La motivazione al cambiamento come presupposto per lo sviluppo

La vita ha sempre affascinato l’uomo spingendolo verso una continua e appassionante ricerca alla scoperta dei mille volti del sapere, e lo ha sempre interrogato sui “perché” e sui “come”, costringendolo spesso, nel corso degli anni, a cambiamenti importanti e significativi. Nel cuore dell’uomo alberga infatti, la capacità di migliorare, di comprendere e di proiettarsi nel futuro, nonché la capacità di prepararsi al cambiamento.

Tutte le persone hanno desideri, obiettivi da raggiungere, e sogni nel cassetto da realizzare. Molti sono convinti di possedere una qualche dote che li rende unici, di poter influire sul proprio destino, di poter cambiare il mondo in meglio. Eppure solo alcuni riescono a realizzare i propri desideri e fra questi, non tutti sono poi in grado di godere pienamente degli appagamenti e di trarre soddisfazione dalle gratificazioni che ricevono.

Per i più, i sogni e i desideri sembrano sepolti sotto una valanga di frustrazioni e di abitudini quotidiane, al punto che, molte volte vengono abbandonati in una sorta di limbo e lasciati inesorabilmente svanire poco a poco.

Avere un motivo per fare qualcosa, un obiettivo a cui tendere, non è sufficiente per il suo raggiungimento se la motivazione non è diretta precisamente versa la meta bramata. Infatti, come spesso accade, pur avendo molti obiettivi i nostri comportamenti non sono realmente diretti verso nessuno di questi.

Eppure ci sono degli obiettivi per cui abbiamo lottato duramente, fino a quando non li abbiamo raggiunti e altri che invece abbiamo rincorso per un po’ e poi abbiamo lasciato perdere. La differenza risiede anche nelle emozioni che vi associamo.

C’è un forte legame infatti, tra l’emozione e la motivazione. Potremmo dire che le emozioni mettono in luce come si reagisce ad uno stimolo, sia a livello psicologico che fisico, mentre la motivazione ci dà informazioni sul perché la persona sia spinta ad agire in un determinato modo.

Tradizionalmente la motivazione veniva considerata come un’ eccitazione organizzata (Schönpflug e Schönpflug, 1983), cioè un’attività finalizzata al raggiungimento di uno scopo, mentre l’emotività era connessa con un’eccitazione disorganizzata, vale a dire un’attività non funzionale a una particolare strategia. Questa differenza fra motivazione ed emozione rifletteva la sostanziale irrazionalità che per lungo tempo era stata attribuita al comportamento emotivo; infatti, la dimensione emotiva è stata a lungo considerata, nelle sue manifestazioni più intense e traumatiche, come una sorta di corpo estraneo che irrompeva nell’organismo minando la capacità di quest’ultimo di valutare con chiarezza gli eventi e di conseguire determinati risultati. Nonostante ciò, esistono emozioni meno intense, più moderate, che colorano la vita di ognuno, e non solo non distolgono un soggetto dal perseguire i suoi obiettivi, ma favoriscono la messa a punto di strategie mirate e più adeguate.

Tutti i nostri processi di decisione terminano con un’emozione, ed è proprio a quella emozione che dobbiamo mirare quando programmiamo un obiettivo. E per creare un’emozione dobbiamo semplicemente dirigere fortemente la nostra attenzione su ciò che la provoca; esse non sono altro che la riproduzione interna di ciò che i nostri sensi percepiscono dall’esterno. Sono cioè riproduzioni interne di immagini, suoni, sensazioni, odori e gusti. Nel momento in cui diventiamo consapevoli del modo in cui trattiamo queste rappresentazioni abbiamo la possibilità di padroneggiare la nostra motivazione. In quest’ottica risultano di fondamentale importanza le associazioni che vengono a crearsi con i comportamenti; se pertanto associamo una grave sofferenza a un comportamento o a un modulo emozionali, eviteremo di indulgervi a qualsiasi costo. Sarebbe senza dubbio importante utilizzare questa consapevolezza per sfruttare la forza del dolore e del piacere per impegnarsi in qualunque forma di cambiamento. “Si può uscire dalla gabbia di Skinner e assumere il controllo della situazione” (Tony Robbins).

