Senso di sicurezza: il nostro desiderio arcano

Nel ventre materno eravamo sicuri e protetti. Dopo di che arriva la non accoglienza della nascita che ci lascia nell’incerto. Tuttavia la ricerca di una condizione primitiva di sicurezza rimane radicata lungo l’arco di vita anche quando fatichiamo a riconoscerlo. Abbiamo bisogno di sentirci accolti. La domanda è allora: dove troviamo questo stato emozionale? In che misura essa è necessaria per sentirsi protetti nella propria vita? L’articolo offre un’interessante panoramica sul tema prendendo spunto da ricerche nazionali e internazionali.

1) INTRODUZIONE
La maggior parte delle persone trova facilmente immagini mentali quando viene chiesto loro di illustrare cosa intendono per senso di sicurezza. Potrebbe essere una serata seduti sul divano di casa, i pantaloni da jogging consumati oppure un vecchio pullover preferito. Tuttavia, sebbene il senso di sicurezza sia ai molti cosa nota, risulta comunque difficile definirlo. L’antropologa Brigitte Schmidt-Lauber ha cercato di esplorare scientificamente il concetto focalizzandosi soprattutto sul suo attributo di accoglienza.

2) VERSO UNA DEFINIZIONE
L’adozione della tenica dell’intervista a popolazione di età compresa tra i dieci e i novantanni, viventi in Germania, ha permesso di mettere una lente di ingrandimento su questo concetto. Ai partecipanti la ricercatrice chiese precisamente di riferire cosa per loro rappresentava il sentirsi accolti e sicuri, anche attraverso l’uso di immagini e in quale modo era possibile procurarsi questo stato affettivo di benessere.
Nel corso dell’indagine fu rilevato che la gran parte della popolazione teutonica tende ad utilizzare il termine “accoglienza” come sinonimo per indicare questo stato mentale, tant’e’ che la ricercatrice arriverà a trarre inferenza che l’ ACCOGLIENZA  è un contenuto portante per giungere alla definizione di sicurezza.
Per descrivere il tema le persone sono ispirate da immagini della natura (es. le ciliegie) e oggetti della loro quotidianità (casa con intelaiatura a traliccio, catene di una motocicletta). Tuttavia accanto a queste tipicità a carattere individuale, la maggior parte della popolazione collega il concetto di sicurezza ad oggetti ben precisi quali la candela, il sofà e il cuscino oppure ad abitudini quotidiane come guardare la televisione, mangiare con gli amici, fare le coccole ai bambini oppure la colazione a letto.
Le interviste condotte dalla Schmidt-Lauber portano inoltre ad un risultato interessante: non sono tanto i richiami mentali alle situazioni oggettive ad ispirare le persone quando si riferiscono al tema. In altre parole, le persone non collegano direttamente il “guardare la televisione” ad al sentirsi accolti e protetti. Importante risulta essere, accanto alla circostanza fattuale, anche l’esperienza personale del rapporto con l’ambiente fisico.
Un altro dato curioso è che per molti la condizione di sentirsi protetti e intimamente sicuri risveglia sentimenti ambivalenti. In effetti, se da un lato vengono erogate dai più immagini mentali ed espressioni di valenza positiva quali fonte d’ispirazione della sicurezza, dall’altro lato sussiste la tendenza a collegare questo tema alla “meschinità” e alla società ingiusta. Quando veniva chiesto di giustificare la risposta veniva riferito “ci si sente protetti solo in un piccolo gruppo” (formato da due fino ad un massimo di sei individui) . Il gruppo è riferito come composto da “amici stretti o famigliari” .. “quando non ci si sente più sotto il gruppo”, si esperisce una condizione mentale che va in direzione opposta al senso di sicurezza.
    L’UOMO E’ UN ENTITA’ DI SICUREZZA. “DER MENSCH IST EIN
GEBORGENHEITSWESEN”

