprio senso di colpa implica una doppia accettazione: della minaccia di essere responsabile di un danno futuro; del danno immediato di non essere “moralmente perfetto” rispetto ai propri standard anche se il danno colpevole non si è attualizzato.
Le linee guida internazionali per la cura del DOC indicano la terapia cognitivo comportamentale (CBT) come il trattamento psicoterapeutico più efficace. Nel testo, insieme alla spiegazione di tecniche cognitive (ad esempio la ristrutturazione cognitiva), uno spazio sempre più ampio viene dato a interventi che favoriscono il processo di accettazione del rischio.
L’accettazione, come modo di fronteggiare le sofferenze della vita, esisteva  già molto tempo prima che  Hayes e Kabat Zinn introdussero, rispettivamente, l’Acceptance Commitment Therapy (ACT) e la Mindfulness. In altri campi e anche nella stessa terapia cognitiva, in particolare nella Terapia Razionale Emotiva (RET), l’accettazione è indicata come strategia di cambiamento. L’idea comune alla base è che la vita confronta continuamente gli esseri umani con le frustrazioni e con eventi negativi e che, in molte circostanze, la migliore strategia di adattamento possibile è accettare questo dato di fatto piuttosto che contrastarlo.
Diversamente dalla ristrutturazione cognitiva, gli interventi di accettazione, descritti accuratamente nel libro curato dal neuropsichiatra infantile Francesco Mancini, non hanno l’obiettivo di rassicurare la persona sul fatto che la colpa non esiste, meno probabile o meno grave, quanto di aiutarla a prendere atto dell’inevitabilità della colpa, far sì che se ne faccia una ragione e smetta di prevenire lo scenario di colpa temuto. Per gli autori infatti, accettare gradi maggiori di rischio di compromissione equivale a ridurre il rischio di sovrainvestimento di uno scopo e, dunque, la vulnerabilità ad automatismi e circoli viziosi che alimentano l’investimento verso uno scopo anche quando sarebbe possibile e opportuna la rinuncia. Di conseguenza, enfatizzare l’accettazione come strategia di cambiamento non vuole suggerire l’abbandono di interventi di provata efficacia, bensì chiarire quando favorire l’accettazione offre vantaggi terapeutici maggiori rispetto alla rassicurazione, aiutando la persona ad accettare la colpa e a smettere di prevenire il rischio di essere moralmente imperfetta.

Per approfondimenti:

Francesco Mancini, a cura di, La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo compulsivo. Raffaello Cortina Editore 2016

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