La gelosia patologica

coppia-in-crisi-squareDal greco zelos -emulazione, invidia, rivalità-, divenuto zelus in epoca medievale -zelo, ardore, rivalità – la gelosia è un fenomeno noto a tutti, fin dalla più tenera infanzia.

Essa si manifesta come un’emozione nel caso di una rapida epifania tendente in tempi brevi all’estinzione, oppure come un sentimento allorquando si stabilizzi in uno stato affettivo-cognitivo pervasivo e duraturo, facilmente evocato anche da minimi eventi esterni o da rappresentazioni mentali auto-generate che finiscono con il permeare l’esperienza psichica in maniera stabile.

In tutti i casi può essere considerata una passione -dal gr. pàthein e lat. pàteo– per il carattere di sofferenza che sempre ne accompagna il vissuto. Comporta sofferenza interiore (con emozioni di dolore, tristezza, paura e rabbia), sintomatologia neurovegetativa (ansia, accelerazione del battito cardiaco come della respirazione, sudorazione e tremore alle mani, rapido afflusso di sangue al cervello, pupille in midriasi…), aspetti cognitivi tipici (rancore, preoccupazione, autoaccusa, autocommiserazione), ma anche, nel contempo, un’impulso ad agire. Si tratta di forme di aggressività manifesta – dal lat. adgredior, andare verso – (dal piangere, parlare del problema, far uso dell’umorismo, implorando benevolenza e comprensione, fino al passare alla vendetta in un parossismo d’ira priva di discernimento), che conducono dalla mansuetudine coatta all’ira cieca.

Va sottolineato che la gelosia può essere scatenata da cause oggettive e reali ma anche dalla (distorta) percezione di una minaccia immaginata.

E’ una forma di aggressività intraspecifica (cioè tra membri della stessa specie) funzionale alla sopravvivenza della specie, dunque con una precisa funzione adattiva e, dall’etologia animale, sappiamo quanto essa sia importante ai fini dell’accoppiamento, della riproduzione del proprio patrimonio genetico, nello stabilire un ordine gerarchico, e nel circoscrivere un territorio di risorse preziose per la sopravvivenza. Nell’animale questa “sana aggressività” si configura come un istinto che promuove e consente l’adattamento all’ambiente. L’aggressività dei cervi che, nella stagione degli amori, si sfidano a cornate, e lo spinarello che si scaglia indistintamente contro un qualsiasi altro maschio in “livrea nuziale”, che noi interpretiamo come “gelosia”, altro non è che un comportamento ritualizzato, istintuale, di difesa della coppia – della riproduzione e della prole -, che prevede schemi di azione fissi (attaccare qualunque sagoma di spinarello che abbia una vistosa chiazza ventrale rossa che costituisce il distintivo tipico del maschio nell’accoppiamento); essendo ritualizzato non comporta ammazzamenti.

Nell’umano, il comportamento geloso, come ogni comportamento, si attiva a partire da motivazioni primarie (fame, sete o sesso) e da motivazioni secondarie (miranti al successo con prestazioni di alto livello e tese al superamento degli altri, al bisogno di autorealizzazione, al desiderio affiliativo o di attaccamento e di contatto con l’Altro – per vincere la paura della separazione e relativa solitudine -).

Gli umani non copulano, ma fanno l’amore, soddisfacendo così i bisogni fisiologici, di sicurezza, di appartenenza e amore, di stima, di autorealizzazione, cognitivi – sete di conoscenza – ed estetici – desiderio di bellezza -. Si scelgono, s’innamorano, si corteggiano, si promettono fedeltà… Nella norma, hanno un enorme potere di controllo conscio sulle loro pulsioni e ricorrono a strategie di comportamenti ritualizzati dell’aggressività con modificazioni del comportamento dettate dall’apprendimento ( ad es. adottando tutti quegli accorgimenti strategici di camuffamento che enfatizzino i caratteri sessuali secondari – nel maschio, ad es., spalle larghe imbottite -, e/o che abbiano un carattere impositivo fisico – gare sportive – o mentale – giochi da tavolo, imbonimenti verbali fino alla bugia -, e di acquietamento fra estranei – saluto, togliersi il cappello, porgere la mano od un regalo, chiedere permesso se si invade lo spazio altrui…-)

Va detto che la pulsione, nell’uomo, è fortemente influenzata da componenti psicologiche le quali, a loro volta, risentono di influenze sociali, culturali e cognitive.