Il termine “motivazione” conserva nel linguaggio psicologico, non meno che in quello comune, una sostanziale indeterminatezza. Esso viene usato, infatti, in riferimento a pulsioni, processi e comportamenti abbastanza eterogenei. La motivazione è un costrutto usato per spiegare l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza del comportamento diretto verso un obiettivo. Il concetto di motivazione viene spesso inteso come spinta o pulsione, per l’influenza nel discorso e nel pensiero comune di concezioni comportamentiste (motivazione come bisogno) e psicodinamiche (motivazione come pulsione). Il difetto di questa convinzione è che semplifica indebitamente il problema della motivazione, mettendone in rilievo le manifestazioni più vistose e trascurandone altri aspetti rilevanti.

Negli ultimi anni la ricerca sulla motivazione ha posto particolare attenzione ai processi che spingono all’apprendimento portando al superamento dell’idea che la motivazione dell’individuo possa essere ricondotta ad una spinta unitaria.

Un filone di ricerca ha elaborato i contributi della social cognition studiando i modi in cui l’allievo si rappresenta gli obiettivi e i risultati del proprio comportamento, percepisce e valuta la propria capacità di affrontare i vari compiti di apprendimento e si crea aspettative sui risultati futuri. Questo approccio di evidente matrice cognitivista, ha posto l’accento sulla motivazione come rappresentazione: l’individuo non è motivato in quanto spinto da bisogni, né in quanto oggetto di contingenze favorevoli di rinforzo, come sosteneva il comportamentismo, ma in quanto tende a raggiungere un obiettivo che si presenta per una qualche ragione attraente, o a evitarlo se sgradevole. Un obiettivo, in questa prospettiva, è la rappresentazione che l’individuo ha di un risultato che vuole ottenere o, all’opposto evitare.

Un altro filone di ricerca è rappresentato dagli studi sugli aspetti energetici della motivazione, cioè sui fattori che attivano il comportamento verso oggetti o attività che lo attraggono e a cui attribuisce un valore. Rientrano in questo filone le teorie delle motivazioni intrinseche e gli studi sull’interesse. Per quanto riguarda le prime, va sottolineato che hanno segnato, tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta, un deciso distacco dal comportamentismo perché affermavano, in netto contrasto con quell’approccio, l’esistenza di comportamenti, nell’uomo e negli animali superiori, non originati da bisogni primari, quali la fame, ma da bisogni di diverso tipo, quale quello di esplorare l’ambiente e acquisire su di esso una certa padronanza. Questa tematica è stata ripresa verso la fine degli anni settanta con gli studi di S. Harter (1978; 1981) sulla motivazione di competenza e la teoria dell’autodeterminazione di Decy e Ryan (1985). Negli anni ottanta è stato rivisitato in chiave psicologica il concetto di interesse, già analizzato da filosofi e pedagogisti. L’interesse è uno stato che implica messa a fuoco dell’attenzione, aumento del funzionamento cognitivo e coinvolgimento affettivo (Hidi 1990; 2000; Hidi e Baird 1986).

Un ulteriore aspetto della motivazione analizzato dalla ricerca, il più recente e variegato, è quello della autoregolazione dell’apprendimento. Esso riguarda i modi o strategie con cui l’individuo verifica, controlla e modifica i propri comportamenti per raggiungere obiettivi di apprendimento e di riuscita. L’autoregolazione non coincide con la metacognizione, come il termine strategia potrebbe far pensare, ma la comprende: autoregolarsi significa infatti usare strategie sia metacognitive che motivazionali. Per esempio, l’allievo che si è posto un obiettivo complesso, quale il superamento di una prova di esame, utilizza strategie metacognitive nel valutare il rapporto tra tempo a disposizione e impegno di studio e nello scegliere le modalità di studio più adeguate al tipo di impegno che l’esame richiede; e usa strategie motivazionali per controllare l’ansia e per non distogliersi dallo studio (Boekaerts, Pintrich, Zeidner, 2000; Paris e Paris 2001; Zimmerman e Schunk 2001).

