FUSI E CONFUSI

Quando si parla di dipendenze, da subito vengono in mente quelle legate all’abuso di sostanza, che sia droga o alcol, quelle legate al gioco o ad internet, ma ne esiste una ancora più frequente e no immediatamente riconoscibile che prevede quale oggetto desiderato l’altro in relazione.

La dipendenza affettiva è tra i più diffusi disturbi di personalità, tanto femminile quanto maschile, anche se in quest’ultimo caso è spesso negata o celata dietro la cosiddetta “contro dipendenza”, caratterizzata da ostilità e aggressività verso l’altro, di solito il partner, da cui si tenta vanamente di
svincolarsi.

La dipendenza dagli altri è una condizione umana imprescindibile dalla riuscita della sopravvivenza, basti pensare a quando si è bambini, anziani, o in genere quando si attraversano momenti di difficoltà dove l’altro è più che mai una preziosa risorsa. Dico più che mai perché la sana esigenza di essere in relazione e di ricevere cure ed amore, non è condizione esclusiva degli stati febbrili o della mancata autonomia. L’altro è uno specchio costante che offre la possibilità di conoscersi in maniera più completa e forse attendibile, ed il suo giudizio, le sue critiche o approvazioni, sono strettamente connesse con l’autostima. Ma quando la profonda mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità rendono un individuo così bisognoso di guida da non essere capace di decidere per sé praticamente nulla di ciò che lo riguarda, è evidente che ci troviamo di fronte ad un quadro patologico che merita attenzione.

I dipendenti affettivi affidano agli altri le proprie responsabilità, le rassicurazioni e i consigli sono vitali perché consentono azioni e protocolli di comportamento altrimenti irrealizzabili. Sentono di non potercela fare da soli, si definiscono stupidi, l’altro diviene prolungamento di sé, da qui l’ansia e il timore costanti di perdere la relazione. Questa sottomissione però, li espone spesso a relazioni
dolorose e frustranti, persistendo in rapporti di incastro sado-masochistico in cui il bisogno di controllo dell’uno è alimentato dal bisogno di essere controllato dell’altro.

In caso di separazione la disperazione, lo smarrimento di fronte ad una vita da affrontare per un po’ in completa autonomia, li porta alla ricerca continua e spasmodica dell’ennesima relazione che garantisca accudimento, con la pretesa che questo avvenga.

Gli esperti che si sono occupati di capirne l’eziopatogenesi, rintracciano le cause in modalità d’attaccamento infantile di tipo ansioso ed insicuro, con dei modelli d’educazione familiare che bocciano la spinta all’indipendenza e all’autonomia dei suoi membri, perché segno di non attenzione o meglio, anzi peggio, di tradimento. Sono nuclei spesso composti da una mamma sottomessa ad un padre-padrone, iperprotettiva, ansiosa e bisognosa della vicinanza dei figli, i quali si vedono riconosciuti ed apprezzati fin tanto che dimostrano fedeltà. Apprendono pertanto che amare vuol dire avere bisogno dell’altro, di un altro che deve esserci, sempre e comunque, anche quando non necessario e in tutti i casi in cui devono appagare l’irrefrenabile spinta a prendere in prestito la sua identità.


Se si è in relazione con un dipendente affettivo, spesso lo si intuisce dapprima per le eccessive richieste d’aiuto e d’attenzione e in seconda battuta, dalla sensazione d’esaurimento della propria energia.

Possono passare inosservati solo quando una modalità di questo tipo appaga bisogni narcisistici e d’onnipotenza,e può capitare anche all’esperto, che in terapia può sottovalutare per non dire ignorare, che ciò che va definendo riuscita o miglioramento, altro non è che un’eccessiva compliance di un paziente dipendente. Così facendo si rafforza il cliché e anziché aiutarlo a venirne fuori, si rischia d’offrire loro un altro serbatoio di indirizzi con la pretesa rinvigorita dal prezzo che pagano.

Uscire dalla trappola della dipendenza affettiva, non è facile, ma è certamente possibile. Il passo più importante, come sempre, è capire. Occorre andare alla radice del problema per comprendere dove è avvenuto lo squarcio del proprio universo sensibile e come riprendere il controllo della dinamica dei sentimenti che hanno reso vulnerabile il sistema difensivo della persona, aprendo le porte alla dipendenza affettiva. In conclusione, bisogna avere un po’di coraggio per riaprire “la ferita”, perché se vi è una porta attraverso la quale è possibile cacciar via questa oscura dipendenza è proprio quella attraverso la quale si è segretamente insinuata.

 
fonte: http://rolandociofi.blogspot.it/2013/02/fusi-e-confusi-cura-di-claudia-martorano.html
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