L’INTERFERENZA DEGLI STATI DEPRESSIVI NELLE RELAZIONI AFFETTIVE E SESSUALI

L’interesse per tutto quello che ci circonda è una condizione fondamentale dell’equilibrio psicologico. E’ poco importante se ci attrae di più il gioco del calcio o viceversa la filosofia teoretica; l’importante è percepire attivamente tutti gli input che ci arrivano dall’ambiente di cui siamo parte.

Quando si manifestano segnali di abbassamento dell’interesse per quello che ci succede attorno, faremmo bene a chiederci se il nostro umore non volga pericolosamente verso la depressione. Non dovremmo mai aspettare di sentirci palesemente tristi o senza speranza. Dovremmo prendere provvedimenti non appena notiamo la tendenza a scoraggiarci, a non avere più tanti stimoli a svolgere il nostro lavoro, a ritirarci dai rapporti con gli altri. Quando ci accorgiamo che le occasioni che una volta erano motivo di piacere ora ci risultano noiose o addirittura insopportabili, siamo un bel pezzo avanti nello stato depressivo.

Allora ci si sente svuotati, incapaci di riconoscerci risorse positive, paralizzati nell’esercizio della volontà. Ci sentiamo degli esseri senza significato, privi di attrattive fino a risultare stomachevoli, totalmente incapaci di fronteggiare i compiti quotidiani o peggio le difficoltà. Chi conosce le opere del grande scrittore premio Nobel Samuel Beckett capisce perfettamente come si può sentire e come si può vedere un depresso.
Sostanzialmente il depresso non si attribuisce alcun valore; è un rifiuto da pattumiera come appunto alcuni personaggi che Beckett ha messo sulla scena teatrale. In più c’è l’autorimprovero; ci si sente in colpa per ogni cosa e ci si attribuisce errori e scelte sciagurate invariabilmente senza possibilità di rimedio. Il pessimismo è totale e il futuro non può che riservare sciagure anche peggiori di quelle del passato. Non c’è il minimo appiglio per la speranza. La vita così diviene monocorde: cupa sofferenza e buio senza la più piccola fiammella. Se si giunge a questo punto è evidente che l’attività mentale è ridotta a pochi circuiti ripetitivi. Vi è un notevole rallentamento psicomotorio per cui il paziente agisce con lentezza e si affatica per molto poco.

L’ideazione rallenta e questo si traduce in povertà di linguaggio e monotonia dei contenuti. A volte è presente irrequietezza e dunque impossibilità a mantenere a lungo una posizione e la concentrazione su una attività. Indizio importante della depressione è il risveglio precoce e il peggioramento mattutino della sintomatologia.

Bisogna sottolineare che non è necessario avere tutti i sintomi anzi detti e al massimo grado, per essere in presenza di depressione. E’ depressione bella e buona anche nel caso di pochi sintomi attenuati e persistenti che invadono la scena minando il precedente benessere. La perdita di interesse sessuale potrebbe essere il primo indizio di una depressione incipiente. Per questo motivo è doppiamente raccomandabile il ricorso al sessuologo che sia anche specialista del mentale. Ogni qual volta nei due poli della coppia sono presenti situazioni, anche poco apparenti, riconducibili alla depressione, la gestione della relazione si complica e frequentemente si arriva alla rottura senza averne realmente capito le ragioni.

Di fronte a una variazione persistente del nostro abituale modo di essere non bisogna perdere tempo; assodato che si tratta di depressione bisogna risolverla davvero e impedire che ci tolga anni e anni di vita serena. L’espressione ottimale della sessualità non può tollerare l’interferenza né dell’ansia né della depressione. D’altra parte la presenza di sintomi che di per sé non indicano una vera depressione, possono ugualmente condizionare in negativo la risposta sessuale e l’equilibrio relazionale della coppia.

E’ il caso della tristezza. Se è frutto di un evento nocivo al nostro benessere e dura per breve tempo non c’è da preoccuparsi. Ma se tende a persistere troppo a lungo, sarebbe colpevole non preoccuparsi. Il rapporto di coppia ha bisogno di entusiasmo; la tristezza troppo protratta è fatalmente contagiosa e finisce per spegnere gli slanci positivi e la carica libidica.

I correlati della tristezza come la mancanza di energia, la difficoltà di concentrazione, l’indecisione non sono elementi innocui per il rapporto di coppia e costituiscono una condizione di insabbiamento della fantasmazione erotica. Bisogna badare a che la reazione di tristezza all’evento che l’ha prodotta sia congrua e non eccessiva. Il passaggio alla depressione vera e propria è estremamente probabile se quella che sembrava tristezza si muta in un sistematico ritrarsi dai rapporti.