Secondo Vygotskij motivare all’apprendimento significa situare le esperienze ad esso correlate nella cosiddetta “area di sviluppo prossimale” (Vygotskij 1965), un’area della personalità in forte divenire ed espansione. Parlando di motivazione è anche opportuno fare riferimento alla motivazione come tratto, e alla motivazione come stato. La prima riguarda, l’orientamento motivazionale, espressione che rende meglio conto del complesso intreccio di fattori cognitivi e affettivi che caratterizzano i processi motivazionali. In questa prospettiva la motivazione ad apprendere dell’allievo è un equilibrio da raggiungere e conservare tra curiosità, bisogno di competenza e di affermazione, stima di sé e capacità di tollerare le frustrazioni.

La seconda accezione riguarda l’atteggiamento dell’individuo nei confronti di una situazione specifica (per esempio, un’attività o compito da svolgere a scuola), atteggiamento certamente influenzato dall’orientamento motivazionale, ma soprattutto dagli aspetti di interesse e incentivo che tale situazione presenta.

Al di là dei singoli approcci molti sono favorevoli nell’individuare nella motivazione tre elementi fondamentali: gli obiettivi, cioè le rappresentazioni mentali degli eventi desiderati o da evitare; le reazioni affettive, che accompagnano i vari momenti del comportamento motivato; le percezioni, o aspettative, che l’individuo ha relativamente alla propria capacità di raggiungere l’obiettivo. Tali percezioni sono influenzate dalle esperienze di successo e insuccesso, dall’atteggiamento di genitori e insegnanti e così via.

Motivare all’apprendimento significa preparare al cambiamento, pertanto una buona crescita intellettuale necessita di una buona motivazione al cambiamento. Affinché un individuo possa riuscire a raggiungere uno scopo deve essere motivato; ora nella vita di tutti i giorni, per raggiungere un buon grado di soddisfazione, ci deve essere un certo impegno nel passare al cosiddetto livello successivo, poiché il percorso dell’uomo è pieno di step significativi che rappresentano delle piccole conquiste inserite in un contesto. Questo percorso inizia precocemente nella vita dell’individuo e, genitori e insegnanti, in virtù del loro ruolo, dovrebbero assumere un ruolo attivo nel determinare la qualità dell’istruzione dei giovani per promuovere la loro crescita intellettuale. Sarebbe opportuno insegnare che ogni azione porta ad una conseguenza. Partendo da questo punto si potrebbe arrivare a rendere i giovani consapevoli del loro impatto a livello individuale o locale, e per estensione del loro impatto collettivo.

All’interno del percorso sarebbe opportuno guidare gli allievi impedendo loro di cadere nella trappola di pensare che le loro azioni non fanno alcuna differenza, poiché sono le piccole decisioni e le piccole azioni, che costantemente messe in atto, hanno conseguenze di vasta portata. Riuscire a dimostrare ai giovani che le loro decisioni e le loro azioni, su base continuata, possono operare grandi cambiamenti, sarebbe un insegnamento efficace per aumentare i livelli di autostima e di motivazione. A dirla come Edison, “se facessimo tutto ciò che siamo capaci di fare, rimarremmo letteralmente sbalorditi” (Thomas A. Edison).

Ovviamente nella complessità umana i livelli di motivazione cambiano con il passare del tempo, in quanto cambiano le cose che ci circondano e che modificano il nostro modo di pensare. L’uomo, come organismo sociale, deve rispondere ad esigenze pressanti e mutevoli che richiedono attenzione, capacità di adattamento, comprensione del futuro, e quindi disponibilità al cambiamento.

