“Ti prego, non lasciarmi!”

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Comprendere e riconoscere il timore dell’abbandono: quali modi di pensare, di sentire, di agire, di percepirsi e di entrare in relazione si celano dietro tale paura?

Il timore dell’abbandono, come illustrato dallo psicoterapeuta Young nel libro “Reinventa la tua vita”, si origina negli anni dell’infanzia e sviluppa modelli comportamentali e relazionali, definiti come “trappole”, destinati a influenzare la percezione di sé e la qualità dei rapporti interpersonali nell’età adulta. Oltre a una connessione con il patrimonio genetico della persona, relazioni con figure genitoriali disfunzionali, trascuranti e imprevedibili affettivamente possono contribuire in maniera significativa alla sviluppo di modelli cognitivi ed emotivi di qualità abbandonica. A partire da un ambiente familiare destabilizzante, iperprotettivo, soffocante, traumatico e poco accudente, il bambino non riesce a rappresentarsi nella propria mente una presenza che si prenda cura stabilmente di lui, non percependosi come autonomo, unico e degno d’amore.
Il sentimento dell’abbandono consiste nella convinzione di perdere le persone amate, obbligando il soggetto a una vita priva di legami affettivi su cui poter contare e fare affidamento. All’interno delle relazioni, inesorabilmente percepite come destinate al fallimento, si cela sempre il timore di essere condannati a rimanere soli, allarmandosi per qualsiasi minaccia di allontanamento o separazione, che sia reale o immaginaria. Tale timore, attivato prevalentemente all’interno delle relazioni intime, induce a interpretare qualsiasi comportamento del partner, anche quello  più innocente, come un’intenzione di abbandono, sviluppando nell’individuo immaginari futuri di disperazione, isolamento, terrificante solitudine e incapacità a provvedere a se stesso. La ferma convinzione che la propria vita dipenda da un’altra persona innesca rapporti interpersonali instabili, turbolenti e travagliati, all’interno dei quali si oscilla tra il desiderio di controllare l’altro, attraverso un attaccamento eccessivo, e la fuga dalle relazioni intime, al fine di prevenire possibili scenari di perdita. Il timore di non ricevere l’affetto di cui si ha bisogno genera cicli emozionali di angoscia, dolore e rabbia, producendo intense manifestazioni di gelosia e possessività, destinate tuttavia ad avverare la più terribile delle profezie temute: rimanere realmente soli. Sabotare le proprie relazioni, infatti, significa rendere reale ciò che maggiormente si vorrebbe fuggire nel proprio immaginario, stancando, aggredendo e mettendo eccessivamente alla prova le intenzioni altrui nei confronti del rapporto interpersonale. All’interno di tale modello, al fine di ricercare un senso di familiarità che rievochi ciò che si è vissuto in passato, vengono favorite relazioni sentimentali precarie, connotate da un attaccamento eccessivo verso il partner, che viene ricattato, punito e accusato continuamente di infedeltà ogni qualvolta il timore di perdita dovesse diventare più forte. Ricercare figure instabili, non disposte a impegnarsi seriamente, emotivamente disturbate e ambivalenti nel comportamento, rappresenta solamente uno dei tipici campanelli d’allarme di tale modello comportamentale.
È possibile superare il timore dell’abbandono modificando i propri “pattern”, ossia le configurazioni emotive e cognitive, autodistruttive e ricorrenti, che impediscono il superamento di tale “trappola”. Oltre al cercare di comprendere ed elaborare dinamiche di abbandono subite in passato, risulta fondamentale monitorare i propri vissuti emotivi di solitudine e perdita, riesaminare i timori ricorrenti all’interno dei rapporti interpersonali, ricercare rapporti positivi e lavorare sul tema della fiducia, della separazione e dell’ambivalenza emotiva vissuta a livello relazionale.

Per approfondimenti:

YOUNG J.E., KLOSKO J.S., “Reinventa la tua vita”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004

fonte: https://www.cognitivismo.com/2017/07/19/ti-prego-non-lasciarmi/

Genitore: primo regolatore emotivo del bambino

Come gli indici espressivi degli adulti influiscono sulla gestione delle emozioni dei piccoli

Uno dei compiti più difficili per un bambino piccolo è riuscire a gestire gli stati fisici e le emozioni e a controllare e regolare il proprio comportamento. Lo sviluppo di un adeguato livello di autoregolazione è fondamentale per creare le basi per lo sviluppo di un’ampia varietà di funzioni. Infatti, la capacità di autoregolazione, consente di affrontare adeguatamente compiti sociali e cognitivi, di adattarsi positivamente ai cambiamenti e di fronteggiare con padronanza le difficoltà.