Un’altra condizione che ha legami di parentela con la depressione è l’apatia, che possiamo definire come un attutimento o addirittura abolizione dei sentimenti e delle emozioni. L’apatico ovviamente non vive bene i rapporti di coppia e alla lunga li fallisce o li rende inguaribilmente malati. Comunque è assai probabile che l’apatico non riesca neppure a organizzarsi per affrontare il corteggiamento e rimanga sempre più solo e scontento fino a imbarcarsi nella depressione propriamente detta. La cronica incapacità a prendere l’iniziativa potrebbe portare questi soggetti a perdere i due treni fondamentali delle relazioni affettive e dell’inserimento sociale.

E’ per questo che quando un giovane tende a non ingranare bisogna ricorrere allo specialista che farà la corretta diagnosi. A proposito di giovani bisogna metterli in guardia dall’assunzione di sostanze come l’ecstasy, la cocaina e la marijuana che per vari versi possono determinare stati di apatia. L’apatia può costituire la risposta temporanea a situazioni traumatiche come la perdita del proprio ruolo, l’estromissione da cariche di vario genere, il pensionamento, la separazione dei genitori per gli adolescenti, il cambiamento della città di residenza. Qualunque forma di ritiro in se stessi con il conseguente disinteresse verso l’ambiente rende arduo il mantenimento o l’avvio di relazioni di coppia, che per sua natura si basa sulla valorizzazione di una diversità che si fa reciproco dono.

Sulla linea degli stati affini a quello depressivo si colloca la noia. Si tratta di un avvilimento psicologico in cui la monotonia la fa da padrone sia nel senso delle cose che si ricevono dall’esterno sia per ciò che si riesce a dare come partecipazione. La noia non fa parte dei trattati di psicopatologia, ma è un’esperienza esistenziale a cui il sessuologo potrebbe riferire una casistica molto ampia di difficoltà. Vivere la propria vita sessuale annoiandosi è tuttaltro che inusuale. La noia è in grado di stritolare tutto: il desiderio, le sensazioni, l’orgasmo. Tutto tende ad essere piatto e grigio e allora si potrebbe affacciare nella mente la tentazione degli ‘stimoli forti’. L’annoiato pensa: mi ci vorrebbe un amante.

Ma farsi un amante potrebbe richiedere tempi lunghi e varie complicazioni. Così l’annoiato una sera dice: mi ci vorrebbe una prostituta. Così va a rincarare con l’avvilimento il suo cronico stato di noia. E’ purtroppo (per l’annoiato) difficile che egli dica: mi ci vuole uno psicologo. Infatti la noia esprime sempre una carenza di tipo affettivo che l’avvicina alla depressione. Quella sensazione di vuoto, d’insoddisfazione si traduce in una limitatezza nell’amare e nell’essere amati, in una povertà cognitiva, in un impaccio relazionale. In chi è facile alla noia non c’è la viva sofferenza presente nel depresso, ma un senso di disadattamento per cui nessuna cosa appaga e c’è sempre un torpore e una distanza emotiva in ogni situazione.

L’annoiato pur non avendo sentimenti di inadeguatezza, di autocommiserazione, di autoaccusa e di bassa autostima, non sa apprezzare il mondo, non sa apprezzare gli affetti che ha, non sa apprezzare le circostanze della sua giornata. L’annoiato commette un madornale errore di valutazione: crede che il grigiore e la monotonia siano connaturate col mondo e non capisce che il meccanismo deformante se lo porta dentro. L’annoiato si aggira nella vita con la stessa passività amorfa del protagonista del romanzo ‘Lo straniero’ di Albert Camus, e potrebbe anche arrivare a buttare la propria vita con lo stesso gesto indifferente con cui si getta un mozzicone di sigaretta. E’ quello che fanno spesso i cultori di sport estremi, per cui la tranquilla quotidianità è caratterizzata da una intollerabile insignificanza.

Ci sono tante persone, che pur non potendosi definire depresse, sono caratterizzate da uno stato di sfiducia, di avvilimento, di abbattimento. Spesso alla base di un atteggiamento di demoralizzazione c’è un problema, come potrebbe essere un disturbo d’ansia, che limita notevolmente la qualità della vita. La persona sente di non riuscire a far fronte ai compiti che il gruppo sociale si aspetta da essa. Prendiamo l’attacco di panico in un camionista; egli temendo l’allontanamento da casa è costretto a limitare o ad abolire del tutto gli spostamenti e alla lunga a rinunciare al lavoro.

La demoralizzazione è una conseguenza quasi inevitabile. Altro esempio è la difficoltà dell’erezione o l’eiaculazione precoce: se un maschio non ha trovato il modo di risolvere i suoi problemi l’avvilimento lo potrebbe consigliare a chiudersi in se stesso e a evitare i rapporti con l’altro sesso. L’avvilimento è certamente conseguenza di tentativi di risoluzione sostanzialmente falliti, ma anche di scarsa dimestichezza col “problem solving” esistenziale. Ci sono persone che riescono a vivere magnificamente le situazioni aproblematiche ma che entrano in confusione al minimo affacciarsi di problemi. Sebbene la nostra società tenda a far fronte a ogni difficoltà individuale e un povero oggi ha una qualità della vita superiore a quella del Re Sole, ci sono persone che finiscono per morire di sete accanto a una fonte d’acqua copiosa. Spesso l’avvilimento è generato dalla pigrizia mentale.