La crescita individuale e psicologica è direttamente connessa con il cambiamento dei modelli di riferimento, delle esigenze, dei modi di comunicare e di rapportarsi agli altri che stimolano le persone ad operare cambiamenti significativi nella loro vita, per migliorare il loro grado di adattamento.

La motivazione al cambiamento risulta pertanto un presupposto importante per la crescita di ogni individuo. Motivazione al cambiamento intesa come apertura verso l’altro, apertura verso il mondo; motivazione al cambiamento intesa come percorso di conoscenza di sé stessi e come spinta al miglioramento.

Ed ecco che il concetto di cambiamento comincia a prendere forma e la motivazione costituisce parte attiva ed integrante del processo stesso; infatti senza una vera spinta all’azione che lo promuove e privato della complicità della convinzione che lo mantiene, il cambiamento non può perdurare. E’ necessaria la ferma consapevolezza che il cambiamento deve avvenire grazie all’impegno personale, alla motivazione ed al mutamento delle convinzioni precedenti; proprio perché alcune di queste convinzioni possono diventare delle limitazioni alle decisioni future!

Supponiamo che le credenze di un individuo siano generalizzazioni dedotte dal passato, basate su esperienze personali penose o piacevoli. Ciò che guiderà le azioni di quest’individuo dipenderà in gran parte dalla sensazione che egli collega ad un evento; se il soggetto in questione collega un sentimento di dolore ad un evento con tutta probabilità svilupperà una determinata credenza nei confronti dell’evento. Dato che le credenze possono essere limitanti o potenzianti, sarebbe opportuno sostituire l’eventuale credenza limitante frutto di una determinata associazione con una potenziante e positiva. Molte persone si creano spesso delle credenze limitanti su quello che sono e su che cosa sono capaci di fare.

Per il solo fatto di non avere avuto successo nel passato alcuni di noi pensano che non riusciranno mai ad averlo nemmeno in futuro. Di conseguenza, per paura si creano delle credenze che li inducono a esitare, a non impegnarsi a fondo e perciò ottengono dei risultati limitati.

Spesso infatti la nostra mancanza di convinzione, la nostra mancanza di certezza ci impedisce di far uso della capacità che alberga dentro di noi. Per esempio, che cos’è che ci può impedire di intraprendere un nuovo affare in progetto da tempo?O di completare un lavoro?O di smettere di fumare? Eppure, anche se c’è la consapevolezza di quanto queste azioni porterebbero piacere e giovamento, può capitare di non entrare in azione semplicemente perché in quel momento si associa più dolore all’idea di fare ciò che sarebbe necessario, che all’idea di perdere l’occasione. Per molti infatti, il timore di perdere è assai più forte del desiderio di vincere!

Una delle maggiori sfide della vita di tutti noi è quella di sapere interpretare gli insuccessi. L’atteggiamento che abbiamo nei confronti delle sconfitte e delle loro cause influirà in modo determinante sul modo di prendere le decisioni e sui nostri livelli motivazionali. A volte abbiamo talmente tanti riferimenti di dolore e fallimento da convincerci che niente di ciò che faremo potrà mai migliorare le cose. Queste convinzioni ci privano del nostro potere personale e minano la nostra capacità di agire. In psicologia c’è un termine per definire questo atteggiamento mentale distruttivo: incapacità appresa. Quando qualcuno sperimenta un certo insuccesso o un fallimento percepisce i propri sforzi come futili e acquisisce lo scoraggiamento terminale dell’incapacità appresa. Lo sa bene il dott. Seligman, dell’ Università della Pennsylvania, che ha svolto numerose ricerche su ciò che genera questa incapacità appresa e nel suo libro sull’ottimismo riferisce tre specifici schemi di credenze negativi. Egli definisce queste tre categorie: permanenza, pervasività e personale.