Nessuno (o scarso) stupore se presso i Kiribati (tribù che vive in un atollo del Pacifico) l’uomo geloso ha facoltà di tranciare il naso alla compagna ritenuta infedele, col coltello o con un morso, con un gesto che va sotto il nome di koko: lì è d’uso, considerato “normale” per quella società e cultura. Nessuno stupore che fino al 1981 (solo 30 anni fa !) in Italia fosse ammesso il “delitto d’onore” che rendeva pressocchè lecito l’assassinio della coniuge, figlia e/o sorella per salvaguardare l’onore del maschio. In ambedue i casi vi era il riconoscimento dell’offesa arrecata e la riparazione, ancorchè cruenta, non causava riprovazione sociale.

Poichè la gelosia riguarda ciò che si ha e che si teme di perdere, essa va ad evocare i fantasmi primigenii della vulnerabilità, della perdita, dell’abbandono e della solitudine con cui ciascuno di noi fa i conti nel momento della separazione dalla propria madre fino alla rescissione, fattuale prima e metaforica poi, del cordone ombelicale inteso come totale dipendenza.

La gelosia, nella sua estrinsecazione comportamentale, è strettamente correlata alla qualità (culturale) nella gestione dell’aggressività. Diversamente dall’istinto che è un comportamento fissato dall’ereditarietà, caratteristico della specie, la pulsione invece è una costituente psichica che produce uno stato di eccitazione che spinge l’organismo all’attività, anch’essa geneticamente determinata ma suscettibile di essere modificata nell’esperienza individuale. (U.Galimberti).

Mead ha osservato che in alcune società tradizionali della Nuova Guinea il comportamento aggressivo si manifestava in modo assai diverso: gli Arapesh, allevati con grande affetto e con frequenti contatti corporei, da grandi risultavano particolarmente miti, pacifici e bendisposti, mentre i Mundugumor, allevati con un atteggiamento poco amorevole da parte delle loro madri avvezze a lasciarli da soli per tempi lunghi entro le ceste e scarsamente disposte ad allattarli volentieri, mostravano, una volta adulti, comportamenti estremamente aggressivi e crudeli.

E’ evidente che la diversità consiste in una diversa gestione culturale dell’aggressività. I primi, che pur non essendo anaggressivi evitano di venire alle mani durante le liti, sono esortati a dare sfogo alla rabbia dirigendo la loro aggressività su cose neutre (sassi, pietre, ceppi di legno) che vengono scagliate a terra con tutto l’impeto desiderato, o a rotolarsi nel fango, battendo i piedi, urlando ecc. ma senza andare a confliggere con altre persone in uno scontro fisico.

L’impronta culturale e l’educazione che ne deriva fanno la differenza, incidendo significativamente nella gestione dell’aggressività che può essere canalizzata in forme diverse e diretta o no verso altri esseri umani. Esistono infatti culture che addirittura promuovono la degenerazione dell’aggressività in violenza enfatizzando la competizione a scapito dell’empatia e della cooperazione. Anche la tecnologia, così come pubblicità e media con le loro micronarrazioni mitiche, mostrano il loro potenziale deresponsabilizzante teso a distanziare il gesto dalle conseguenze dell’azione violenta (armi) o a manipolare le coscienze sollecitando in maniera subliminale ma potente le pulsioni sessuali e aggressive proponendole spesso congiuntamente e condizionandone così l’enfatizzazione della loro base biologica a discapito di quella culturale.

La privazione d’amore, oltre a deformare in senso aggressivo la personalità, la rende asociale e non permette lo sviluppo di lealtà, abnegazione, dominio di sè, coraggio, nè di tutte quelle caratteristiche altruistiche che presuppongono l’identificazione dell’individuo con gli altri membri del gruppo. Potremmo dire che genitori poco affettuosi formano personalità aggressive e che, al contrario, genitori affettuosi creano una disposizione identificatoria positiva e l’attitudine ad imitare il modello da loro offerto. Pertanto il bambino allevato in maniera equilibratamente affettuosa, conoscerà più probabilmente una gelosia “normale”, gestita secondo un’aggressività sana.