Pretendiamo assurdamente che tutte le cose ci vadano bene proprio perché non sopportiamo la necessità di mobilitare il cervello per trovare la soluzione al problema che ci si è presentato. Tante volte l’avvilimento ci consiglia di intraprendere la soluzione più distruttiva pur di evitare la strada che ci impegnerebbe di più nel pensiero e nella riflessione. L’esempio più impressionante per frequenza è la scelta di separarsi di fronte alla difficoltà della coppia. Nella quasi totalità dei casi si tratta di problemi affrontabili e risolvibili pur di avere il briciolo di buon senso di non farli marcire per anni e anni. Eppure la soluzione chirurgica affascina di più, anche se c’è il rischio di rimanere monchi per tutta la vita. C’è una sorta di riflesso pavloviano: non c’è più l’amore? Vado dall’avvocato.

Ci pare del tutto legittimo ‘rifarci una vita’ senza chiederci se in noi non ci sia qualcosa che fatalmente ci farà ripetere il fallimento precedente. Si abbandona con una sorta di sacro furore l’eiaculatore precoce che non si sopporta più neanche in effige, ma si evita di chiedersi se l’anorgasmia non fosse per caso endogena. La pigrizia mentale di fronte a un problema porta facilmente a cadere dalla padella alla brace. Il guaio è che qualche volta il conto della stupidità degli adulti li pagano gli innocenti, ossia i figli. ‘Mamma e papà non si vogliono più bene, ma a te ti vorranno bene sempre’.

Basta dirlo: la corta immaginazione del pigro mentale ha messo tutto a posto. I figli hanno capito e sono contenti come prima. L’importante è che mamma ha un altro e papà ha un’altra. Poco importa se, fatta la tara, le cose con i nuovi partner vanno piuttosto male esattamente come nella coppia che è stata liquidata. I figli sono troppo impegnati a smaltire i postumi della famiglia perduta per prendere coscienza che i problemi che hanno separato i genitori erano tuttaltro che di difficile soluzione. E’ risaputo che un evento sfavorevole può determinare un’alterazione del tono dell’umore. Bisogna sorvegliare che tale reazione sia congrua per intensità e durata all’importanza del fatto scatenante. Un lutto che provoca soprattutto tristezza, anoressia, insonnia non dovrebbe durare mai più di sei mesi.

Ma quando la perdita è devastante non può essere solo questione di elaborare il lutto. Quando la nostra vita più o meno procede sugli stessi binari precedenti alla perdita, il decorso non può che essere limitato nel tempo, ma se la nostra vita cambia radicalmente ponendo ardui ed estesi processi di adattamento, il ricorso allo specialista è inevitabile. In questo senso gli sconvolgimenti relazionali e sociali devono essere sorvegliati. La perdita del lavoro, per esempio, potrebbe essere cosa foriera di gravi conseguenze. Ugualmente le rotture relazionali, soprattutto se si tratta di coppia con una lunga condivisione, potrebbero ingenerare travagli di non facile riassorbimento. In materia di legami affettivi non bisogna mai procedere con un superficiale empirismo e bisogna valutare bene la personalità dei soggetti. In questo senso è assurdo pretendere che il bambino veda le cose come l’adulto. E bisogna aspettarsi frequentemente che ci possono essere adulti che vedono le cose come i bambini.

Ci sono personalità francamente al di fuori della norma che non danno il minimo adito a sospetti. Una persona con gelosie patologiche viene comunemente scambiata all’inizio come follemente innamorata. Nel corso della vita se si va a riempire la cronaca nera dei giornali…e chi poteva prevederlo?

Una personalità depressiva potrebbe essere facile agli innamoramenti. Una persona affettivamente equilibrata si innamora poche volte nel corso dell’esistenza. Marchiare come patologici i rapporti extraconiugali è al di fuori di ogni logica. Ma porsi degli interrogativi sulla situazione psicologica di chi sente il bisogno di avere molteplici rapporti paralleli è un atteggiamento pieno di logica. Ci sono maschi che se non hanno in corso più di una relazione simultaneamente si sentono quasi vittime di castità coatta. Costoro o vogliono entrare con i loro comportamenti nel Guinness dei primati o hanno effettivamente qualcosa che non va nella loro psicologia.

La depressione, le inibizioni, la timidezza, un’ansia eccessiva spesso sono alla base delle scelte o delle non scelte dei solitari primari ossia di quegli uomini e di quelle donne che non hanno mai realizzato l’accoppiamento sessuale. Non sempre la natura è stata matrigna con costoro. Spesse volte può giocare l’apprendimento negativo di una coppia genitoriale disastrosa, in cui magari il dongiovannismo esibito del padre faceva il paio con l’angoscia impotente della madre. L’espiazione metafisica di chi decide di offrire la propria verginità al trascendente non è mai sganciata da oscure minacce relazionali. L’incanto pieno di speranza che normalmente pervade i giovani ai primi approcci sessuali potrebbe avere come corrispettivo, in alcuni, inquietanti e irriducibili timori di varcare il rubicone. Tanto più che l’istinto del piacere potrebbe collocarsi più sul ricordo delle carezze materne che in un coito pieno di passione.

fonte: http://rolandociofi.blogspot.it/2012/05/linterferenza-degli-stati-depressivi.html

Antipatia: perchè alcune persone non ci piacciono?

