LA PSICOLOGIA DELLA COMPETITIVITA’

competizioneDovremmo incoraggiare o scoraggiare la competitività nelle scuole e nei luoghi di lavoro? Competitività: spinta pericolosa che deve essere repressa nelle scuole e sul posto di lavoro, o la motivazione essenziale del successo, e anche della sopravvivenza?

 

 

Il mondo del lavoro cerca sempre una panacea – un vantaggio competitivo sostenibile. I teorici sostengono che la competitività sana e leale abbassa i prezzi e migliora prodotti. Ma ci sono quelli che credono che la competitività tiri fuori il meglio nei prodotti, ma il peggio nelle persone. Ed è particolarmente nocivo se la competitività è incoraggiata all’interno piuttosto che tra le società. Il pendolo oscilla avanti e indietro tra gli esperti di didattica tanto quanto con i guru di business. Un tempo la competitività non era vista di buon occhio a causa dei suoi presunti effetti negativi a lungo e breve termine sui perdenti. Si etichettavano come fallimenti e questo diventava una sorta di profezia che si autoavvera. Una volta che sei un perdente – sei sempre un perdente. Quindi tutto doveva avere premi o la competitività non era autorizzata. Nessuno ha mai pensato ai benefici dei vincitori o di quelle persone di talento che, per mancanza di feedback, non ha mai avuto il senso dei loro premi e, quindi, non hanno mai avuto la possibilità di sfruttarli o di svilupparli.

Allora, cos’è la competitività e da dove proviene? Ci può essere una buona o cattiva competitività, o una ipo e iper competitività? Nel primo esperimento di psicologia sociale effettuato nell’ anno del giubileo di diamante nel regno della regina Vittoria, un ricercatore ha dimostrato che i ciclisti da corsa erano più veloci quando cavalcavano contro un altro (competitivo) corridore piuttosto che semplicemente in sella contro il tempo. E poco prima della guerra neo-psicoanalista ci si era preoccupati per i mali di iper-competitività, descritti come “un bisogno indiscriminato di competere e vincere (ed evitare di perdere) a tutti i costi come un mezzo per mantenere o migliorare l’autostima“.

Chi è interessato a misurare la competitività individuale ha fatto la distinzione tra il buon, sano agonismo e il suo contrario: la buona competitività è legata all’idea di raggiungere un obiettivo, per portare fuori il meglio di individui, anzi aiutarli a capire se stessi. La cattiva competitività è invece vincere a tutti i costi: si sogghigna alla negatività fuori moda del vecchio aforisma “. Non è importante se si vince o si perde, ma come si gioca la partita” Perdere è per rammolliti o perdenti . E ‘l’auto-ingigantire e denigrare gli altri sono fattori associati con la competitività cattiva, invece l’ auto – miglioramento è associato alla  buona competitività. È stato anche suggerito che la competitività è di dominio specifico. Così si può essere altamente competitivo sul campo sportivo, ma non nella famiglia: in classe, ma non al lavoro. Prendendo in considerazione lo sport, quasi tutti sono competitivi, ma alcuni sono sport di squadra e alcuni sport individuali. Alcuni sono sport di contatto, altri no. Il fondista e il pugile certamente sembrano avere differenti motivazioni anche se entrambi potrebbero cercare di vincere. Individui competitivi tendono ad essere ambiziosi, dominanti e orientati al successo. Ma come tutto il resto, la moderazione è sempre la cosa migliore. L’individuo iper-competitivo potrebbe mascherare delle inadeguatezze, come per esempio non essere in grado di prendere una decisione, fare da solo o sfidare il gruppo. L’iper-competitività ha il suo lato negativo. Essa è associata con relazioni interpersonali povere, ad impulsività disfunzionale ed anche a un alto livello di collera. D’altro canto, la competitività può tirare fuori il meglio dalle persone, facendogli fare quel passo in più che serve a raggiungerei risultati attesi. Il dilemma per il manager è quello di incoraggiare la sana competitività. Viviamo in una cultura occidentale incentrata sull’individualismo, all’opposto della cultura orientale che invece è collettivista. Così fin da piccoli ci hanno posti in gruppo a scuola incoraggiando la competitività infragruppo. Ma la competitività non è fatta dalla voglia di vincere da parte di tutti i membri del team ma si traduce in questa frase “Amare molti, fidarsi di pochi , ma remare sempre la propria canoa”. I venditori vivono di concorrenza; Chi si occupa di “information tecnology” però non lo fanno. Entrambi hanno bisogno di incoraggiamento e carezze. Entrambi hanno bisogno di gratificazione per la produttività. Entrambi hanno bisogno di capire come e quando e perché. La cooperazione funziona all’interno del gruppo e la competitività funziona al di fuori del gruppo. Un mix di entrambe aiuta l’organizzazione a prosperare, dove non c’è spazio probabilmente nè per il narcisista nè per l’iper competititivo.

FONTE: https://www.psychologytoday.com/

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