Sebbene questo tipo di abilità continui a svilupparsi fino all’età adulta, è nei primi anni di vita che avvengono cambiamenti particolarmente importanti ed è il genitore ad avere un ruolo fondamentale affinché i processi regolatori possano svilupparsi e maturare in modo adeguato, favorendo il passaggio dalla regolazione emotiva diadica all’autoregolazione.

Già a due mesi i bambini sono in grado di discriminare le espressioni facciali prodotte dagli adulti e di attribuirgli uno stato emotivo, sono capaci di imitare le espressioni dell’adulto e, soprattutto, di regolare la propria risposta emotiva sulla base degli indici espressivi forniti dal genitore. Infatti, tali competenze, per potersi sviluppare in maniera compiuta ed equilibrata, necessitano della presenza di un genitore sensibile e responsivo quindi capace di: interpretare i segnali del bambino in maniera corretta e reagire ai suoi bisogni in modo adeguato, modulare prima di tutto le proprie reazioni emotive, avere un atteggiamento fermo ma anche disponibile a livello affettivo, favorire la curiosità e l’esplorazione del bambino verso l’ambiente esterno per il raggiungimento di una piena autonomia.

Diverse ricerche dimostrano come il bambino, a tre-quattro mesi, si dimostri estremamente sensibile ai cambiamenti dell’espressività materna, modificando a sua volta le proprie modalità comunicative. Uno dei primi esperimenti ideati per dimostrare come il bambino regoli il proprio comportamento in base alle reazioni del genitore è l’esperimento del “precipizio visivo”, nel quale un bambino in grado di gattonare viene messo su un pavimento di plexiglas con sotto un dislivello chiaramente visibile, mentre la madre guarda il bambino dal lato opposto del “precipizio”. Per una parte dell’esperimento si chiede alla madre di mostrare un’espressione ansiosa e preoccupata, nell’altra, invece, le si chiede di rimanere allegra e sicura. I risultati mostrano che i bambini guardano sistematicamente la madre prima di decidere se attraversare carponi il plexiglas per raggiungerla e la loro decisione è collegata direttamente all’espressione emotiva mostrata dalla madre. Quando i bambini vedono il volto della madre preoccupato, limitano o bloccano l’esplorazione rimanendo immobili o indietreggiando, mentre quando il volto della madre è allegro e rassicurante, esplorano l’ambiente attraversando il plexiglas per raggiungerla.

Appare evidente che il genitore rappresenta il primo e più importante “regolatore emotivo del bambino”, quindi è di fondamentale importanza che si senta sicuro e capace di regolare le proprie emozioni in modo adeguato. Ogni genitore si porta dietro il bagaglio della propria storia personale, che può influenzare le proprie risposte emotive e il proprio comportamento nei riguardi del figlio. I genitori che interpretano i segnali del figlio in base ai loro “stati interni” generano confusione nel bambino, che avrà difficoltà a differenziare tra ciò che prova veramente e ciò che “gli dicono di provare”: una volta diventato adulto, questo si tradurrà in difficoltà nel gestire le proprie emozioni, i confini tra sé e gli altri e le relazioni interpersonali.

fonte: https://www.cognitivismo.com/2017/07/21/genitore-primo-regolatore-emotivo-del-bambino/

ATTACCHI D’ANSIA SENZA NESSUN MOTIVO: è impossibile…

Se non mi aiuti a decollare togliti dalla pista

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Nel corso degli anni incontriamo molte persone. Alcune si trasformano in un appoggio prezioso, ci sostengono nei momenti più difficili e ci danno la forza per continuare. Altri ci ispirano o assumono il ruolo di guida e mentore.

Ma incontriamo anche persone che trovano un problema per ogni soluzione, ci mettono il bastone tra le ruote e ci contagiano con il loro pessimismo, per assicurarsi che non riusciamo a spiccare il volo. Queste persone esistono e, anche se dobbiamo imparare a convivere con loro, non dobbiamo permettere che si intromettano nei nostri sogni e progetti.