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Siete seduti al tavolo di un bar, osservate una persona che non conoscete e decídete che vi risulta antipatica. Lo stesso accade con il presentatore del programma televisivo che vedete per la prima volta o con la commessa del nuovo negozio all’angolo. Perchè accade tutto questo? Perchè alcune persone ci risultano antipatiche e altre no?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo analizzare i due meccanismi: induzione e deduzione. L’induzione ci permette di giungere ad una conclusione generale partendo da casi particolari (per esempio: se metto la mano nel fuoco più di una volta e mi brucio, sono indotto ad accettare che il fuoco brucia). Al contrario, la deduzione implica il raggiungimento di una conclusione specifica a partire da una premessa generale (per esempio: il fuoco brucia, tutti lo dicono e quindi, se metterò la mano nel fuoco mi brucerò). Ovviamente, induzione e deduzione sono due processi che vanno a braccetto.

Bene; allora, quando consciamo una persona nuova necessitiamo di alcuni riferimenti a partire dai quali possiamo iniziare una relazione. L’ideale sarebbe relazionarsi senza ricorrere a pregiudizi e idee preconcette, ma normalmente nutriamo un certo timore verso gli sconosciuti e verso l’incertezza; allora, di fronte al nuovo, cerchiamo nella nostra mente situazioni anteriori che ci servano da riferimento per agire con maggiore sicurezza nella situazione in cui ci troviamo.

Questi riferimenti sono diversi, e normalmente il processo si svolge a livello inconscio. Così, quando conosciamo una persona nuova, la valutiamo in pochi minuti o secondi (il modo in cui si veste, il colore della pelle, la forma di parlare, camminare, gesticolare e i tratti del viso…tutti quei piccoli dettagli che abbiamo immediatamente a disposizione). Tutta questa informazione è già inclusa nel nostro “database” (in psicologia si dice che fa parte dei nostri schemi mentali), e pertanto, dobbiamo solo applicare i processi di induzione o deduzione traendo così la conclusione che la persona ci risulta simpatica o antipatica. Da dove traiamo questa conclusione? Dalle nostre esperienze passate con persone che hanno avuto comportamenti o tratti simili e dai nostri pregiudizi in merito a come sono e si comportano le persone che hanno caratteristiche simili a quelle che stiamo considerando.

Ma queste conclusioni iniziali non devono essere inattaccabili. Infatti, ogni volta che percepiamo nuove informazioni (gesti, parole o altri dettagli), le includiamo in questa immagine che ci stiamo facendo dell’altro e, in base alla flessibilità mentale di cui dispone ognuno di noi, queste nuove informazioni possono ottenere di cambiare o meno la percezione dell’antipatia o della simpatia. Normalmente, più tempo passa più ci avvicineremo ad una immagine reale dell’altro e abbandoneremo il processo di deduzione.

A questo punto dobbiamo essere estremamente attenti per non correre il rischio che “la profezia si compia”. Come dire; quando non abbiamo la flessibilità mentale necessaria e cataloghiamo una persona come antipatica, potremmo assumere una percezione parziale e aggiungere ogni nuovo dettaglio come a supporto della nostra credenza iniziale (anche se la realtà è diversa).

Giunti a questo punto, possiamo comprendere che la cosa davvero importante non è la valutazione iniziale che riporta una simpatia o una antipatia (dato che spesso non possiamo evitare questo processo) ma piuttosto riuscire ad essere sufficientemente aperti mentalmente così da poter cambiare la nostra valutazione iniziale.

fonte: http://rolandociofi.blogspot.it/2013/01/antipatia-perche-alcune-persone-non-ci.html

La vita non ci toglie alcune persone: ci allontana da chi non abbiamo bisogno

Debt trap

La vita non ci toglie alcune persone: ci allontana da chi non abbiamo bisogno; anzi, se non lo fa la vita, dovremmo farlo noi!

 

Il nostro amor proprio dovrebbe agire da scudo verso chi lede al nostro equilibrio psicofisico, ecco perché diciamo che la vita non ci priva di alcuna persona ma ci allontana da quelle di cui non abbiamo bisogno.

I legami emotivi sono fondamentali ma solo se sono genuini o se ci aiutano a crescere in modo sano, se riusciamo a mettere bene a fuoco questo concetto, un mondo nuovo si aprirà ai nostri occhi e di certo smetteremo di desiderare la presenza di quelle persone che riempiono la nostra vita di vuoti, dubbi, demotivazione e tristezza.