Accanto alle ricerche antropologiche sopracitate, riferiamo di seguito gli studi del professore di psicologia dell’università di Passau Hans Mogel in quanto ricercatore che ha preso in considerazione, a partire dalli anni Ottanta, in modo esclusivo ciò che i tedeschi chiamano nella loro lingua “Geborgenheit” (sicurezza e intimità).
Riguardo la popolazione del Mittel Europa i dati più interessanti (che riguardano ogni fascia d’età e tutti i ranghi professionali) rivelano non solo che il “senso di sicurezza” è il più frequente attributo dell’accoglienza, ma anche che altri aspetti legati all’ambiente di vita individuale hanno un ruolo rilevante ( precisamente il  “contatto sociale” e il “calore familiare”). Mogel scopre che i suoi intervistanti, siano essi di età giovane o meno giovane, associano elementi importanti della loro vita nel definire la loro esperienza di sentirsi sicuri e intimamente protetti. La famiglia risulta la nicchia generatrice e conservatrice del sentimento di accoglienza e quindi diviene importante l’esperienza di condivisione che questo luogo offre. D’altro canto, per una fetta significativa di intervistati tedeschi, il posto di lavoro si prospetta altro luogo significativo nella classifica dei “distributori” di protezione e viene percepito come accogliente lungo tutto l’arco di vita.
Interessanti risultati provengono dalle analisi sul genere e sull’età.
Mentre il genere femminile vede l’amicizia quale fattore ingenerante senso di sicurezza soprattutto in età giovanile, dopo i cinquant’anni subentrano nelle donne nuovi “distributori”di protezione (chiesa e rapporto di vicinato).
Il genere maschile riferisce di esperire sicurezza nella convivenza con il proprio partner soprattutto a partire dai cinquant’anni, mentre l’ “amore corporale” è fonte rilevante di benessere per entrambi i generi, anche se subisce un decremento man mano che si invecchia.
 “OB-UN-DJAI”: come definiscono i tailandesi il senso di sicurezza
In Tailandia ciò che gli europei intedono senso di sicurezza si chiama “ob-un-djai” (letteralmente significa“ calore intorno al cuore”)  Precisamente, questa combinazione sintattica esprime una complessità di sentimenti che potremo riconoscere nel senso di sicurezza, nel calore, nella vicinanza e qualche volta nella felicità.
Presi complessivamente i risultati di Hans Mogel, che dal 2013 è  professore di psicologia in questo stato, possiamo rilevare che tale concetto si collega fortemente alla sicurezza esistenziale. Avere abbastanza soldi per vivere” è riferito dalla popolazione di ogni fascia di età quale aspetto fondamentale per esperire il senso di sicurezza.
A ciò si aggiungono risultati interessanti in riferimento alle fasce d’età. Per esempio i giovani di età compresa tra i dieci e vent’anni  associano la condizione di insicurezza ai  “conflitti con le altre persone” e mostrano, in confronto con i coetanei tedeschi, una più grande paura della lite. Man mano che si cresce di età diventano importanti i “dispensatori” della sicurezza, ovvero i genitori, la famiglia e gli amici, i soldi, la corona e la patria. Tra i trenta e i cinquant’anni rimane invariata la fonte di protezione dei genitori e della famiglia, tuttavia i tailandesi aggiungono anche il lavoro, i bambini e  la fortuna economica quali elementi portanti.
Il concetto di insicurezza viene associato daalla popolazione tailandese alla solitudine, al vivere in condizioni di insussistenza esistenziale e alla lite con gli altri esseri viventi.
“Amore” e “Paura” sono fortementi interrelati al tema dell’insicurezza, così rileva Mogel dalle narrazioni dei suoi intervistati i quali descrivono l’amore “stato di benessere dove tuttavia impera la paura che venga a mancare”.
3) POTENZIALI DI SICUREZZA DELL’UOMO
Se in una situazione specifica della nostra esistenza esperiamo più facilmente senso di sicurezza o meno, dipende sia da fattori oggettive che soggettivi. Ciò significa in un certo senso che possiamo allestire potenziali condizioni “favorevoli”  in modo tale da sviluppare questa condizione di benessere interiore.
Come riuscire a fare ciò, lo psicoterapeuta Ulfilas Meyer ha offerto  il suo contributo scientifico nel libro “Geborgenheit. Unsere Suche nach dem inneren Halt “ (“Sicurezza. La nostra ricerca verso la stabilità interiore”). In esso sono contenute le linee guida per favorire l’accesso ad uno stato interno di sicurezza e protezione. Di fondamentale importanza è il modo di recepire i contatti  con il mondo e con se stessi. Di seguito passerò ad una breve descrizione dei punti salienti.

