“Ci sono passato, ti capisco”… o forse no


Un impiegato sta attraversando un momento difficile a causa di un divorzio dalla moglie. Nel tentativo di superare la sofferenza emotiva causata da quest’evento, decide di chiedere un periodo di assenza dal lavoro.

Immaginate che possa fare questa richiesta scegliendo tra due suoi superiori. Uno non ha esperienza di divorzi, mentre l’altro ha attraversato un problema simile all’inizio della sua carriera. A chi sarebbe meglio rivolgersi per questa richiesta?

Ovvio, al superiore che ha subito in precedenza un divorzio, verrebbe da dire. Sicuramente sarà più empatico nei confronti dell’impiegato, comprendendo meglio la sua sofferenza emotiva.

Risposta sbagliata.

Perlomeno, le cose non sono così semplici. Avere già sperimentato sulla propria pelle un certo tipo di evento critico ci porta ad essere più empatici e compassionevoli nei confronti di chi oggi sta vivendo lo stesso “calvario”, questo è vero, ed è anche un dato sostenuto dalla ricerca. Ma ciò si verifica nei confronti delle persone che in qualche modo stanno riuscendo a superare lo stress emotivo.

Cosa succede invece quando ci troviamo di fronte a una persona che non sta riuscendo a fronteggiare quell’evento stressante? Stando ai risultati di uno studio, in questo caso le cose cambiano di non poco.

La ricerca psicologica ha da tempo scoperto un fenomeno chiamato “gap empatico caldofreddo”. Questo fenomeno si riferisce alla nostra tendenza a dimenticare l’impatto emotivo degli eventi stressati che abbiamo vissuto, e a ricordare l’esperienza in maniera più fredda, più cognitiva.

Tornando all’esempio precedente, il superiore potrà quindi rievocare ciò che gli è capitato (“Quel divorzio mi aveva sconvolto“) e le sue reazioni affettive (“È stato il malessere peggiore della mia vita“), ma non riuscirà a rievocare le sensazioni emotive che aveva vissuto, lo stato di tristezza o di agitazione che provava. Ricorderà quindi le informazioni “fredde” dell’evento, ma non le sensazioni emotive “calde”, ovvero quelle che sta vivendo l’impiegato.

Inoltre sappiamo che essere riusciti a superare qualcosa (un evento stressante, una difficoltà, un compito arduo) ce la fa apparire più semplice di quanto non lo fosse.

Riassumendo, questo stato di cose porterà il superiore a:

  • non empatizzare con l’impiegato, se non in maniera fredda, non riuscendo a rievocare le sensazioni emotive che egli ha vissuto;
  • non ricordare le difficoltà incontrate nel superare quell’evento, ricordandolo come più semplice da fronteggiare;
  • pensare e focalizzarsi sul fatto di essere riuscito a venire fuori dal suo periodo difficile.

Con buona probabilità, il superiore penserà quindi “non vedo perché lui non debba riuscire a farcela“, o perlomeno avrà un atteggiamento di questo tipo.

Una ricerca pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology indica che in effetti le cose stanno proprio così. I ricercatori hanno condotto 5 studi di diverso tipo, per testare accuratamente le varie ipotesi tramite metodologie differenti. I risultati indicavano che aver precedentemente vissuto un’esperienza stressante portava i soggetti a valutare in maniera più negativa coloro che non riuscivano a fronteggiare un evento simile, rispetto a chi non aveva mai vissuto quell’esperienza.

Ad esempio, uno degli studi ha coinvolto i soggetti che praticavano il “polar plunge”, ovvero il bagno invernale sfidando il gelo. Si tratta sicuramente di una sfida che può provocare una certa dose di stress. I ricercatori hanno indagato le emozioni e gli atteggiamenti dei partecipanti verso coloro che non riuscivano a fare il bagno. Un gruppo di soggetti veniva valutato prima di provare a fare il bagno (quindi questi soggetti non avevano mai vissuto l’evento stressante) mentre un altro gruppo veniva intervistato solo dopo essere riusciti nell’impresa.

Come previsto, i partecipanti del secondo gruppo provavano meno compassione e maggiore disprezzo nei confronti di chi non riusciva a sfidare il freddo e a fare il bagno. Questo risultato è stato replicato in un ulteriore studio che riguardava un faticoso compito di abilità cognitive.

Aver condiviso le stesse esperienze di vita, quindi, non sempre è indice di maggiore compassione verso l’altro. Quando ci troviamo di fronte a una persona che non riesce a superare un ostacolo che noi in passato siamo riusciti a fronteggiare, ci viene naturale pensare al nostro essere stati capaci e tenderemo a ricordare l’ostacolo come più facile di quanto non lo fosse stato.

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