Siete voi a decidere di chi circondarvi. Fate un’attenta analisi, chi vi critica senza riserve? Chi vi costringe a elemosinare presenza? Chi butta giù la vostra autostima? Bisogna allontanarsi da chi ci fa stare male e valorizzare quei legami che portano un po’ di serenità nella vostra vita. Seguite i nostri consigli:

 

  1. Allontanatevi dalle situazioni che non hanno rimedi: non cercate di cambiare qualcuno o qualcosa che non può cambiare, concentrate queste energie per migliorare voi stessi.
  2. Imparate a gestire le vostre paure, soprattutto se riguardano la solitudine, stare con qualcuno non significa non essere soli. Potete stare bene anche con voi stessi se imparate ad apprezzarvi.
  3. Siate consapevoli che, la maggior parte delle volte, la sofferenza e il senso di colpa sono delle scelte.
  4. Imparate ad apprezzarvi davvero per ciò che siete, l’autodeterminazione e l’autostima sono dei repellenti contro i vampiri emotivi e tutti coloro che potrebbero farvi del male.
  5. Se non potete cambiare una situazione ma siete costretti a viverla (genitori, famiglia, lavoro…), imparate ad accettarla ma prendendo le giuste distanze emotive.
  6. Allontanate chi vi fa star male, le persone ostili e chi vuole gestire la vostra vita.
  7. Allontanate tutte le persone che vi sottraggono benessere e cercate di stringere solo legami genuini, basati sulla maturità e il reciproco rispetto.
  8. Imparate a dare quanto a ricevere. I rapporti funzionano in due direzioni, è così che ci si può incontrare a metà strada.
  9. Evitate di sentirvi o comportarvi da vittima e allontanate le persone che lo fanno, perché non sono consapevoli del potere delle loro scelte. La nostra vita è stata costruita dalle nostre scelte.
  10. Imparate a dire “NO” se non avete voglia di fare qualcosa. Esercitate il vostro diritto al NO e ritagliate più tempo da dedicare alle vostre passioni.

 

Relazioni tossiche, le basi

Le cattive relazioni si basano su fondamenta sbagliate di questo genere:

  • L’adozione di un ruolo da vittima.
  • La tirannia esigente e gelosa di chi crede di difendere la sua dignità, mentre sta solo ledendo quella degli altri.
  • L’invidia
  • Le attenzioni smisurate o la ricerca di attenzioni smisurate.
  • La sottomissione.
  • Il dominio e l’aggressività.
  • La passività.
  • La paura di rimanere soli e di essere abbandonati.

L’auto-tossicità, uno squilibrio emotivo interiore

Nel pretendere rispetto dagli altri, fate attenzione anche a darne, come detto prima, i rapporti sono bidirezionali!

Se siete circondati da relazioni tossiche, è il caso che facciate una grossa auto-analisi. Cosa vi ha portato a stringere sempre legami tossici? Non è stato il caso o il destino, smettete di credere alla sfortuna perché la vita ci conduce dove ci portano le nostre scelte quotidiane, momento dopo momento.

Ci sono dei circoli viziosi che iniziano fin dall’infanzia, dei quali non siamo consapevoli e quando iniziamo a osservare sotto “il primo strato”, diventa tutto molto doloroso e così smettiamo di guardare e continuiamo a incolpare gli altri per il nostro status.

Possiamo diventare tossici con noi stessi e con gli altri quando ci sottomettiamo di fronte alle esigenze altrui senza analizzare le nostre, senza assecondare i nostri desideri… in questo modo diventiamo vittime croniche e arriviamo a disprezzare i nostri pensieri e a smettere di riconoscere i nostri piccoli successi. In questa fase bisognerebbe imparare a comunicare con se stessi: il dialogo interiore è fondamentale per noi e per gli altri, ci aiuta a ritrovare delle risorse inaspettate. Sono quelle risorse a restituirci le redini della nostra vita. Non è mai troppo tardi per capire che la vita è davvero il frutto delle nostre scelte e non c’è nessuno da incolpare. Per uscirne bisogna passare per l’auto-accettazione e l’auto-consapevolezza, due pilastri difficili da ottenere ma che possono essere la chiave di svolta anche per chi è circondato esclusivamente da relazioni tossiche.

È meglio un’auto-critica al momento giusto, che una profonda ferita emotiva nel nostro cuore, causata dal nostro stesso comportamento passato: non ci siamo fatti valere in tempo ma è sempre il giorno giusto per iniziare!


fonte: http://psicoadvisor.com/la-vita-non-ci-toglie-alcune-persone-ci-allontana-non-bisogno-4540.html

Quello che gli uomini pensano dell’impotenza

B279653_strFNPicture1Quello che gli uomini pensano dell’impotenza

Solitamente, quando viene richiesta una consulenza psicologica per disturbi sessuali, i problemi maggiormente riscontrati negli uomini sono quelli legati alle disfunzioni erettili, ovvero l’incapacità di ottenere o mantenere un’erezione per un tempo sufficiente al rapporto sessuale.

