Il concetto di normalità: ideale da inseguire o trappola da evitare?

Il concetto di normalità: ideale da inseguire o trappola da evitare?
Non molto tempo fa, durante un corso di Psicopatologia da me tenuto presso l’Università di Bergamo, un’allieva coraggiosa si alza e mi domanda: “chi decide cosa è patologico e cosa no? Chi stabilisce che un modo di vivere va bene e un altro è disfunzionale? Se un uomo è felice di dipingere gusci di tartaruga sulla spiaggia, che diritto abbiamo noi di dire che ha un deficit funzionale nell’area sociale e lavorativa?”.

Avevo trascorso l’ora e mezza precedente a illustrare i criteri attraverso i quali è possibile compiere una valutazione generale del funzionamento, e la domanda giunse come un fulmine in un cielo senza nubi.
Apparentemente, si tratta di una domanda difficile, ma in realtà ha una risposta a mio avviso molto semplice, se il clinico accetta di sottrarsi alla logica missionaria di salvare tutti, sempre e ad ogni costo. Questo è ciò che decisi di rispondere alla mia allieva:
“scusi, ma un uomo che è felice, su una spiaggia, a dipingere gusci di tartaruga, che ci verrebbe a fare in terapia?”.
Il core business della mia impresa terapeutica, e parlo a titolo personale, non è mai stato decidere chi è normale e chi non lo è, oppure trasformare gli anormali in normali. Il mio compito è rimuovere gli ostacoli che impediscono al paziente, inteso come portatore di sofferenza (gli spiaggisti felici disegnatori di gusci sono esclusi), di vivere la propria vita.

Tale prospettiva implica la rinuncia ad un concetto molto caro a diverse psicologie, ossia che esista un modello unitario di sviluppo ottimale, i cui discostamenti debbano essere corretti.

Non so chi di voi ha visto il film “Shine”, storia del pianista David Helfgott, protagonista, in un momento cruciale della propria vita, di un esordio psicotico.
Nell’assistere alla sua vicenda umana, ci rendiamo subito conto che si tratta di un ragazzo strambo, che balbetta nel parlare, che a volte ritira la posta uscendo sul pianerottolo senza mutande, che mangia cibo per gatti mentre si esercita al pianoforte.
Personalmente, non mi sarei preoccupato molto di nessuna di queste cose. La tragedia che avrei cercato di scongiurare, se avessi lavorato con lui, è una sola: David smette di suonare il piano, si disconnette dalla propria passione, rinuncia al proprio impulso vitale, accetta di andare alla deriva lontano da se stesso.

Il mondo è un luogo che deve avere spazio per tutti coloro che si alzano regolarmente tutte le mattine, svolgono un incarico produttivo, tornano a casa e si prendono cura del coniuge e dei propri figli. Persone che costruiscono, che vivono un’esistenza regolare e priva di asperità.

Il concetto di normalità: ideale da inseguire o trappola da evitare?Tuttavia, occorre trovare spazio anche per chi resta chiuso in una stanza a scrivere poesie, o compone musica maledetta e bellissima fumando sigarette cancerogene e pessimo whiskey.
Avremmo reso un servigio al mondo curando la depressione di Giacomo Leopardi, permettendogli di uscire all’aperto, sposarsi, avere figli? Annientando la sua poesia disperata, avremmo davvero fatto il meglio per lui?
Sarebbe stato un successo terapeutico rendere Jimi Hendrix un individuo in grado di lavorare dalle 9 alle 5, sobrio e lucido?

Non fraintendetemi, non sto facendo un elogio della follia.
Quello che vorrei dire, approfittando di questo spazio, è che la psicologia, in quanto scienza dell’umano, ha il compito di includere, non di escludere.

La psicoterapia, in quanto declinazione clinica di tale scienza, ha il compito di rintracciare assieme al paziente una normalità per lui possibile, piuttosto che omologare tutti entro un unico, forzato percorso.
Mi corre sempre un brivido lungo la schiena quando ascolto un collega dire che si è posto l’obiettivo di condurre il paziente X verso un approccio più sano a questa o a quell’area della sua vita.

Prima di giudicare un uomo, cammina per un’ora nelle sue scarpe“: è la base dell’empatia, al tempo stesso la forma di vicinanza psicologica più profonda e più difficile. Significa assumere il punto di vista dell’altro e osservare le possibilità e vincoli partendo dalla sua prospettiva. Da quel punto in avanti, cominciamo a costruire insieme al paziente una strada: che sia possibile per lui, piuttosto che “sana” per noi.
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