LA CULTURA INFLUENZA LA NOSTRA FELICITA’?

happiness-725847_960_720Aristotele asseriva che “la felicità è il significato e l’obiettivo della vita, l’intero scopo e fine dell’esistenza umana”. Nell’ambito della ricerca psicologica sulla felicità, una persona felice è lei/lui che “ha piacevoli sensazioni per la maggior parte del tempo, e si sente soddisfatto della sua vita in generale” (Oishi & Gilbert, 2016).

Noi tutti vogliamo provare la felicità, un’emozione che molti teorici considerano la più universale delle emozioni con le sue connotazioni e circostanze diverse, quando osservata attraverso una lente culturale diversa. Le differenze possono essere sottili. Dopo tutto, noi tutti abbiamo bisogno di gioia come abbiamo bisogno di aria. Queste sfumature sono ciò che rendono la felicità con un gusto culturalmente raffinato, se venato di malinconia col passare delle stagioni in un angolo del mondo o l’ esuberanza di incontri familiari in un altro.

Cosi come siamo, come una famiglia umana, tutti uguali nella nostra felicità, la nostra interpretazione della felicità dipende dal contesto culturale in cui siamo inseriti? Negli ultimi decenni, decine di studi hanno esplorato l’influenza della cultura sulla felicità o il benessere soggettivo . C’è molto che condividiamo quando si tratta della nostra esperienza di felicità. La ricerca che abbraccia quattro decenni, 182 paesi, 97 studi, per esempio, ha dimostrato che su sette emozioni discrete (rabbia, disprezzo, disgusto, paura, felicità, tristezza, sorpresa), la felicità è l’espressione più accuratamente riconosciuta attraverso le culture. Sono state riscontrate convergenze cross-culturali anche nei meccanismi di valutazione, in circostanze simili in tutto il mondo in cui apparentemente ciò che ci rende felici sono quelle situazioni ed eventi che sono piacevoli, soddisfano i nostri obiettivi, bisogni e desideri, e quelli che elicitano i nostri stati interiori. Esprimiamo anche un comportamento fisiologico simile quando siamo felici (ad esempio, sorridente / ridere). Le persone di tutte le culture considerano la felicità come uno dei loro obiettivi personali più cari. Anche le campagne e movimenti nazionali hanno come obiettivo costruire società più felici.

Che cos’è, allora la felicità per le persone di tutto il mondo e in che modo la cultura forma la nostra esperienza di essa? Per la maggior parte degli americani, la felicità è un diritto umano inalienabile ed è comunemente associata con le esperienze positive e i successi personali. Quando è stato chiesto di descrivere le caratteristiche di felicità, i giapponesi alludono all’ armonia sociale, alla natura transitoria della felicità, insieme con le sue conseguenze socialmente dirompenti. Studi cross-culturali hanno rivelato che mentre per gli americani la felicità è associata con alta eccitazione ossia stati positivi come esaltazione, entusiasmo ed eccitazione, i cinesi invece definiscono la felicità attraverso stati positivi a bassa eccitazione (ad esempio, calma e relax). Ci sono anche differenze nel senso che il termine felicità detiene attraverso le culture. Per esempio, i ricercatori hanno osservato che in alcune lingue, tra cui polacco, russo, tedesco e francese, la felicità evoca stati e condizioni che sono più rari rispetto all’inglese. In realtà, una meta-analisi della definizione di felicità tra 30 nazioni ha rivelato che gli elementi di fortuna sono almeno in parte compresi tra l’80% delle nazioni nella comprensione delle felicità, proprio come lo erano nell’antica Cina e in Grecia, dove la felicità era considerata un concetto fatalista, un dono divino che aveva a che fare con la fortuna e sfortuna. (Negli Stati Uniti, la definizione di felicità non include più la nozione di buona fortuna).

In alcuni contesti culturali, le prospettive sulla felicità sono più ambivalenti. Per esempio, le credenze confuciane sulle radici comuni di felicità e infelicità incoraggiano un atteggiamento meno vincolante verso l’essere felice tra molte culture dell’Asia orientale. Così, i cinesi pensano meno spesso di quanto felici e soddisfacenti sono le loro vite rispetto agli americani, mentre i giapponesi sono tradizionalmente in possesso di un atteggiamento riluttante verso la felicità. Ancora in altre culture, gli individui sono avversi o timorosi nei confronti della felicità, in base alle loro convinzioni che la sfortuna si nasconde spesso dietro gioia. Differenze culturali emergono anche negli effetti che la ricerca della felicità ha sul benessere. Recenti studi hanno rivelato che la ricerca consapevole di felicità è associata con conseguenze negative sul benessere per gli americani, lasciandoli con sentimenti di solitudine e delusione. D’altra parte, la ricerca della felicità non ha predetto risultati in termini di benessere tra i partecipanti tedeschi, invece era associata ad un aumento di livelli di benessere in Russia, Giappone e Taiwan. Una possibile spiegazione di queste variazioni interculturali è stato attribuito a differenze di auto-costrutti (indipendenti vs interdipendenti), così come il grado di collettivismo della cultura. Vale a dire, nelle culture collettivistiche dove il rapporto di armonia predice il benessere, la felicità è perseguita in modo socialmente più coinvolgente, rispetto alle culture individualistiche, dove l’attenzione su di sé è più forte e l’autostima è un importante predittore della soddisfazione di vita. Alla fine, ci sono talmente tante vie per arrivare alla felicità tante quante sono le sue interpretazioni in tutto il mondo. La ricerca ha evidenziato alcuni segnali stradali verso quella direzione, tra cui un impegno sociale positivo, l’accettazione di sé, così come avere uno scopo nella vita e dargli un significato. Ancora, l’assortimento di elementi essenziali per la ricerca di felicità per ognuno di noi appare colorato e vario (il Dalai Lama suggerisce compassione; David Steindle-Rast incoraggia gratitudine; WB Yeats credeva nella crescita; Antoine de Saint-Exupéry raccomanda azione creativa, e per Albert Einstein – la felicità è un tavolo, una sedia, un cesto di frutta e un violino). Ma, come psicologo scrive Mihaly Csikszentmihalyi, “la gioia che otteniamo dal vivere, in ultima analisi, dipende direttamente dai filtri mentali ossia da come interpretiamo le esperienze di tutti i giorni” (2003, p. 9), facendo eco ai sentimenti del filosofo greco Democrito, che oltre 2400 anni prima ha asserito che una vita felice non dipendente unicamente dalla fortuna o dalle circostanze esterne, ma piuttosto dalla “forma mentale” dell’individuo (in Kesebir & Diener, 2008, p. 117). Forse, allora, mentre corteggiamo la felicità come un amante capricciosa o la attendiamo con (im) pazienza come un ospite fortuito a cena da noi, potremmo riconoscere il ruolo di mediazione del sé tra le nostre culture e il nostro benessere, tenendo presente questo motto : If you want to be happy, be!

FONTE: http://www.psycologytoday.com

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