Quand’è che la gelosia perde i connotati di reazione ed emozione sana ? Quand’è che diventa un sentimento (un feeling costante) malato?

Forse, potremmo dire, quando intacca la percezione del Sè, dell’Amato e dell’Altro-(Rivale), tingendosi di invidia, che è quel sentimento mai pago e distruttivo che riguarda tutto ciò che si vorrebbe avere ma non si ha e quando fa scaturire la perenne scontentezza di chi, sperimentando una condizione di inferiorità e pur mettendo in atto tutte quelle difese massive di cui può arrivare a disporre, esperisce sentimenti sempre ambivalenti, non coerenti e mai appaganti.

 

Nel caso di un Io fragile, la persona ricorre per sovracompensazione alla tendenza ad incolpare gli altri sempre e comunque per le proprie mancanze o per ogni motivo per il quale si senta minacciato, legittimando se stesso, anche a costo di alterare la realtà, a prendersi ogni merito del proprio successo. Così facendo si auto-preserva dal sentirsi inadeguato, fragile ed inutile preferendo, più o meno consciamente, sentirsi arrabbiato o indignato.

Questo meccanismo viene chiamato “distorsione autotutelante” ed è strettamente correlato al pensiero paranoico.

La paura dell’abbandono ingenera tristezza, rabbia, vergogna e disistima di sè; altera le percezioni e la memoria (nel geloso ad oltranza, si ha un aumento abnorme e selettivo dei processi attentivi che divengono parossistici e ruminativi), altera il pensiero in quanto diviene pensiero dominante o “delirio di riferimento” (ogni comportamento della persona amata diviene testimonianza e conferma dei sospetti non essendo mai considerato come casuale o neutro). Il desiderio ambivalente della maggior vicinanza e conoscenza dell’Altro (magari funzionale a scoprirne eventuali difetti e debolezze per meglio dominarlo controllandolo), unitamente al desiderio di segno opposto di rabbia, odio e ostilità, provoca smarrimento e disorientamento tali che fanno vivere il soggetto sotto costante minaccia di annientamento.

La distorsione autotutelante serve appunto a preservare illusoriamente l’Io ideale dalla minaccia di un Io fragile e compromesso qual è l’Io effettivo.

E’ chiaro che più l’Io è fragile, minacciato da una bassa autostima e da credenze svalutative quali l’essere debole, poco amabile, inutile, inferiore, cattivo e destinato alla solitudine e al fallimento, più avrà la tendenza ad incolpare gli altri spostando fuori di sè ogni “responsabilità”. Verranno usati massivamente meccanismi di difesa dell’Io quali la negazione (nego di avere dei problemi che mi faccia male riconoscere), la rimozione (accantono o dimentico ciò che in qualche modo mi nuoce) e la proiezione (non sono io che ho voglia di tradirti o che tradisco, sei tu che sei puttana).

Questo stato di fragilità, nel suo complesso, provoca reazioni intense , esagerate ed inappropriate rispetto alla realtà oggettiva della situazione, nella quale finisce col riproporsi l’Erlebnis di un antico, inestinto conflitto e dell’infedeltà ad un amore (quello materno) che doveva essere esclusivo.