Le persone che ti ostacolano: La loro strategia è quella di seminare il dubbio

Può essere un membro della tua famiglia, un amico, un collega di lavoro o anche un vicino di casa con il quale ti incontri in ascensore. All’inizio queste persone sembrano molto amabili, ma poco a poco inizi a renderti conto che hanno opinioni taglienti sugli altri e sono molto inflessibili.

Quindi scopri che parlandogli di un tuo progetto, fanno l’impossibile per cercare di seminare il dubbio. Può essere una frase del tutto casuale, una domanda apparentemente innocente, il tono di voce più strano del solito o anche un semplice sguardo di incredulità.

In alcuni casi possono darti il classico consiglio disinteressato da “amico” con il cuale ti incoraggiano ad abbandonare il progetto. Le ragioni variano, ma sono quasi sempre troppo generiche perché non hanno un fondamento solido: “credo che non sia per te”, “questa idea non ha futuro” o “ci hai già provato senza ottenere risultati”.
Le persone che ti ostacolano sono esperte nel seminare dubbi, sia a proposito delle tue capacità o della fattibilità dei tuoi progetti. E nel mentre ti trasmettono la loro visione negativa e allarmista del mondo. Se non le identifichi per tempo e impari a contrastare la loro influenza, corri il rischio di abbandonare i tuoi sogni senza nemmeno provarci.

Tutti i punti di vista sono importanti

Le persone che ci motivano e ci incoraggiano sono importanti perché rafforzano la nostra autostima e infondono fiducia. Tuttavia, una dose di negatività strategica non fa male, soprattutto quando si tratta di progetti molto ambiziosi.

Pertanto, è importante anche il ruolo delle persone che cercano di farci notare tutti i disastri che potrebbero verificarsi. La chiave sta nell’assumere una distanza psicologica, ascoltare ciò che dicono senza lasciarci impregnare dal loro pessimismo.

Ricorda che nella vita la chiave dell’equilibrio sta nel riuscire a unire le estremità. Molti progetti sono falliti a causa di un eccesso di ottimismo o un ottimismo tossico.

Se desideri volare alto e lontano, non basta desiderarlo e avere un atteggiamento positivo, è anche necessario che costruisci il tuo “aeroplano” e prevedi possibili tempeste. A tale proposito, le persone che ci ostacolano sono veri specialisti.

Tutto ha un limite

La persone che ci ostacolano non cambieranno la loro visione del mondo. Ognuno ha la sua opinione e ha il diritto di esprimerla, anche se sbagliata, anche se non è la più intelligente ed è demotivante. Non puoi cambiare questo. Ma puoi cambiare il modo in cui reagisci a quelle opinioni.

Se si tratta di qualcuno vicino a te che sente il bisogno di esprimere continuamente un opinone in merito ai tuoi progetti, è probabile che, nel fondo, provi paura per te e non vuole che tu assuma nuovi rischi, perché è solo capace di vedere i pericoli che comporta la tua scelta.

In questi casi, è importante imparare a prendere la necessaria distanza, per il tuo benessere psicologico.

Digli che hai preso nota delle sue opinioni e consigli, ma che sarai tu a decidere. Non puoi costringerlo ad appoggiarti in un progetto in cui non crede o lo spaventa, ma non ha neppure il diritto di ostacolare il tuo volo.

Chiedigli, gentilmente, di liberare la pista di decollo.

 

fonte: http://www.angolopsicologia.com/2017/07/se-non-mi-aiuti-decollare-togliti-dalla.html

Sindrome di Wendy: la necessità di soddisfare l’altro

La paura di essere rifiutati ed il terrore della possibilità di essere abbandonati, sono le cause principali che portano le persone a fare di tutto per compiacere gli altri, soprattutto il proprio partner, andando spesso ben oltre i limiti della razionalità.

Questa è quella che si conosce come la “Sindrome di Wendy”, un complesso fatto di comportamenti e sentimenti che si associano anche alla ben più conosciuta “Sindrome di Peter Pan”, che ho già descritto in un’altro articolo

