Quell’inchiostro sulla pelle

hghLa pratica dei tatuaggi affonda le radici nella storia dell’umanità. L’etimologia del vocabolo rimanda a ta-tau, che in lingua polinesiana significa “segno sulla pelle”. Nelle società primitive, l’atto del tatuarsi non esprimeva alcuna trasgressione: piuttosto, era un segno di integrazione sociale utile a distinguere le varie caste, oltre che esercitare un effetto terapeutico e curativo.

Si pensi ai tatuaggi sul viso dei maori della Nuova Zelanda, che rendevano l’individuo unico e inconfondibile, come fossero impronte digitali. Nel mondo occidentale del duemila, sono lontani i tempi in cui chi ricorreva al tatuaggio erano quasi unicamente i malavitosi, i carcerati e i marinai. Attualmente, il tatuaggio è diventato un fenomeno di costume, che interessa non solo gli adolescenti, ma insospettabili ultra quarantenni, senza peraltro perdere il sapore trasgressivo.

Perché tatuarsi?
Antropologi, sociologi e psicologi si sono interrogati sul perché, nell’attuale società dove il dinamismo impera e dove casa, lavoro e partner vengono sostituiti con apparente leggerezza, si avverta il bisogno di imprimere sulla pelle segni così indelebili ed eterni. Il tatuaggio, essi sostengono, oggi assolve le medesime funzioni che rivestiva nelle società tradizionali: abbellirsi, comunicare, appartenere a un gruppo ed esorcizzare le paure.

La motivazione più recondita che conduce a praticarsi un tatuaggio è probabilmente il bisogno di affermare a livello visivo la propria identità, la propria unicità al cospetto della massa.
Forse, risiede proprio in questo, il suo messaggio duplice e apparentemente contraddittorio: esteriorizzare la propria interiorità unica ed irripetibile e, al contempo, riconoscersi come parte di un gruppo o movimento. E’ da dire, d’altronde, che le motivazioni possano mutare con l’età.

Per gli adolescenti, il tatuaggio può rappresentare con fermezza la propria ribellione verso il modo adulto. Per gli adulti, forse la scelta risponde al bisogno di congelare il tempo ad una fase della vita in cui trasgredire è ancora lecito.
La psicologia del tatuaggio.
La psicologia del tatuaggio cerca di risalire alla personalità di chi lo esibisce, analizzando ed interpretando i simboli che porta impressi sulla pelle.
L’opzione per un certo disegno e per una determinata zona del corpo non è casuale, ma rimanda ad un codice di significati che può avere anche a che fare con l’inconscio. Ad esempio, tatuarsi la parte sinistra del corpo, che per la psicoanalisi rappresenta il passato, è tipico delle persone pessimiste e con poca scarsa autostima.

La parte destra, invece, è collegata al futuro e denota un carattere solare, flessibile, concreto. Tatuarsi il tronco indica determinazione e capacità decisionale. Se il tatuaggio, invece, è collocato in una parte anatomica celata come l’ombelico, l’interno delle cosce, la persona è tendenzialmente timida e insicura, con uno spiccato senso di inferiorità. Le caviglie sono predilette dalle donne sospettose e gelose, ma anche molto femminili.

Tatuaggi apposti sulle zone genitali, inoltre, assumono significati antitetici per uomini e donne. Maldestri e passivi gli uni, combattive, autonome e sensuali le altre. La zona da tatuare, infine, si differenzia anche a seconda del genere sessuale: gli uomini prediligono la schiena, la spalla e il braccio destri.
Le donne, la caviglia e il polso, maggiormente adatti ai disegni più minuti, come fiori, rondini o delfini. Per ciò che concerne i temi scelti, la psicologia del tatuaggio rileva come il soggetto più tatuato in assoluto sia il drago, simbolo che si pone ad un crocevia culturale tra oriente e occidente, come metafora della forza originaria e generatrice e che denota desiderio di affermazione.

Gli ideogrammi giapponesi, al contrario, rivelerebbero spirito gentile, gusto estetico e fedeltà in amore.
Eroi guerrieri, vichinghi e motivi celtici sottintendono valori tendenzialmente aggressivi e si collocano in una posizione opposta ai significati evocati dai tatuaggi raffiguranti gli Indiani d’America, popolo identificato con l’oppressione e la privazione della libertà, per cui l’eroismo è l’espressione della lotta per il proprio riscatto.

fonte: http://www.055news.it/

 

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