Non bisogna però confondere il disturbo vero e proprio con la semplice defaillance occasionale, la quale può essere provocata da cause comuni di tipo fisiologico (troppo alcool, effetti collaterali di alcuni farmaci) o psicologico (ansia da prestazione, stress, preoccupazioni).

Quindi è necessario essere consapevoli che avere problemi d’erezione in maniera occasionale non deve rappresentare necessariamente un motivo di preoccupazione. Il mito di impeccabili maschi alfa che non sbagliano mai un colpo è infatti da sfatare: tutti, almeno una volta nella vita, possono avere defaillance sessuali.

Il problema è quando la disfunzione sessuale non è più un episodio occasionale, ma si ripetete e protrae nel tempo, divendo motivo di stress, di problemi relazionali e di calo d’autostima.

Le sensazioni e i sentimenti degli uomini che affrontano il problema dell’impotenza sono spesso correlati a quelli provati dalle donne che hanno accanto un compagno con questa patologia: ma quali sono i sentimenti che accomunano in genere gli uomini affetti da disfunzione erettile?

In primo luogo la frustrazione: “se non posso avere una vita sessuale con la mia compagna sono un fallimento, sia come amante che come uomo, non riesco a smettere di pensare al problema e mi sento un totale fallimento”. Per questo motivo gli uomini manifestano un calo della stima di sé e spesso riferiscono che il problema occupa gran parte delle loro energie mentali e che smettere di pensarci rappresenta un ulteriore difficoltà.

Disfunzione-erettileScaturisce poi la paura: “se mi dimostro affettuoso lei poi vorrà sicuramente fare sesso e poi cosa succederà?” Gli uomini infatti, per via della fragilità emotiva dovuta alla disfunzione erettile, tendono a dipendere in questo senso dalla partner e quindi, la paura che da una coccola si debba necessariamente passare al rapporto, non fa altro che ricordare loro l’inabilità di soddisfare la compagna.

Molti si sentono bloccati nella condizione di non poter esercitare alcun controllo sul proprio corpo, e inoltre dalla convinzione che senza sesso la partner si allontanerà lasciandoli soli. Questo perché la maggior parte degli uomini non considera mascolino il chiedere aiuto o il cercare supporto emotivo (cose invece più tipiche delle donne), e quindi considerano inappropriato ricevere conforto. Quando un uomo non riesce a soddisfare i bisogni sessuali suoi e della partner allora si sente privato della sua virilità e si considera solo.

Anche gli uomini come le donne sentono la paura dell’abbandono: un uomo con problemi di impotenza pensa che se non è in grado di soddisfare i bisogni della propria donna, questa automaticamente lo lascerà. Ma questo non è affatto una regola: può verificarsi, ad esempio se si tratta di una giovane coppia in cui il bisogno dell’aspetto legato al sesso ricopre un ruolo primario. Ma è importante ricordare che molte donne invece supportano e restano vicine al partner per aiutarlo ad affrontare la situazione.

Prima di effettuare qualsiasi intervento psicologico, è importante valutare se i disturbi sessuali siano legati a problemi di natura organica o psicologica, motivo per cui è assolutamente utile parlarne anche col proprio medico, che potrà indirizzare verso una visita da un andrologo/urologo e verso esami medici specifici.

viagra_cialis_levitraSolamente in questo caso, se l’urologo o l’andrologo lo reputa opportuno, è consigliabile assumere rimedi farmacologici o ormonali. Nonostante non ci sia niente di cui vergognarsi, per alcune persone può però essere imbarazzante acquistare farmaci per l’impotenza in una farmacia. Per questo motivo è possibile acquistare gli stessi anche online, ad esempio, facendo una rapidissima ricerca su google è possibile trovare siti come questi in cui viene spiegato che “nella nostra farmacia online è possibile trovare svariati farmaci con svariate funzioni che sicuramente potranno servire per combattere i problemi connessi alla disfunzione erettile“.

Accanto ad una cura di tipo farmacologico (che aiuti ad evitare il problema della perdita erettiva impedendo così il circolo vizioso deficit ⇒ aumento ansia da prestazione ⇒ nuovo deficit) è però indicato anche un ciclo di sedute di psicoterapia che aiutino, oltre a risolvere il problema in sè, anche ad incrementare i livelli di autostima e di fiducia “nei propri mezzi”.

  • Nota bene: I farmaci, di qualsiasi tipo essi siano, non devono essere acquistati per nessun motivo senza una prescrizione medica. E prima di ogni acquisto online assicuratevi che il servizio offerto sia sicuro e professionale.

fonte: http://www.glipsicologi.info/wordpress/quello-che-gli-uomini-pensano-dellimpotenza.html

Pokémon Go: mania e ossessione? La parola allo specialista

Pokemon: gioco ossessioneAnche voi stregati dal nuovo gioco della NintendoPokémon Go?

La realtà aumentata, sembra essere una vera e propria calamita, in grado di catturare l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo. Occhi puntati sullo schermo del proprio smartphone, andatura incerta, fissazione (a tratti evidente) sono i sintomi che compaiono nei giocatori “malati” alla ricerca di Pikachu.