Gli amanti della letteratura non tarderanno nello scoprire che il nome “Wendy” si riferisce alla donna che sta dietro a Peter Pan. Naturalmente, dietro ad una persona colpita dalla Sindrome di Peter Pan esiste un’altra personalità che si incarica di svolgere tutti i compiti ed assumersi tutte le responsabilità che corrispondono all’adulto che rifiuta di crescere. Rappresentano un complemento patologico quasi perfetto.
La Sindrome di Wendy, sebbene non arriva ad essere un disturbo in piena regola (per questo motivo ne approfitto per mettere in discussione il trattamento che si riserva a questa Sindrome in una certa letteratura scientifica), si può definire come un insieme di comportamenti che realizza una persona che teme il rifiuto, per necessità di sentirsi accettata e sostenuta, e per il timore che nessuno la ami. In parole povere, questi soggetti sentono un bisogno molto forte di sicurezza che li porta ad essere servili con gli altri.
Questi comportamenti non solo si riscontrano nei rapporti di coppia ma si possono osservare anche nei rapporti tra genitori e figli, tra fratelli e nelle relazioni di amicizia.
I comportamenti e le sensazioni che provano le persone con la Sindrome di Wendy sono:
– Sentirsi indispensabili

– Considerare l’amore come sacrificio e rassegnazione

– Evitare a qualsiasi costo che le persone intorno a loro si arrabbino
– Insistere per fare le cose al posto degli altri
– Chiedere continuamente perdono per tutto quello che non hanno fatto o non hanno saputo fare anche quando la responsabilità non è loro.
– Necessità imperante di proteggere coloro che gli stanno intorno assumendo una figura paterna o materna.
Va detto che in un momento o l’altro della nostra vita, tutti noi abbiamo agito in qualcuno di questi modi. Io per prima, lo confesso. La differenza tra l’attenzione, la protezione e il prendersi cura (che a volte si trasfora in sovraprotezione), e la Sindrome di Wendy, sta nel fatto che le persone colpite da questa sindrome sono realmente motivate dalla paura di essere abbandonate.
Anche se attualmente non si hanno cifre precise che ci permettano di ottenere un quadro epidemiologico, certo è che ne soffrono tanto i maschi così come le femmine anche se appare più frequentemente in queste ultime, soprattutto dovuto alle differenze di genere ancora profondamente radicate nella nostra cultura.
Naturalmente, la Sindrome di Wendy non dipende da un solo fattore, ma piuttosto è il frutto di una mescola di variabili tra le quali si distinguono: l’educazione ricevuta, le caratteristiche della personalità, le esperienze di vita vissuta e le circostanze di vita attuali nelle quali è immersa la persona. Questa tendenza suole iniziare a manifestarsi alla fine dell’adolescenza.
Comunemente la diagnosi si realizza quando le persone ricorrono al consultorio affermando di sentirsi “bruciate”, sature o sfinite. Sebbene la maggioranza delle persone colpite da questa sindrome ricorrono allo specialista per propria volontà, sono spesso necessarie varie sessioni di psicoterapia perchè possano: 1. Divenire consapevoli del loro problema dato che considerano che ciò che fanno sia altamente lodevole e, 2. Apprendere a gestire il loro modo di pensare ed agire che si è andato consolidando nel tempo andando così a rafforzare la sindrome.
Senza dubbio, può trattarsi di un processo lento dato che implica un cambiamento nella visione del mondo e nella percezione della propria immagine, ma non è un compito impossibile.

Perché alcune persone soffrono più di altre al termine di una storia d’amore

heart-1143648_1280Riportiamo di seguito la traduzione di un articolo comparso il 28 gennaio sul Time, ad opera di Lauren Howe, ricercatrice alla Stanford University.

Un giorno un’amica mi disse che, se le fosse stato possibile scegliere, avrebbe preferito vedere il suo ex infelice, piuttosto che essere felice lei stessa.

Poche cose nella vita sono più traumatiche della fine di una lunga storia d’amore, ciò nonostante, molte persone sono in grado di guardare avanti e superare il trauma senza particolari conseguenze.

Altre persone, come la mia amica, non sono altrettanto fortunate e rimangono impantanate nel dolore causato da quell’esperienza, anche per anni. Per queste persone ogni ricordo legato all’ex compagno, sia il nominare il suo nome casualmente oppure vedere una sua foto su Facebook, è causa di rabbia, sofferenza e risentimento.

Perché queste persone rimangono legate al fantasma della passata relazione, non dimenticando il dolore di quel rifiuto?

Leggi l'articolo completo

conflictIn una recente ricerca[1], Carol Dweck ed io abbiamo scoperto che – in alcuni casi – l’esperienza dell’essere lasciati può aiutare alcune persone ad andare avanti nella loro vita, aiutandole a ridefinire gli standard delle loro future relazioni.