1. Costruire la vicinanza con le altre persone
”L’amicizia è il senso di sicurezza che è dentro di te” ( letteralmente “Freundschaft ist Geborgenheit im Du”) cosi descriveva il senso di sicurezza Zenta Maurina, scrittrice lettone citata dallo psicoterapeuta Meyer nel suo libro. In altre parole: attraverso la vicinanza agli altri troviamo il senso di sicurezza nel mondo.
Le persone hanno bisogno di legami. I bambini mostrano questo bisogno di vicinanza attraverso l’aggrapparsi e il piangere quando si sentono lasciati da soli. Nell’età adulta questo desiderio arcano si esplica nell’aderire intimamente ad amicizie e a partner e nel costruire un reticolato sicuro a livello sociale. Ogni persona ha bisogno di relazioni personali costanti e prevedibili. Ciò riguarda soprattutto le situazioni avverse (es. la malattia). Gli esperimenti di psicologia documentano che già la pura presenza della persona della quale ci si fida ha potere calmante ed effetti a livello fisiologico (es. il battito cardiaco rallenta e la pressione del sangue si abbassa).

2. Curare i rituali

Il caffè alla mattina con il proprio partner, la cena del sabato sera in compagnia, gli incontri regolari tra vecchi amici, il te da consumarsi a letto, uguale di quale rituale si tratti…: tutti esercitano un influsso calmante su di noi. L’appuntamento è regolare, il decorso accade perfino in un modo prestabilito. In effetti, proprio per via di questa prevedibile uniformità i rituali risultano un grosso potenziale di sicurezza. I rituali sono routine e abitudini, danno un ritmo alla nostra vita, ci aiutano a instaurare ordine.
Le feste di Natale e i compleanni strutturano l’anno, l’incontro di coro del lunedì sera scandisce l’appuntamento settimanale, così pure la sigaretta di fine lavoro annuncia il meritato tempo libero…tutto ciò comunica un senso di affidabilità alla nostra vita, poiché i rituali racchiudono un passato (era sempre così) e un futuro (sarà di nuovo così). Concedono a noi una pausa dalla pressione delle decisioni, sono dei dispensatori di tranquillità perché fluiscono sempre uguali e non conoscono l’accelerazione e la velocità della giornata. Nei rituali noi siamo autentici perché non siamo chiamati a presentarci : noi ci diamo come noi, siamo.
Tuttavia, accanto alla natura positiva delle routine sul nostro senso di sicurezza, vale la pena almeno di accennare a quei comportamenti che, per il loro carattere di pervasività e durata, vengono ad affermarsi patologicamente nella vita dell’individuo. 

3. Scoprire i sentimenti per la propria patria
Lo psicoterapeuta Ulfilas Meyer è convinto che non si possa rinunciare ai “sentimenti patriottici” perché rappresentano un’ancora per il nostro senso di appartenenzaAnche un cittadino del mondo si deve permettere un sentimento patriottico e ciò non significa appellarsi ad un pensiero nazionale. Lo psicoterapeuta riconduce tale scoperta a particolari sensazioni con riferimento ad un borgo ben conosciuto, a un dialetto fidato, all’odore della brughiera o del mare, ma anche ad una precisa arte di cucinare. Questi sentimenti di appartenenza ad un luogo, nel quale ci sentivamo sicuri nella giovinezza, possono dispensare intimità e calore nell’intero arco di vita.
Nella patria è radicata indissolubilmente la cultura e tradizione di ogni individuo e, sebbene per molti tedeschi provenienti dalla generazione del dopoguerra (come Ulfilas Meyer stesso), il paese natale sia rimasto un concetto difficile da affrontare, non è possibile rinunciarvi.

