IL MOBBING: ATTACCHI ALLA SALUTE SUL POSTO DI LAVORO

Il lavoro, spesso vissuto solo come necessità quotidiana, rappresenta potenzialmente anche un’importante componente della vita di molte persone: un mezzo di realizzazione, di sfida di sé, delle proprie capacità e talvolta persino di distrazione da problemi personali. A volte però il contesto lavorativo può trasformarsi in un luogo scomodo, in cui vengono messe in atto continue aggressioni e vessazioni che possono demotivare, attaccare la salute psicofisica e persino il Sé e il senso di autostima delle vittime di comportamenti mobbizzanti.

Il mobbing: dai gruppi di animali ai gruppi di uomini

Il termine inglese “mobbing ” nasce dal verbo “to mob” che significa “assalire in massa”. L’immagine di quanto viene osservato nel contesto di studi dell’etologia, in relazione allo studio del comportamento di aggressione di gruppi di animali, spesso di piccole dimensioni, che si uniscono per attaccarne uno di grossa taglia, è stata trasferita ben presto al comportamento umano. “Mob” è attualmente usato come sostantivo per designare una “folla dedita a vandalismo o sommossa” e inizialmente fu Konrad Lorenz (1971) che adottò tale parola in ornitologia per descrivere una coalizione di uccelli della stessa specie che attaccano uno dei membri considerati pericolosi per la comunità, allontanandolo o perfino uccidendolo attraverso un’azione definita appunto di “mobbing”. In seguito il medico Heinemann usò per breve tempo lo stesso termine per designare un comportamento infantile umano, osservato inizialmente in ambiente scolastico, che consisteva nell’aggressione di un bambino da parte di un gruppo di coetanei, quello che in seguito alle prime ricerche sistematiche su di esso, fu rinominato col termine attualmente ancora in uso di “bullismo”. Lo stesso studioso svedese, all’inizio degli anni Ottanta, definì mobbing anche un comportamento adulto, simile a quello riscontrato a scuola, applicando tale terminologia questa volta al contesto del lavoro in cui si riscontravano attacchi da parte di gruppi di adulti verso uno dei propri colleghi. Oggi l’uso del termine avviene anche in senso più ampio per riferirsi a varie forme di fastidio sul lavoro comprendenti sia quelle messe in atto da gruppi, tipologie più simili al bullying , che quelle messe in atto da singoli, come le molestie, definite anche con termini più specifici come “harassment”, “bossing” o “employee abuse”.

Le strategie per la vessazione dei lavoratori

La principale classificazione delle tipologie di mobbing fa riferimento ai ruoli, ma comprende due categorie che possono provocare ugualmente disagio e che possono comprendere simili metodi di persecuzione e molestia più o meno subdoli.

Esiste innanzitutto il cosiddetto mobbing gerarchico o verticale , agito da superiori verso dei propri lavoratori sottoposti. Questi ultimi possono essere relegati a ricoprire incarichi umilianti oggettivamente o in relazione alla propria professionalità (dequalificazione), mentre possono essere sottratte mansioni gratificanti ai mobbizzati, può venir tolta loro progressivamente ogni autonomia decisionale o, al contrario, li si può mettere in difficoltà assegnandogli continuamente incarichi lontani dalle proprie competenze, in modo da metterli a rischio di errori e di conseguenti rimproveri o lamentele. Essi vengono spesso sottoposti a richiami pubblicamente o per iscritto, anche per piccolezze o per comportamenti consentiti ad altri o, se assenti, vengono abitualmente segnalati per ricevere il controllo del medico fiscale. Agli stessi vengono assegnati uffici e attrezzature di lavoro di scarsa qualità rispetto al contesto aziendale e al ruolo ricoperto, con ambienti distanti oppure piccoli e scarsamente illuminati, con telefoni, computer e stampante che si guastano spesso, sedie e scrivanie scomode e l’autorizzazione (più o meno esplicita) ad altro personale di far uso abituale della postazione del mobizzato o di spostare o far sparire oggetti personali o materiale di lavoro dal tavolo o dalla cassettiera della vittima, soprattutto in sua assenza.