In uno studio abbiamo chiesto ad ogni partecipante, di scrivere le lezioni imparate alla fine di una relazione.

Analizzando le loro risposte abbiamo scoperto che alcune persone pensano che il rifiuto subìto sia il sintomo di non essere degne di apprezzamento – fatto che può anche influire sulla capacità di costruire nuove relazioni, ovvero di risultare interessanti agli occhi altrui. Alcuni confessarono di aver scoperto di essere stati troppo “appiccicosi”, altri troppo “permalosi”, oppure di non aver comunicato al meglio i loro sentimenti.

Approfondendo questi aspetti abbiamo scoperto come il pensare che il rifiuto sia stato causato da difetti della propria personalità non aiuti a superare la brutta esperienza. Queste persone infatti tendono ad innalzare alti muri per proteggersi e risultano essere sospettose nei confronti delle nuove relazioni. Altre ancora temono che i nuovi partner, sapendo del loro passato, possano allontanarsi pensando a loro come ad un peso da sopportare.

Quando viene chiesto a queste persone di spiegare perché leghino il rifiuto che hanno subìto a ciò che sono, esse spesso ritengono che questo atteggiamento le aiuti a crescere, che sia una normale fase della vita che le aiuterà ad essere persone migliori.

Ecco come la concezione della propria personalità può influire sul modo in cui si reagisce al fallimento di una relazione.

Studi passati[2], hanno rivelato come le persone abbiano diverse concezioni della propria personalità e delle caratteristiche del proprio carattere: alcune pensano che queste siano immodificabili e date tali per sempre, altre invece le ritengono mutevoli nel corso della vita.

Questa differenza influenza in modo basilare il modo in cui le persone reagiscono ai fallimenti: per esempio coloro che credono in una personalità immutabile sono più frustrati davanti ad un insuccesso e tendenzialmente perseverano di meno nel tentare di superare un ostacolo.

Noi pensiamo via sia un legame fra tale credenza e quella secondo cui il rifiuto sia una parte fondamentale della loro vita, rivelatore a sua volta del fatto che esse stesse non siano persone apprezzabili.

2000px-Empirical_Cycle.svgPer provare questa ipotesi abbiamo diviso i partecipanti ad uno studio in due gruppi, uno composto da coloro che credono che la personalità sia immutabile, uno dove le persone invece credono che essa possa essere modificata. Ai soggetti è stato chiesto di leggere o una storia in cui essi venivano improvvisamente lasciati da un partner di lunga data, oppure una storia in cui, dopo aver incontrato una persona interessante ad una festa, venivano a sapere che questa aveva confidato ad un’amica di non essere per nulla interessato a loro.

La nostra ipotesi prevedeva che solo il rifiuto da parte di una persona importante dal punto di vista relazionale avrebbe potuto scatenare pesanti ricadute sulla concezione di sé.

Al contrario invece, anche il rifiuto da parte di un estraneo causò negli individui del primo gruppo considerevoli dubbi sulla propria accettabilità. Queste persone infatti ritenevano ovvio che ci fosse qualcosa di sgradevole nella propria personalità e modo di porsi tanto da causare un rifiuto anche da parte di chi ancora non le aveva conosciute.

A fronte di queste evidenze, come si può intervenire per evitare che queste persone leghino l’esperienza del rifiuto ad una concezione negativa di sé?

In un ultimo studio, abbiamo creato alcuni articoli che descrivevano la personalità come qualcosa che può evolvere – e quindi cambiare – nel corso del tempo. Successivamente abbiamo chiesto alle persone con un’idea immutabile di personalità di leggere tali testi e abbiamo notato come esse diventassero meno inclini ad interpretare un rifiuto come segno di un’immodificabile difetto nel loro essere.

vero-viaggioÈ quindi probabile che incoraggiando la credenza che la personalità di una persona possa cambiare nel tempo, si possano aiutare le persone a liberarsi del fantasma del fallimento della passata relazione in modo che siano più pronte ad intraprendere relazioni più soddisfacenti in futuro.

Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi.” (Marcel Proust)

 

[1] Lauren C. Howe and Carol S. Dweck. Changes in Self-Definition Impede Recovery From Rejection. Pers Soc Psychol Bull January 2016 42: 54-71, first published on October 23, 2015 doi:10.1177/0146167215612743

[2] Carol S. Dweck , Chi-yue Chiu , Ying-yi Hong. Implicit Theories and Their Role in Judgments and Reactions: A Word From Two Perspectives. Psychological Inquiry. Vol. 6, Iss. 4, 1995

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fonte: http://www.psicologiaok.com/4973/perche-alcune-persone-soffrono-piu-di-altre-al-termine-di-una-storia-damore/

Articolo originale consultabile al link: http://time.com/4198374/psychology-past-romance/?xid=time_socialflow_twitter

Lo stalking e i suoi sottotipi

Quando si parla di stalking si fa riferimento ad un’attenzione ripetuta e indesiderata, molestie, contatti o qualsiasi altro comportamento diretto verso una persona specifica nella quale subentrano sensazioni di paura.

stalking sottotipiNel 2006, lo psicologo Brian Spitzberg, della San Diego State University, ha condotto studi su larga scala che sono divenuti rappresentativi del comportamento di stalking in tre continenti.

Egli ha riferito che il 2-13% degli uomini e l’8-32% delle donne sono vittime di molestie in un determinato momento della loro vita adulta, e nella maggior parte dei casi, la persona è inseguita e perseguitata da una persona che conosce.

La natura implacabilmente nevrotica dello stalker può assumere la forma di un vero e proprio molestatore che telefona più volte, a tutti gli orari, e insistentemente, invia lettere o regali.

Se questi tentativi si rivelano inefficaci, l’individuo può degenerare in comportamenti più intrusivi, come spiare, e inaspettatamente può presentarsi per affrontare la vittima di persona.

La ricerca tende a concentrarsi su come la violazione e l’invadenza rispecchino le ossessioni dello stalker, ma è difficile comprendere le motivazioni sottostanti il loro comportamento.

La ricercatrice Katrina Baum dell’Istituto Nazionale di Giustizia di Washington ha condotto uno studio nazionale sulle vittime di stalking; queste sono state invitate a riflettere su quali potevano essere i motivi per cui lo/la stalker li/le perseguitava.

Del campione, composto da 3416 vittime, i risultati sono stati così ripartiti: il 36,6% sostiene che le motivazioni riguardavano aspetti quali “rabbia e ritorsione”, il 32,9% ha invece risposto “il controllo”, il 23,4% ha risposto “malattia mentale o instabilità emotiva”.

In realtà, la maggior parte degli stalker non soffrono di allucinazioni o deliri, anche se molti soffrono di altre psicopatologie come depressione, abuso di sostanze e disturbi di personalità

Nel 1993, l’esperto australiano Paul Mullen, direttore e psichiatra del Forensicare Hospital, ha analizzato il comportamento di 145 soggetti con “diagnosi” di stalking.

Sulla base delle loro analisi, Mullen e colleghi hanno proposto cinque sottotipi di stalker, nel tentativo di facilitare la diagnosi e il trattamento. Questi sottotipi sono attualmente la classificazione più utilizzata nel categorizzare il comportamento dello stalker.

Mullen ha definito lo stalker rifiutato come un individuo che ha vissuto in modo indesiderato la fine di una relazione, molto probabilmente con un partner romantico, ma anche con un genitore, collega di lavoro o conoscente.

Quando i tentativi di riconciliarsi falliscono spesso questi stalker cercano la vendetta. Da un punto di vista terapeutico si cerca di lavorare su una dinamica che riguarda l’eccesso di rabbia che subentra a seguito di una tristezza legata alla perdita.

Lo stalker che ricerca l’intimità è un soggetto che spesso, verso un perfetto sconosciuto, inizia a comportarsi come se fosse in un rapporto intimo con quella persona. La messa in atto di tali comportamenti è motivata dall’illusione che il proprio amore sia ricambiato.

Nel 2009, Shania Twain, famosa cantautrice canadese, aveva uno stalker che si adatta molto a tale profilo, e dal quale ricevette numerose lettere d’amore; ha anche partecipato al funerale della nonna della Twain senza che fosse invitato.

Il focus terapeutico nella gestione di persone con tale profilo riguarda il disturbo mentale sottostante, nonché le dinamiche di isolamento sociale e mancanza di competenza sociale.

Lo stalker incompetente, simile a quello che ricerca intimità, spera che il proprio comportamento produca un rapporto stretto che possa soddisfare i bisogni di contatto e intimità.

Tuttavia, questo tipo di stalker riconosce che la sua vittima non ricambia l’affetto, ma continua comunque a molestarla.