Ovviamente, come sempre quando scoppia il caso fenomenale, non mancano le polemiche: incidenti stradali causati dalla distrazione dei guidatori, alle prese con il gioco, alienazione, mania vera e propria.

Abbiamo chiesto alla dr.ssa Paola Valenzano, specialista in psicologia, di darci la sua opinione su qual è l’impatto psicologico che giochi di questo tipo hanno sulle persone.

Pokémon Go: perché la realtà aumentata attrae così tanto?

Il motivo per il quale un gioco possa arrivare a riscuotere un tale successo in termini di coinvolgimento di massa può risiedere nella novità.

Pokémon Go è una nuovissima modalità di fusione tra realtà e realtà aumentata, che coinvolge due degli elementi fondamentali della quotidianità di oggi: il telefono cellulare e il gioco.

Si può intendere come una forma estrema e paradossale di fuga dalla realtà, perché l’elemento virtuale irrompe direttamente nella realtà stessa.

Gli aspetti di ricerca e competizione chiudono il cerchio, nel senso che sono gli altri due elementi che contribuiscono in maniera potente a rendere attraente il gioco, tanto da faticare a uscire dal gioco stesso (emblematico il video delle persone che escono dalla macchina correndo per catturare chissà quale raro Pokémon).

Si parla in questi giorni di un effetto positivo che il gioco avrebbe contro la depressione: lo ritiene possibile?

Tenendo conto del fatto che la psicoterapia nei casi di depressione tende a sollecitare l’azione e il risveglio delle capacità di iniziativa del soggetto, si potrebbe pensare a un effetto positivo del gioco, che spinge in un certo senso a “uscire” e stimola l’attività, ma può risultare una modalità rischiosa di stimolazione perché, comunque, si tratta di realtà aumentata, stimola azioni virtuali che hanno conseguenze virtuali.

Quali sono i rischi psicologici (oltre a quelli fisici, visti i così tanti incidenti registrati per distrazione) che questo gioco/mania può causare?

I rischi psicologici sono sempre commisurati alle capacità e risorse del singolo: maggiore è la capacità di separare il mondo virtuale da quello reale, minori sono i rischi; per questo le fasce di età più giovani sono quelle che maggiormente possono subire gli effetti negativi del gioco.

In questi casi, il ruolo dei genitori rimane sempre quello più importante nel saper gestire tempi e modi del gioco dei propri figli, proponendo soprattutto alternative che il bambino possa preferire alla realtà virtuale. Il genitore ha, dunque, il faticoso compito di creare una realtà che sia altrettanto, meglio se di più, attraente della finzione.

Giocare con moderazione: cosa consiglia per godersi il gioco “Pokémon Go” senza ossessioni?

La capacità di creare alternative: così come nelle situazioni di “problem solving”, che dobbiamo affrontare tutti i giorni, è fondamentale essere capaci di creare soluzioni alternative, così nella quotidianità è importantissimo poter scegliere tra diverse attività, soprattutto in un mondo come quello di oggi, nel quale i tempi sono sempre più stretti e la ripetitività può essere stressante; il benessere si vive quando non si ha un’unica scelta come evasione dalle fonti di stress, creare dei diversivi, rendere ogni giorno diverso, anche se solo in alcuni piccoli particolari, è fondamentale.

Giocare a Pokémon go, come a qualsiasi altro gioco di ruolo, è utile finché si è consapevoli di averlo scelto; quando la scelta lascia il posto alla necessità, allora quello deve essere il campanello d’allarme che deve far capire di aver superato un limite pericoloso per il nostro benessere.

Se Pokémon go è una delle diverse attività piacevoli che abbiamo a disposizione per distrarci, allora possiamo dire di non rischiare l’ossessione.

fonte: http://www.pazienti.it/blog/pokemon-go-mania-22072016

L’Insorgenza dell’Attacco di Panico: la Prospettiva cognitivista

 

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L’Attacco di Panico costituisce un episodio di ansia acuta molto intensa, durante il quale la persona sperimenta sintomi somatici o cognitivi quali:

  • tachicardia o palpitazioni;
  • sensazioni di dispnea o soffocamento;
  • dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica);
  • sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata);
  • nausea o disturbi addominali;
  • sensazioni di torpore o formicolio, brividi di freddo o vampate di calore, tremori o scosse;
  • bocca secca o nodo alla gola;
  • sudorazione accentuata;
  • sensazione di irrealtà (“derealizzazione”) o sensazione di essere staccati da se stessi (“depersonalizzazione”);
  • confusione mentale;
  • paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • paura di morire.