L’origine di questa difesa sembra dunque collocarsi nella prima infanzia e nella non risoluzione del processo che dalla dipendenza conduce all’autonomia. Tutto resta fermo com’era intorno ai 3 anni, nella fase in cui non è stato ancora affrontato l’edipo nè si è sviluppato il narcisismo secondario che, sostenuto dal senso di realtà e dall’accettazione delle “norme del Padre”, renderebbe possibile l’organizzazione del Sè reale. Il geloso patologico, angelo e demone, bloccato da mancanza di vera empatia, con spiccati sentimenti arcaici infantili, egocentrici, megalomanici e preedipici, è sostanzialmente impossibilitato a scegliere un qualsiasi movimento autonomo per trovare una collocazione nel triangolo edipico.
Costretto a vivere di espedienti e furbizia nell’impossibilità di fare una scelta di movimento (salvare mamma dallo strapotere che papà esercita su di lei possedendola) per schierarsi al fianco di lei difendendola e affrontando l’ira funesta del padre talmente grande e forte da sembrargli onnipotente . Paralizzato nella sua paura di bambino e nella sua infantile impotenza, il narcisista non sceglie e non si schiera, rimanendo condannato a patire la minaccia soverchiante di una presenza paterna castrante. Impedito dal proprio senso di fragilità, inferiorità e inadeguatezza, condannato a vivere con il dolore della propria insufficienza, verrà spinto a svalorizzare tutto e tutti nella illusoria soddisfazione di sentirsene superiore e migliore. Nel contempo sarà altresì condannato a dimostrare perennemente le proprie qualità eccelse che gli permettano di affrontare le situazioni problematiche della vita, che peraltro lo fanno sentire perennemente sull’orlo del fallimento, mettendolo così in un antagonismo irrisolto con il padre come referente adulto edipico. Egli è in tal modo condannato ad una perenne gelosia e rivalità, e per questo condannato nel contempo ad una vita vissuta all’insegna del sembiante (apparire piuttosto che essere).
Ancorato al proprio sembiante, ovvero ad un’immagine di sè compiacente -ipertrofico ma fragile nel medesimo tempo-, e in continua fase di manipolazione dell’Altro nel tentativo strenuo e vano di soddisfare la sua immagine dell’Io. Impossibilitato a ricordare così come a dimenticare, confinato nel personaggio che non può scegliere, così come da bambino non ha scelto di liberare la madre dai soprusi subìti nella scena primaria per opera della violenza paterna, si vede costretto a rinunciare a crescere. Crescere infatti significa affermare la propria individualità e libertà di scelta permettendo anche all’Altro la facoltà di scegliere a sua volta. Ma se il bambino che c’è in lui (l’animale orientato verso i bisogni urgenti del suo corpo per raggiungere il piacere, che non ha conoscenza del buono e del cattivo, che non distingue ancora la realtà dall’illusione o dal fantasma persecutorio e che non sa scegliere se ribellarsi od obbedire resistendo all’immediata soddisfazione dei bisogni e controllando in maniera opportuna la propria aggressività), gli fa temere che la mamma lo stia trattando come un oggetto che le appartiene nel mentre il padre gli è ostile, quello stesso bambino, una volta adulto, non consentirà libertà nè scampo all’Oggetto del proprio amore e quest’ultimo non avrà altra scelta che sottomettersi. D’altronde, per definizione, l’Altro è stato scelto (dall’alto in basso), ed il manipolatore-ultrageloso, identificandosi nell’imago della Madre primitiva determinata a distruggerlo per eliminarlo dal triangolo edipico come Altro incomodo oppure determinata a modellarlo sull’immagine che essa ha di lui, nello scontro di volontà che teme, fa emergere da adulto tutto il suo narcisismo perverso, improntato sul dominio e fondato sull’ostilità crescente del mors tua vita mea (vorrei distruggerti prima di venire fagocitato da te quale mantide religiosa che rischia di fagocitarmi).

 

 Nella prospettiva cognitiva in cui il soggetto è indotto a percepire le valutazioni interpersonali come negative ed ingiuste, scatterà la difesa del sentirsi vittima di una persecuzione e come tale dell’essere autorizzato al rifiutare ogni critica condannando anzi il persecutore che ne risulterebbe la fonte. (Non è colpa mia, ma è colpa dell’Altro).

Ciò che interessa qui è tracciare un’esamina di ciò che costituisce il quadro della gelosia patologica.

Patologia è appunto sinonimo di vulnerabilità come condizione che si viene a creare a séguito di unvulnus, inferto dalla rinuncia al mito del possesso esclusivo dell’oggetto d’amore: la madre.

La gelosia adulta, alimentata da queste dolorose esperienze primarie non estinte che risuonano come un’eco costante al fondo della coscienza, può dunque manifestarsi con tutta l’amplificata percezione dell’infedeltà di un amore che si sperava eterno ed esclusivo.

Quando essa è patologica diviene perciò un sentimento costante, più o meno intenso, dal carattere delirante, fondato cioè su convinzioni soggettive piuttosto che oggettive. E’ basata su inferenze illusorie piuttosto che su prove circostanziali sufficienti, e ricorda il desiderio spietato di un neonato che nulla sa dei desideri e delle esigenze di sua madre, talchè prova esclusivamente bisogno e non già empatia, compassione e comprensione. Sentendosi inevitabilmente e perennemente sottomesso finisce con l’inglobare nel suo inconscio l’immagine della madre-strega.