Come si può dedurre da quanto detto fino ad ora, le convinzioni non si limitano solo a determinare le nostre emozioni o le nostre azioni, ma possono realmente avere un ruolo determinante nel processo di cambiamento. La prima credenza che dobbiamo avere se intendiamo operare un cambiamento rapidamente è che dobbiamo cambiare subito. Dobbiamo essere pronti a cambiare!

In altre parole dobbiamo essere fortemente motivati a cambiare i comportamenti che generano insoddisfazione e sofferenza precludendo l’accesso alla realizzazione dei desideri.

In questo processo, un’ altra variabile significativa risulta quella che possiede la forza dell’ abitudine sul nostro comportamento. Ognuno di noi infatti possiede degli schemi comportamentali appresi che utilizza con maggiore frequenza di altri. Quando facciamo qualcosa per la prima volta all’interno del nostro cervello si sviluppa una piccola connessione che ci permetterà di riaccedere in futuro a quel comportamento. Ogni volta che ripetiamo un dato comportamento la connessione si rinforza. Gradualmente quindi, con sufficienti ripetizioni e intensità emozionale, aumentando la resistenza alla rottura di un certo modulo emozionale o comportamentale, creiamo una linea principale verso questo comportamento e ci troviamo spinti a comportarci in quel modo costantemente. Questo processo è un apprendimento neuro associativo che non è affatto semplice da modificare. Le nostre neuro associazioni sono strumenti di sopravvivenza e sono risposte nel nostro sistema nervoso come connessioni fisiche piuttosto che come ricordi intangibili.

Ora è probabile che un individuo operi delle neuro associazioni sbagliate che possono impedire o addirittura paralizzare i poteri decisionali della persona intervenendo negativamente sul processo di cambiamento. Ben inteso, non si tratta di ridurre banalmente il funzionamento dell’individuo a semplici situazioni di condizionamento, ma di riconoscere l’indubbio valore che le associazioni, quando ben radicate nell’individuo, hanno nell’influenzare, talvolta inconsapevolmente, l’individuo stesso nelle scelte e nel suo percorso decisionale. E vista l’importanza e la frequenza con cui operiamo delle scelte sarebbe molto utile capire come avvengono nel cervello le neuro associazioni!

In definitiva una buona conoscenza di sé stessi, del proprio funzionamento aiuta l’individuo ad indirizzare bene la motivazione verso un obiettivo, e permette una maggiore analisi di come il soggetto è inserito nel contesto in cui vive, di quali sono i suoi meccanismi decisionali, a quali parametri fa riferimento, quali sono i suoi valori e quali sono gli impedimenti che influiscono sul raggiungimento dei suoi obiettivi.

Tutto ciò non è compito semplice, perché il sé dell’individuo è pieno di parti inesplorate e difficili da portare alla luce, specialmente senza i dovuti appoggi e le doverose cautele; ma facendo leva sulle spinte motivazionali è possibile ottenere degli ottimi risultati.

Quello che lega la motivazione alla crescita psicologica non è solo il frutto di una spinta al continuo cambiamento al quale inesorabilmente la società e i tempi ci sottopongono, ma dipende anche dal desiderio di conoscenza insito nell’uomo, che gli permette una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e lo muove continuamente verso nuove mete. E’ la tendenza al miglioramento che fa dell’uomo, l’organismo pensante, che arriva a spingersi verso l’ignoto con audacia e coraggio, non ponendo limiti alle sue possibilità.

Tendenza al miglioramento intesa come capacità di adattamento all’ambiente, come capacità di convivenza, come attenzione ai bisogni dell’altro, come rispetto della diversità, come capacità di comprendere.

Dopotutto è quel leggero senso d’inquietudine che deriva in parte dall’insoddisfazione che permette all’uomo di rinascere, di crescere, e continuare a vivere.

fonte: http://rolandociofi.blogspot.it/2012/05/la-motivazione-al-cambiamento-come.html
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