Il coraggio di girare pagina

Quando una storia finisce

Il coraggio di girare pagina
Girare pagina, specie se si tratta della fine di una relazione, non è semplice, non sempre comunque. Capita a volte che il sentimento che aveva unito due persone si affievolisca, che non giustifichi più nel suo indebolirsi la coppia. Succede purtroppo che si perda il senso dello stare insieme, che l’affetto lasci spazio al rancore, che il silenzio prenda il posto delle dolci parole. Eppure lasciarsi risulta un compito estremamente arduo.

Accade per esempio che al mettere in chiaro con il partner e con se stessi la propria posizione, venga preferito il rimandare ad un momento migliore, senza peraltro che le condizioni che determinerebbero questo tempo futuro in cui si potrà parlare, vengano definite con chiarezza. “Più avanti”, “è un momento difficile sul lavoro”, “quando i figli saranno più grandi”, queste le questioni che frequentemente si trasformano in alibi per non affrontare la difficoltà, comprensibile, di un cambiamento radicale.

Ma anche quando vi sia la decisione e il coraggio di dire le cose come stanno, la questione della fine di una relazione può mostrarsi difficile nella sua realizzazione, nell’essere sostenuta dal soggetto. Paradossalmente lo scioglimento di una relazione si configura a volte come un legame, spesso puramente psichico, a cui il soggetto resta vincolato. Si crea così un tempo di stallo caratterizzato da un passato che non passa, in cui il soggetto sembra letteralmente perdersi.

Nell’infinita gamma di possibilità esistenti in questo campo, si possono individuare due declinazioni di questa impasse. Solitamente infatti, la fine di una storia si realizza sotto la spinta di uno dei due partner, raramente si tratta di una scelta realmente condivisa. Succede così che uno dei due si trova a subire, in una qualche misura, la scelta, mentre l’altro viene immaginariamente investito della responsabilità, ma dovremmo dire colpa, della fine della relazione. Abbiamo qui due posizioni diverse in cui la questione del congelamento del tempo introdotta sopra, può trovare terreno fertile.

Per esemplificare potremmo delineare due personaggi, come se stessimo descrivendo gli interpreti di un romanzo. Il primo è l’”abbandonato” o l’”abbandonata”, deluso, a volte tradito, comunque incredulo per ciò che è successo. La perdita del partner risulta insopportabile per l’investimento affettivo, per la difficoltà estrema ad abbandonare l’idea di una vita che si sarebbe dovuto trascorrere insieme. In questa situazione spesso la causa della fine della relazione viene posta sull’altro, su colui che se ne è andato, che ha posto fine al sogno. Non raramente questo movimento di attribuzione delle responsabilità fuori da sé, prende la piega di incolpare un terzo, magari l’amante o la suocera, del collasso della propria relazione amorosa. Allora nel tentativo di salvare il partner e se stessi, si da la colpa a qualcuno esterno alla coppia preservando così la purezza di ciò che si è perduto. Così girare pagina diventa difficile, ogni nuovo incontro non regge il confronto con quello che si è perduto e il tempo si ferma a qualcosa che non esiste più.

Il secondo personaggio è colui che la rottura l’ha agita. A lui, o a lei, spetta il peso di una scelta che spesso fatica a trovare sostegno nei parenti e negli amici, specie se non si giustifica sulla base di eventi o condizioni eclatanti. Lasciare implica saper apporre un senso, una ragione che giustifichi le pene che inevitabilmente si dovranno affrontare e che si faranno provare all’altro. Non è un compito semplice, soprattutto se ci sono in gioco anche dei figli, specie se piccoli. Il proprio bene, anche quando il soggetto crede di sapere quale sia, si confonde con quello egli altri, partner e figli, generando facilmente un caos da cui non è facile districarsi. In questo caso sono il dubbio e il ripensamento per ciò che sarebbe potuto essere, manifestazioni di un legame che non riesce a trasformarsi, a rendere difficile il consolidarsi di nuove relazioni. Il senso di colpa, il pensiero di non essersi impegnati a sufficienza e contemporaneamente la consapevolezza di non voler ritornare indietro, delineano la stasi del soggetto.

In maniera un po’ paradossale, in entrambi i casi, il legame con il passato è esageratamente vivo nel presente, fattore che di fatto impedisce anche che si realizzi un futuro possibile.

Lo stesso Sigmund Freud in Caducità, un breve e straordinario testo del 1915, affronta la questione del lutto, processo attraverso cui si libera il proprio investimento emotivo da un oggetto. Il testo lo dice a chiare lettere: il lutto rappresenta un vero e proprio enigma. Si chiede Freud perché debba essere così doloroso, perché non si riesca a rinunciare a ciò che è perduto anche quando il sostituto è già pronto, il corsivo è del maestro. Detto in altri termini, cosa rende così difficile sciogliere un legame anche quando questo si è rivelato essere impossibile, in tutte le declinazioni possibli del termine?

Il punto che mi sembra opportuno sottolineare è che perché il lutto possa avvenire è necessario che vi sia un lavoro. la natura di questo lavoro è indubbiamente psichica. Sovente si sente dire da chi si trova in questa situazione “ci voglio mettere una pietra sopra”, ma perchè questo sia possibile si deve intedere che quella pietra è fatta di parole dette a sé e dette all’altro.

Ripensando ai due personaggi delineati prima, colpisce come la colpa, sia che sia diretta verso di sé sia che sia rivolta verso l’altro, prenda il posto di un’interrogazione sulle cause che hanno portato alla fine della relazione. La colpa come una moneta passa da una persona all’altra appesantendo chi la porta e alleggerendo chi la dà. In maniera quasi impersonale questo passaggio è sostenuto da una logica di esclusione secondo la quale se la colpa ce l’ha uno, non può averla l’altro.

Ecco allora come un lavoro personale che sostituisca alla colpa la responsabilità, che a differenza della prima è sempre soggettiva, possa contribuire a rendere possibile un’iniziativa, un andare oltre ciò che è stato e, magari, non ripetere ciò che si è vissuto. Lavoro, fatica e coraggio questi mi sembrano gli elementi che possono consentire il girar pagina, l’andare oltre e, perché no, anche il dimenticare.

fonte:https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-sesso-amore/867-il-coraggio-di-girare-pagina

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