Il geloso patologico è un essere monco, incompiuto, in stato di perenne dissociazione che, al fine di prescrivere e assolvere la propria inettitudine e rendere legittima ogni propria debolezza, dipendenza e paura, si autoincensa e autogiustifica in maniera del tutto opportunistica e furbesca, spostando fuori di sè ogni responsabilità anche a costo di spostare progressivamente fino ad azzerarlo, il confine tra finzione e realtà, incorrendo nel serio rischio di non riuscire più a distinguere l’una dall’altra.

Esiste come disturbo a sè stante – annoverato come delirio di gelosia – ed è classificato tra i disturbi deliranti, ma esiste anche come sintomo correlato in altre forme di psicopatologia: per esempio nell’etilismo cronico, o come disturbo affettivo nella Depressione Maggiore oltrechè nel Disturbo Paranoide di Personalità.

Ciò che interessa qui è forse maggiormente quest’ultimo, ma è identificabile anche nella Personalità narcisista o Disturbo narcisistico della personalità, nel carattere schizoide, nella sindrome borderline, nella psicosi, nella caratteropatia, nella modalità “as if” pseudo-normale (personalità “come se”).

Poco importa l’inquadramento nosografico, ciò che importa qui è cercare di comprendere il fenomeno gelosia nelle sue forme “esagerate” e perciò deliranti, al fine di riconoscerlo soprattutto quando si sviluppi nell’albero delle psicosi, piuttosto che come ramo che cresca nell’albero delle nevrosi dove la percezione della sofferenza è linfa che non perde mai di vista la reale consistenza e qualità del terreno dal quale trae nutrimento.

Data la crescente diffusione del narcisista patologico, personalità intrigante di conquistatore di successo, spesso ben dotato intellettualmente e culturalmente, verboso incantatore, paradigmatico dongiovanni, inesausto cupìdo sotto le cui frecce è facile cadere avvedendosi di essere vittima delle sue manipolazioni di solito quando è ormai tardi per non aver dovuto pagare un prezzo assai alto in conseguenza alla propria dabbenaggine e a un malriposto senso materno, sarà proprio di quest’ultimo che tratteremo qui.

Il narcisista patologico è un partner molto pericoloso che, in virtù dell’alto livello di testosterone – ormone maschile per eccellenza che governa sia la sessualità che l’aggressività –, mette in atto comportamenti di conquista destinati al subitaneo successo, ma non alla durata del rapporto. Egli infatti è incline a trattare un’altra persona come un semplice oggetto della propria libidine. Poichè nei suoi tratti caratteriali, assieme a un atteggiamento manipolatore, egocentrico e vanesio vi è una ridotta capacità empatica, il narcisista tende a un rapporto Io-Esso anzichè ad un rapporto Io-Tu.

 

Ma attenzione: egli è un abilissimo dissimulatore: costruisce il proprio Sè attraverso una costante performance di presentazione al pubblico secondo un’attenta scelta di maschere con le quali tende a rappresentarsi recitando se stesso come in una commedia in cui egli domina la scena ed è esente da critiche. E’ un esperto commediante logorroico, incline all’autocommiserazione, alla pigrizia, al tergiversare (ci penserò domani), alla non-scelta (chi non fa non falla), al servilismo, alla menzogna cronica inversamente proporzionale alla quantità di parole, storie e bugie che riesce a emettere, incline alla lamentela, alla polemica, alla diffamazione e al tradimento.

Questi suoi tratti caratteriali ne fanno un mirabile affabulatore. Finchè si sente al centro delle attenzioni va tutto bene; la sua megalomania lo farà sentire al riparo delle credenze valutative di base, che pure albergano in lui, all’insegna del “povero-me” (non essere amabile, risultare svantaggiato, inferiore, insultato, disprezzato, tradito, trascurato, ..), e porterà la sua partner in palmo di mano, quando invece per qualunque motivo si senta minacciato di abbandono o trascuratezza e le supercompensazioni che avrà adottato si renderanno inefficaci, anzichè sentirsi inadeguato, si sentirà arrabbiato e indignato. La distorsione autotutelante gli farà credere che il nemico sia all’esterno ed egli attiverà, tra le altre difese, un’incontenibile gelosia : usque ad sanguinem.