4. Accogliere il contatto con la natura
Già i primi studi su questo recente campo di ricerca (psicologia della natura) hanno evidenziato come l’uomo si senta meglio psichicamente immerso nella natura piuttosto che nella società civilizzata. Tuttavia le persone comuni si autodefiniscono “entità pensanti e civilizzate” e si considerano mille miglia più evolute dai semplici processi naturali. Come spiegare allora la sicurezza che molti percepiscono proprio dal contatto con la natura, ad esempio  quando vengono alla vista delle montagne, dei boschi, dei prati e di paesaggi selvaggi? La natura rappresenta un ambiente di recupero che l’uomo sperimenta come controvalore di un ambiente edificatoI meccanismi pensanti  si riposano nella natura e le risorse psichiche si rigenerano. La natura rende tranquilli, rinforza la fiducia in se stessi, offre un senso di unicità e autenticità.
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5. Riflettere sul nostro processo pensante
L’uomo è convinto di percepire in modo neutro le informazioni dall’ambiente e di classificarle poi in modo dal tutto razionale. In realtà questa è una falsa conclusione. Scrive Meyer: “Il nostro apparato pensante è un modello neuronale scompartimentalizzato e a senso unico. Esso è sregolato e pazzo, associativo ed intuitivo”. Tuttavia come lavora il nostro apparato pensante e cosa giunge al nostro cervello è cosa assai importante. Dato che ci identifichiamo fortemente con i nostri pensieri, possiamo affermare che noi siamo quello che  pensiamo. Mayer assume a favore del “parlare concentrato fra sé” (“konzentrierte Selbstgespräch”), il confronto coscente con il proprio materiale di pensiero.Chi trascura di parlare fra sé, non riesce più a sentire le voci interne nel chiasso esterno e teme di perdersi” (“Wer das Selbstgespräch vernachlässigt, die inneren Stimmen im äusseren Lärm nicht mehr hoert ,fürchtet, sich zu verlieren”). Ciò che ne risulterebbe, sarebbe il contrario del sentirsi protetti.
Senso di sicurezza significa essere consapevoli della propria forza e trovare in se stessi una stabilità interiore. In tal senso il concetto si lega a quello di “autoconsapevolezza” ovvero di esplicito riconoscimento della propria esistenza in quanto individuo, in modo separato dalle altre persone, con un proprio pensiero individuale.
Complessivamente, Meyer è convinto che le persone siano esseri intimamente sicure. Noi dobbiamo impegnarci a far rivivere il senso di sicurezza solo per noi stessi. Lui vede la ricerca della sicurezza come compito fondamentale di sviluppo di ognuno di noi e ciò potrebbe addirittura consistere nel famoso “senso della vita” che spesso cerchiamo.

CONCLUSIONE
Le ricerche europee ed extraeuropee evidenziano come il senso di sicurezza e il raggiungimento di una stabilità interiore siano contenuti centrali dell’esistenza umana. La domanda è allora: dove troviamo questa condizione di benessere e, soprattutto, in che misura essa è necessaria per sentirsi protetti nella propria vita? L’articolo si è proposto di affrontare questi quesiti, nell’intento di offrire possibili visuali di lettura sull’argomento.

BIBLIOGRAFIA
Meyer Ulfilas (2013), Geborgenheit. Unsere Suche nach dem inneren Halt. Primus, Frankfurt am Main.
Mogel Hans (1995), Geborgenheit.Psycholgie eines Lebensgefühls. Springer, Heidelberg. Schmidt-Lauber Brigitta (2003), Gemütlichkeit. Eine kulturwissenschaftliche Annäherung.Campus, Frankfurt am Main.

fonte: http://www.medicitalia.it/minforma/psicologia/2248-senso-sicurezza-desiderio-arcano.html

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