Perché le bugie hanno le gambe corte: paura e colpa

Sintomatologia delle bugie: il volto che smaschera

Non tutte le bugie a dir la verità.

  • “Non posso parlare in questo momento, devo proprio scappare”
  • “Il vestito che indossi è davvero incantevole.”
  • “Che magnifica serata, grazie davvero di cuore”.
  • “Perdonami, ma non sono riuscita a contattare una babysitter”.

Le cosiddette “bugie bianche”, ossia quelle che potremmo classificare di natura analoga rispetto agli esempi sopracitati, rientrano appieno nella routine conversazionale di ognuno di noi fino ad aver subito un processo di assimilazione linguistica tale da renderle “innocue”. In effetti, le circostanze in cui vengono avanzate tali “menzogne” che prevedono o addirittura necessitano tali risposte “standard” sono le stesse nelle quali la verità sarebbe sgradita o sconveniente. In determinati momenti le persone desiderano essere ingannate e non apprezzano la brutalità dell’uomo sincero.

  • “Non ho intenzione di rivolgerti la parola. Né ora, né mai”.
  • “Il vestito che indossi è totalmente inopportuno per una persona della tua età ed in più non si intona per niente col colore delle scarpe”
  • “Il cibo era pessimo ed ancor peggio la compagnia”.
  • “Non voglio di certo passare altre serate così insignificanti”.

Sarebbe altrettanto antipatico se l’interlocutore si dovesse porre delle domande circa l’effettiva sincerità delle vostre parole.

Un’altra ragione per la quale queste bugie insignificanti risultano, talvolta, necessarie consiste nel fatto che non c’è nessuna posta in gioco, né un reale motivo per risentirsi. Colui che mente non si aspetta che il suo interlocutore gli ponga delle domande in merito a quanto dice e se per puro caso il destinatario della menzogna dovesse acquisire coscienza dell’effettiva mancata verità delle parole a lui rivolte, che siano state per una scusa o per semplice adulazione, nessuna delle parti ne risulterebbe lesa o offesa.

Le ricerche dimostrano quanto sia semplice ricorrere a tali bugie bianche nell’arco della giornata proprio in virtù del fatto che siano sostanzialmente “indolori”, dunque non ci sarebbe ragione reale di risentimento o di sentirsi attaccati sul personale. È certo che molte bugie – siano esse ingenue o più gravi – hanno le gambe corte, ossia vengono smascherate, non a partire dal contenuto delle parole pronunciate o da come chi mente le dice, bensì in base ad altri fattori del tutto svincolati dall’atteggiamento del parlante. Un esempio di tali indizi estranei al contesto verbale o comportamentale potrebbe essere un elemento fisicamente percepibile all’occhio di un attento osservatore (come una traccia di rossetto sul colletto della camicia di un uomo).

È solo quando la posta in palio è molto alta, quando anche il lato sentimentale viene coinvolto ed in ballo non c’è solo una mancata gratificazione personale, ma una plausibile punizione o vendetta nel caso in cui la menzogna venisse scoperta, che aumenta enormemente, per il bugiardo, la possibilità di tradirsi, incorrere in errori che porterebbero la bugia ad autosmasecherarsi.

“No, non me la sono presa affatto: anzi, al contrario apprezzo molto il tuo atteggiamento critico”.

Le menzogne che coinvolgono un’emozione forte che si ha avuto il piacere di vivere in un determinato momento sono le più difficili da reggere e le più inclini ad essere sfatate. Non importa quale sia l’emozione rinnegata,: paura, rabbia, disgusto, disprezzo, eccitazione, divertimento, tristezza o sorpresa. Ogni singola emozione tra quelle elencate genera dei cambiamenti fisicamente percepibili che si estendono a molteplici livelli: micromimica facciale, espressioni del volto, tono di voce, postura corporea, sguardo. La maggior parte delle persone non possiede una dimestichezza tale da riuscire a inibire o controllare le conseguenze fisiche che un’emozione forte scatena a livello corporeo. Il carico emotivo – la pressione incontenibile che si accende quando si è consapevoli di infrangere un tabù, di celare un segreto e la palpitante eccitazione generata dalla responsabilità di proteggere se stessi nella lotta con l’incontrollabile linguaggio di un corpo autonomo, che non ascolta le parole ma la chimica emotiva che segue le sue regole e rivendica la possibilità di esprimersi a prescindere dal volere razionale del soggetto – arriva ad interferire perfino con la facoltà di interloquire formulando dei discorsi connessi e coerenti, fino a rendere addirittura le parole stesse delle armi a doppio taglio: il proprio unico scudo si potrebbe trasformare da un istante all’altro in una lama affilata che, infrangendo il velo sotto cui si sarebbe preteso di nascondere la propria verità, lascia emergere la bugia.

Molte bugie, tuttavia, non si riferiscono direttamente all’ambito emozionale evocato dal presente: piuttosto, alcune di esse richiamano eventi passati, pianificazioni rivolte ad un futuro più o meno lontano, pensieri, atteggiamenti, attitudini o convinzioni. Se la scoperta della menzogna comporta la possibilità di una punizione, il portato emotivo implicato nel diretto coinvolgimento del parlante dalla cui “indennità” dipende il disvelamento della bugia avrà delle ripercussioni decisamente più importanti ed avrà delle conseguenze maggiormente evidenti. Queste sensazioni inerenti l’atto del mentire che prendono vita e lottano per l’esternazione possono rivelarsi l’elemento di maggiore pericolo per la protezione della segretezza ed un notevole rischio ai fini del mantenimento di una credibilità della bugia.