Come incoercibili sono i costrutti mentali che accompagnano l’esperienza passionale abnorme e prolungata nel tempo, ove i confini del sè fagocitano ed inglobano per così dire i confini dell’Altro, così i contenuti ideici coatti di una vischiosità epilettoide tenderanno ad autoalimentarsi in una sorta di delirio lucido, eliminando progressivamente ogni feedback con la realtà, fino a tradursi sul piano comportamentale in agìti irrispettosi ed oltraggiosi (di stretto, soffocante controllo data la sua diffidenza), suscettibili di diventare all’improvviso dispotici e brutali nei confronti dell’Altro. Da questo momento potrà venir fuori tutta la sua pericolosità. Senza risonanza ed empatia c’è cinismo ed un partner siffatto non avrà scrupoli a picchiare, ad avere reazioni scomposte e violente, e a riservare per sè “spazi di libero movimento”in molteplici relazioni extraconiugali che accortamente guarderà bene di tenere celate anche a costo di negare l’evidenza. Con ogni probabilità finirà col perdersi in una spirale di segreti e bugie, ed infine, quando avrà terminato di infierire sull’ultima vittima, semprechè questa abbia fortuna, impiegherà un tempo minimo a passare alla successiva. L’ostilità di cui è permeato gli precluderà ogni relazione normale fondata sulla complementarietà e l’uguaglianza.

Ecco allora che da persona intenta al mantenimento di standards comportamentali e culturali socialmente accettabili, la mefistofelica creatura può trasformarsi tutt’a un tratto in una spaventevole creatura che “arrossa e disfavilla”, facile preda dell’ira priva di discernimento. Un vero diavolo (dadiaballein, dividere, calunniare) che separa inesorabilmente le meschinità umane dall’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, dopo aver separato la passione dalla razionalità nell’accecamento del suo stravedere e dopo aver fatto emergere il “male” sottostante al “bene” fragile ed inautentico.

Il geloso patologico con personalità egocentrica è in ultima analisi incapace di oblatività, dà il suo amore finchè ne trae il proprio tornaconto; è furbo, è capace di pensieri e d idee in una dimensione solo cosciente e alessitimica (per così dire anestetizzato nelle emozioni e nel sentire), è cattivo nel senso etimologico (da captivo-prigioniero del proprio stato d’animo e del proprio falso-sè), come se si sentisse condannato all’imperativo ovidiano del “video meliora proboque, deteriora sequor” (vedo il meglio e l’approvo, ma seguo il peggio), come “cattiva” è la vedova, nel dialetto siciliano, in quanto oppressa dallo stato d’animo del prigioniero.

Come nella nota tragedia shakespeariana, dove Desdemona dimostra tutta la sua cecità di fronte alla gelosia che sta sconvolgendo Otello a causa dell’ immagine idealizzata che si è creata di lui e che le impedirà di difendersi, così la vittima del geloso patologico rischierà il più delle volte di non accorgersi del carattere inautentico dell’immagine esteriore del Grande Seduttore e Amante Ideale sotto il quale si nasconde e “cova” null’altro che un pericoloso manipolatore.

Vale la pena di ricordare che, nell’atto finale della tragedia, Otello, dopo aver ammazzato la persona che più amava (la sua Desdemona, la quale peraltro gli ha inopportunamente offerto di sè l’immagine della donna-madre soccorrevole e consolatoria), si dà la morte egli stesso, nell’intento di “morire su di un bacio” attraverso cui suggellare illusoriamente un’unione per sempre, in un estremo, definitivo ricongiungimento.

Per concludere: siate prudenti e possibilmente lontani dall’Amante vittima del “soul murder“, da quell’adulto cioè che vi lasci presumere di avere ancora una ferita narcisistica aperta e insanabile da renderlo bisognoso di un attaccamento troppo esclusivo dove non ci sia il necessario rispetto della reciproca autonomia.

L’amore presuppone fiducia (non diffidenza) e la fiducia richiede per sua definizione reciprocità avendo sempre bisogno di essere: bilaterale, sincrono e simmetrico.

fonte: http://rolandociofi.blogspot.it/2013/04/la-gelosia-patologica.html

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