Se lo stress è un equivoco

STRESS

Stress (dal latino “strictus”, serrato, compresso) sta per “spinta, pressione, costrizione”: un termine quanto mai vago e ambiguo che però ha finito per certificare abusivamente qualunque forma del proprio sentirsi e sentire: collera, avvilimento, paura, incapacità, agitazione, stanchezza. Così che, abolendo ogni sfumatura del variopinto lessico dell’emotività, il definirsi stressati è diventato – la tesi è in Stress e altri equivoci delle psicoterapeute Simona Argentieri e Nicoletta Gosio – un modo per non fare i conti con le proprie fragilità e le sofferenze.

Tale non innocente equivoco di fondo ne trascina con sé altri piccoli e grandi, quali la perdita del confine tra normalità e patologia, il ruolo dell’io a fronte delle difficoltà del vivere, l’interruzione di ogni nesso fra gli eventi, esterni e interni, in un cortocircuito di cause-effetti troppo sbrigativo. Soprattutto alimenta – ecco la prima preoccupazione delle autrici – la confusione sui possibili rimedi, che vanno dall’uso di psicofarmaci, ai sempre più diffusi programmi ‘anti-stress’ di promozione del benessere e della salute: due concetti distinti che oggi tendono ad essere ambiguamente sovrapposti ed equiparati. Con la malaugurata ricaduta – e anche questa sì, davvero dannosa – di farci sentire tutti più deboli, incapaci di vivere e fare appello alla creatività personale: nella fatica e nelle avversità come nelle gioie. Certo non va sottovalutata anche la forza del contesto socio-culturale che ci spinge sempre più nella direzione di un individualismo esasperato, sancisce il declino dei valori e la dissoluzione dei legami comunitari.

Ma che cosa inseguiamo e nella fretta perdiamo? E ancor più, che cosa in realtà rifuggiamo? Inoltre, come mai ci sono persone – si chiedono – che riescono a far fronte a catastrofi senza vacillare, e altre (forse la maggioranza) che si “stressano” ad ogni minima difficoltà o contrarietà della vita? Quasi che paradossalmente più una persona in Occidente si trovi a vivere eventi positivi, più subisca l’impatto di quelli negativi. Per arrivare a una riflessione sulla stessa psicanalisi. Come se questa disciplina nata per liberarci dalle nevrosi, figlie del paradigma repressivo, ora si trovasse inaspettatamente ad affrontare i danni che la troppa libertà – o meglio, il malinteso senso della libertà – sta producendo. Forse lo stress rispecchia effettivamente lo stato delle nostre degradate modalità di entrare in relazione, oscura “l’incontro” mettendone in risalto tutte le negatività, asseconda un percorso obliquo all’insegna del non-detto. Invece non è meglio riconoscere, che lo studio, il lavoro stanca, che una situazione preoccupa, uno scontro amareggia, ecc… concentrandosi sugli specifici fattori di volta in volta in gioco nel conflitto in atto o nel problema insorto?

Decostruire il termine stress significa allora contrastare quell’immagine a tinte fosche di noi che ci viene incessantemente riproposta: riconoscere che si possa continuare a vivere, a gioire, ad amare, a essere di tanto in tanto felici, con una sopportabile dose di fatica e di angoscia. Certo – concludono Argentieri e Gosio – non senza tensione.

fonte: http://www.huffingtonpost.it/antonella-tarpino/se-lo-stress-e-un-equivoco_b_8459646.html?utm_hp_ref=salute

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