Altri comportamenti di mobbing riguardano anche l’incoraggiare o autorizzare comportamenti di disturbo alla salute della vittima, come l’uso inadeguato di climatizzatori, regolati a temperature troppo alte o troppo basse, nonostante lamentati effetti sul proprio benessere e sulla capacità lavorativa o ancora l’utilizzo di deodoranti o di detergenti ambientali che contengono allergeni segnalati dal lavoratore sottoposto a mobbing o l’autorizzazione di altri colleghi di stanza a fumare in ufficio. Si può vessare anche elargendo minori remunerazioni economiche rispetto a colleghi che svolgono lo stesso lavoro, bocciando costantemente ogni proposta o richiesta verbale o scritta o ancora attraverso comportamenti di controllo eccessivo sulle pause, sulle attività svolte o sugli orari di entrata ed uscita. In genere le motivazioni che spingono a mobizzare in questo caso possono riguardare antipatie personali, valutazioni di incompetenza o di improduttività del lavoratore o, al contrario, paura che egli possa prendere il proprio posto dirigenziale, fino a vendette per rifiuti relativi a proposte sessuali o conseguenti alla negazione della copertura di operazioni illegali. Il fine del comportamento vessatorio di questo tipo può essere quello di indurre il lavoratore a licenziarsi da sé dal momento che non viene più considerato adeguato o utile al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione: si parla in questo caso di mobbing strategico. Si parla invece di mobbing emozionale quando esso è semplicemente legato alla prepotenza di un superiore che mira a dimostrare la capacità di imporre al lavoratore subordinato il proprio potere e la propria supremazia oppure quando il comportamento è alimentato da opinioni diverse rispetto a razza, cultura, religione o altri aspetti di vita.

Il mobbing orizzontale invece è messo in atto dai colleghi, in forme che possono comportare l’isolamento sociale, la mancanza di collaborazione che non permette di svolgere i propri compiti, o perfino attacchi alla salute fisica simili a quelli descritti nella tipologia gerarchica, nonché comportamenti in grado di minare l’equilibrio psicologico attraverso umiliazioni personali e ferite alla propria stima di Sé. Si può agire tale mobbing ambientale fumando abitualmente nonostante le regole limitanti e le richieste di rispettarle, oppure con altre invasioni e comportamenti di controllo dell’ambiente, con atteggiamenti di critica ripetuta o tentativi di discredito, nonché con manipolazioni delle informazioni sia legate al lavoro che da attività aziendali extralavorative (es. feste aziendali) da cui può essere esclusa la vittima di mobbing.

Il rischio psicosociale sul lavoro

Le ricerche di psicologia del lavoro mostrano che esistono alcuni fattori di rischio psicosociale che possono incoraggiare il mobbing che vanno valutati per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Tra questi ultimi, un fattore importante può essere la predominanza di un genere sessuale in un ambiente di lavoro , dal momento che possono innescarsi coalizioni nei confronti delle minoranze. I dati statistici mostrano una lieve prevalenza del mobbing sulle donne, soprattutto in contesti territoriali dove la cultura non è ancora abbastanza aperta al lavoro femminile o all’attribuzione alle donne di incarichi di responsabilità.

Un altro aspetto molto importante è la presenza di una cultura organizzativa a rischio in cui esistono dei cosiddetti “fattori di facilitazione al problema” tra cui i più comuni sono una cultura organizzativa tollerante, una politica del personale insufficiente con presenza di leadership stressanti o inadeguate a limitare i fattori di tensione. In particolare sono considerati comportamenti organizzativi che possono agevolare il mobbing:

  • lo svuotamento di mansioni con tendenza a non assegnare compiti lavorativi, producendo inattività forzata e senso di inutilità;
  • la tendenza a predisporre costantemente trasferimenti o trasferte non strettamente connessi alla mansione ricoperta o legati alla normale vita lavorativa;
  • propensione ad attribuire incarichi eccessivi rispetto ai tempi disponibili, alle competenze o alla presenza di disagi fisici o psichici;
  • l’esercizio ripetuto di forme di controllo su ogni lavoro anche minimo svolto dal personale.

Anche l’organizzazione della dimensione ambientale può rappresentare un fattore di rischio di mobbing, soprattutto per ciò che riguarda la cattiva gestione degli spazi o l’istituzione di sedi lavorative particolarmente difficili da raggiungere.