Un bugiardo potrebbe provare delle sensazioni di rabbia, tristezza o disgusto nei confronti di se stesso per il fatto stesso di sentirsi coinvolto nella bugia ed i segnali di queste emozioni latitanti potrebbero esplodere come un ordigno ad orologeria, portandolo a tradirsi. Esistono altre tre emozioni ricorrenti tipicamente riconducibili a colui che mente e sono coinvolte bugie “pesanti”.

Durante una delle mie ricerche, concessi ai partecipanti la possibilità di appropriarsi di una somma di denaro che non apparteneva a nessuno di loro per poi mentire e scagionarsi attraverso il ricorso ad una bugia. In alternativa avrebbero potuto rinunciare al denaro e dichiarare davvero la propria innocenza.

Quando cominciai a condurre i miei studi, cominciai a concepire il mio libro Mentire (Telling Lies), affermando “Ho scritto questo libro. Se mentite me ne accorgerò, ma se siete sinceri lo saprò per certo”. La mia era una duplice strategia volta ad accrescere il timore di essere scoperti in coloro che si dimostravano inclini alla menzogna incitandoli ad essere sinceri attraverso il depotenziamento della la paura generata dal poter essere erroneamente giudicati come dei bugiardi.

Dal momento in cui i segnali rilevabili nel bugiardo che ha paura d’essere scoperto e quelli riscontrati nel sincero che teme di essere preso poco sul serio coincidevano, constatai come tali tracce emotive fossero del tutto inutili come indizi di “smascheramento” del bugiardo in quanto comuni anche alle persone oneste. Questo mi porta ad affermare che i segnali della paura non possono essere considerati delle prove sufficienti per poter dichiarare la colpevolezza di qualcuno in quanto la condizione necessaria (ed empiricamente confutata) perché lo siano darebbe l’esclusiva pertinenza all’atteggiamento di chi mente.

La paura cresce proporzionalmente al tempo di latitanza della menzogna con il conseguente prolungamento del lasso temporale di “pericolo” in cui si vive nel timore che sia scoperta. L’incremento della paura, inoltre, è da imputare anche alla gravità della punizione derivante dall’essere smascherati. La persona sincera che teme di essere fraintesa ed identificata come bugiarda risulterà perfino più spaventata dagli effetti negativi delle potenziali conseguenze e lo sarà proporzionalmente alla severità del giudizio attribuitogli.

Nei casi cui il bugiardo sia riuscito nel suo passato a mantenere segreta la propria menzogna – diversi arresti senza mai una condanna, affari sporchi e che non hanno mai destato sospetti o uso di sostanze stupefacenti mai scoperto dai familiari – si genera in lui una sorta di sicurezza “galvanizzante” che si accresce di pari passo alla paura di essere smascherato da parte di un interlocutore che nutre sempre più sospetti. I bugiardi che hanno vissuto un’occasione di successo della loro menzogna, quando si troveranno di nuovo nella situazione di dovere mentire saranno meno spaventati dalla possibilità di essere scoperti.

Scott Peterson può ritenersi a giusto titolo un caso emblematico per l’analisi della “fenomenologia della menzogna” in quanto ha fornito delle prove empiriche di come, durante le fasi iniziali di un interrogatorio indiziario, la paura si faccia sempre più imperante in un crescendo inarrestabile. Sua moglie Laci, incinta di otto mesi, il 24 dicembre del 2002 venne dichiarata scomparsa. Dopo aver cambiato a più riprese la sua versione dei fatti dichiarando di trovarsi in luoghi differenti al momento della scomparsa, quando la sua fisioterapista ed amante rivelò che Scott le aveva confessato che sua moglie era “scomparsa” con ben due settimane d’anticipo rispetto all’effettiva sparizione, la polizia iniziò ad insospettirsi.

Insieme ad un ufficiale in pensione analizzai le registrazioni del suo primo interrogatorio sotto consenso della polizia locale. Nessuno di noi, all’inizio, era al corrente della storia raccontata dall’amante.

Ma apparirono in maniera lampante ed immediata ad entrambi le espressioni e microespressioni di paura che poco a poco si facevano sempre più marcate sul volto di Peterson. Ci trovammo nella situazione di dover ponderare se si trattasse di segnali derivanti dalla paura di un marito spaventato ed innocente di non essere creduto. Esistevano, tuttavia, una miriade di altri sintomi fisici involontari ed idiosincratici ad avvalorare la nostra tesi di colpevolezza. Per noi era lui l’assassino e la basi della nostra ipotesi erano evidenti. Descriverò alcuni di questi segnali comportamentali che ci portarono a persuaderci del fatto che stesse mentendo nella seconda parte del mio articolo. Peterson venne condannato a morte. Il suo caso è passato in appello alla Corte Suprema della California. L’imputato continua a dichiararsi innocente.

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