Mullen definisce questi stalker come intellettualmente limitati e socialmente isolati; data la loro incapacità di comprendere e realizzare socialmente i normali e accettati rituali di corteggiamento, lo stalker incompetente utilizza metodi che sono spesso controproducenti e spaventosi.

Questo si è potuto osservare nel 2004, quando Britney Spears riceveva continuamente lettere d’amore, e-mail, foto dello stalker abbinate a note spaventose del tipo “ti sto inseguendo”.

Lo stalker risentito sperimenta invece sentimenti di ingiustizia e desideri di vendetta verso la sua vittima, piuttosto che una relazione.

Il loro comportamento riflette la percezione che essi sono stati umiliati e trattati ingiustamente, ossia vedono se stessi come vittime della situazione.

È stato osservato che gli stalker risentiti spesso considerano i loro padri come altamente controllanti; Mark Chapaman, il famigerato stalker di John Lennon e assassino è un classico caso di stalker risentito.

Si descriveva come fan del rock ammirando Lennon e tutto il suo lavoro fin quando non lesse una biografia del musicista. Adirato dal fatto che Lennon predicava l’amore e la pace, nonostante fosse un miliardario, Chapaman, la sera dell’8 Dicembre del 1980, sparò e uccise Lennon.

Nelle testimonianze successive, Chapman dichiarò come suo padre “non mi ha mai detto che mi amava; e non ha mai detto che gli dispiaceva”.

L’attenzione su un passato doloroso e il rivivere compulsivo di questo dolore ha contribuito a determinare un disturbo dell’umore.

Solitamente in questi soggetti può essere presente in comorbidità un disturbo paranoico che risponde, almeno in parte, ai farmaci antipsicotici.

Infine vi è lo stalker predatore che non è animato tanto dal desiderio di un rapporto con le loro vittime, ma più da sensazioni di potere e di controllo.

Mullen spiega che trovano piacere nel raccogliere informazioni sulla loro vittima e iniziano a fantasticare su come aggredirle fisicamente e, più frequentemente, sessualmente.

Gli stalker predatori devono quasi sempre essere gestiti all’interno di un programma per i sex-offender, con l’obiettivo principale di gestire questa parafilia che è la “forza” trainante del comportamento alla base di questo tipo di stalking.

Gli interventi terapeutici per gli stalker sono diretti primariamente ai disturbi mentali sottostanti; come gruppo, gli stalker hanno una capacità impressionante di razionalizzare, minimizzare e giustificare i loro comportamenti.

Mullen spiega che in quasi tutti gli stalker vi è la necessità di migliorare le abilità interpersonali e sociali, e di instillare una comprensione più realistica degli effetti dei loro comportamenti sulle vittime.

Gli stalker dovrebbero essere gestiti però singolarmente, evitando un lavoro di tipo gruppale, in quanto, soprattutto se autori di reati sessuali, gli stalker possono facilmente creare reti di sostegno reciproco e di condivisione delle informazioni all’interno del gruppo, rinforzando così il comportamento disfunzionale.

Negli stalker motivati da un risentimento vendicativo, vi è spesso una sensibilità acuta alla confusione, angoscia e paura prodotta dalle loro attività.

A causa di questa sensibilità, i programmi sviluppati per migliorare l’empatia verso la vittima possono essere facilmente inseriti nei progetti terapeutici di questi individui. È raro incontrare uno stalker con adeguate competenze interpersonali e sociali.

Le difficoltà di stabilire o mantenere relazioni intime sono alla base di molti episodi di stalking; migliorare questa funzione può contribuire non solo a rendere più adattivi i comportamenti ma anche ridurre le probabilità di recidive. Molti stalker riducono inoltre le loro attività quotidiane per essere totalmente concentrati sulle vittime; incoraggiare le attività sociali può quindi rivelarsi utili.

La ricerca di Mullen suggerisce che i professionisti dovrebbero concentrarsi non su una visione degli stalker come criminali, ma come individui vulnerabili e in difficoltà, i cui comportamenti riflettono in parte la presenza e/o influenza di un disturbo mentale grave sottostante.

Il passo più importante nella gestione dello stalker è quindi quello di vederli come persone che necessitano di un aiuto psicologico.

Tratto da PsychologyToday – https://www.psiconline.it/articoli/psicopatologia/lo-stalking-e-i-suoi-sottotipi.html