I casi più frequenti di segnalazione del problema sottolineano l’esistenza di aree lavorative più predisposte ad essere colpite dal fenomeno , che comprendono organizzazioni in cui il controllo dirigenziale è affidato a più di una gerarchia, con grande dispersione nella verifica dei “segnali di rischio”, ossia dei conflitti costanti che possono rappresentare l’anticamera del mobbing. Secondo i dati epidemiologici tali caratteristiche appartengono soprattutto ai contesti di scuole, università, ospedali e istituzioni religiose.

Il processo di “mobbing”

I comportamenti precedentemente indicati di conflitto in una certa misura possono essere parte naturale della vita lavorativa; nel mobbing l’aggressione diventa abituale e la comunicazione verbale e non verbale diventa sistematicamente ostile, generando così dei chiari segnali di riconoscimento del mobbing che riguardano:

– la sistematicità delle azioni vessatorie che, per parlare di mobbing, devono essere messe in atto in modo abituale e continuativo per almeno 6 mesi;
– la tendenza a disarmare la vittima, ponendola in condizioni di sentirsi impotente e incapace di controllare la propria quotidianità lavorativa, privandola di punti di riferimento e di stabilità;
– la compromissione della reputazione della vittima che può destabilizzare fortemente il suo equilibrio psicologico; – la compromissione della prestazione lavorativa del mobbizzato che non si trova in condizioni di utilizzare le proprie capacità e quindi si trova in posizioni a rischio di rimproveri, di errori che possono danneggiare l’azienda, se stesso o terzi.

Il mobbing è comunque un fenomeno complesso, difficile da delimitare che può trasformarsi nel tempo: per tale ragione si preferisce parlare di “processo di mobbing”, rintracciando nel suo cambiamento, sebbene diverso di situazione in situazione, delle grandi fasi comuni (tabella 1).

Tab. 1 LE 4 FASI CHE SI SUSSEGUONO NEL PROCESSO DI MOBBING

FASE 1 La normale conflittualità sul posto di lavoro rimane costantemente irrisolta, divenendo la “normalità” e crescendo perfino di intensità. Ciò rappresenta la fase di “trampolino di lancio”, ma non permette ancora di parlare di mobbing vero e proprio.

FASE 2 La vittima viene etichettata , dal momento che è costretta ad assumere atteggiamenti difensivi. In tale fase in genere cominciano i problemi di salute a carico del mobbizzato che può somatizzare le tensioni in diversi modi, tra cui le forme più comuni possono essere disturbi del sonno, crisi di pianto, stati depressivi, ansia e disturbi digestivi. Altri disturbi fisici derivanti dal mobbing sono cefalee, tremori, tachicardie, dermatosi, mentre sul piano psicologico altre ripercussioni riguardano problemi di isolamento e di autostima che possono aggravarsi fino a portare a non rari disagi psichici gravi in grado di alimentare anche tentativi di suicidio. Anche se il mobbing non è una malattia spesso può far ammalare.

FASE 3 La situazione diventa un “caso”, giungendo all’Ufficio del Personale. In tali casi spesso si verifica una “resistenza” che si basa su una tendenza a considerare il soggetto mobbizzato un soggetto “difficile” e per questo causa del conflitto, giudizio errato sulla situazione che viene definito errore fondamentale di attribuzione.

FASE 4 La persona mobbizzata può essere spostata o sottoposta a incarichi minori, costretta a lunga malattia o a cure psicologiche o perfino a licenziarsi o prepensionarsi per preservare la propria salute psicofisica.

Alla ricerca di soluzioni antimobbing

Per quanto riguarda le aziende è particolarmente importante monitorare costantemente i rischi di mobbing, soprattutto controllando e mediando i conflitti, gestendoli con eventuali cambiamenti di incarico o spostamenti ambientali.

Per i mobbizzati il primo passo necessario spesso è quello di acquisire consapevolezza del problema e del fatto che esso non dipende da proprie colpe, come spesso il contesto tende a fargli pensare. È particolarmente importante fare riferimento ad altre risorse extralavorative e, in misura preventiva, non investire tutta la propria vita sul lavoro. È utile sapere che rabbia, impotenza, senso di colpa e disperazione possono essere molto forti e che un aiuto professionale può essere utile anche dopo che la situazione è cambiata, dal momento che i segni di lunghi periodi di mobbing possono rappresentare dei veri e propri traumi che feriscono la propria sicurezza e la propria autostima.

Fonte: http://www.benessere.com/psicologia/arg00/mobbing.htm

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