 

L’attacco raggiunge rapidamente l’apice (in genere, in 10 minuti o meno) e spesso è accompagnato dal bisogno di allontanarsi urgentemente dal luogo in cui si sta manifestando la crisi.
E’ possibile distinguere 3 tipi di Attacchi di Panico in base al contesto entro cui si verificano, ovvero in base alla differente relazione intercorrente tra l’esordio dell’attacco e la presenza/assenza di fattori scatenanti situazionali; questi ultimi includono sia ‘stimoli esterni’ al soggetto (es. l’attacco di panico si verifica quando una persona che soffre di claustrofobia si trova in una lunga galleria), sia ‘stimoli interni’ (es. attacco di panico causato dall’interpretazione della tachicardia come segnale di un grave malore imminente, in un soggetto in cui sono assenti patologie cardiache).

I 3 tipi di attacchi di Panico sono:

  • Attacchi di Panico inaspettati, in cui il soggetto non associa l’esordio dell’attacco con un fattore scatenante situazionale interno o esterno (ovvero l’attacco di panico viene percepito come “spontaneo”, “a ciel sereno”);
  • Attacchi di Panico causati dalla situazione, in cui l’attacco si manifesta, quasi invariabilmente, prima o durante l’esposizione ad un fattore scatenante situazionale (es. entrare in ascensore per la persona che soffre di claustrofobia);
  • Attacchi di Panico sensibili alla situazione, i quali sono simili agli Attacchi di Panico causati dalla situazione, ma non sono invariabilmente associati allo stimolo e non si manifestano necessariamente subito dopo l’esposizione.

In merito a tale distinzione si rileva che, in seguito al verificarsi di Attacchi di Panico ‘inaspettati’, tali episodi di grave ansia tendono a diventare successivamente ‘causati’ o ‘sensibili’ alla situazione.

In alcuni casi, inoltre, le crisi di panico possono manifestarsi nella forma di un risveglio notturno improvviso in uno stato di intensa ansia.

Gli attacchi ‘causati’ o ‘sensibili’ a determinate situazioni, inoltre, si manifestano spesso anche nel contesto di altri Disturbi d’Ansia.
In tal senso, infatti, si riscontra che gli Attacchi di Panico ‘causati’ dalla situazione sono sperimentati dalla maggior parte dei soggetti con Fobia Sociale (in cui la persona può avere un attacco di panico prima di parlare in pubblico o di esporsi a specifiche situazioni sociali) e con Fobie Specifiche (in cui l’attacco di panico può manifestarsi in presenza dello stimolo temuto dal soggetto), mentre gli Attacchi di Panico ‘sensibili’ alle situazioni si manifestano più tipicamente nel Disturbo d’Ansia Generalizzato e nel Disturbo Post-traumatico da Stress (es. il soggetto ha un attacco di panico quando si trova in una situazione che gli ricorda l’evento traumatico che ha precedentemente vissuto).
A fronte di quanto considerato, quindi, si evidenzia come il panico può costituire la manifestazione di altri disturbi, i quali necessitano di essere individuati ed affrontati al fine di  riuscire a superare le crisi di panico.

Caratteristiche del Disturbo di Panico
Ciò che rende terrorizzante un attacco di panico è la sensazione vissuta dalla persona di essere travolta da un’ansia incontrollabile, di perdere la sua capacità di ragionamento. Durante l’attacco di panico la persona prova non soltanto sintomi cognitivi e somatici molto più intensi rispetto alla comune ansia, bensì spesso sperimenta un’inquietante sensazione di ‘cambiamento’ nella usuale percezione di sé (depersonalizzazione) e del mondo esterno (derealizzazione), la quale può innescare ulteriormente il terrore.
In quei minuti drammatici, infatti, la persona interpreta i sintomi che prova come il segnale di essere sul punto di morire, oppure di impazzire, di perdere il controllo di sé, di comportarsi in modo estremamente imbarazzante. Tali pensieri e immagini mentali, dunque, acuiscono enormemente l’intensità della reazione di paura.
La persona che soffre del disturbo esaminato è terrorizzata dallo sperimentare alcune sensazioni corporee e mentali, e tale reazione emotiva (terrore) è la conseguenza del modo di interpretare gli stimoli scatenanti.
Si evidenzia, quindi, come il panico costituisce il risultato di un circolo vizioso di ansia, di un vortice di paura, il quale si innesca a fronte di determinate sensazioni fisiche provate dalla persona, le quali vengono erroneamente interpretate come segnali di una imminente catastrofe.
Ad esempio, la sensazione fisica del capogiro può essere interpretata come indicatore di un imminente svenimento, mentre quella dell’aumento del battito cardiaco come attacco cardiaco.

Anche sensazioni mentali, quali una difficoltà di concentrazione o la sensazione di avere pensieri che si accavallano confusamente, possono essere interpretati come catastrofi mentali o sociali, quali perdere il controllo della propria mente o dei propri comportamenti.

Spesso avviene che, avendo esperito uno o più attacchi di panico, la persona diventa particolarmente sensibile ad alcune sensazioni corporee, in quanto le interpreta come il segnale di inizio di una nuova crisi; tale idea conduce a mettere in atto un attentissimo auto-monitoraggio focalizzato sui fenomeni del proprio corpo, comportamento disfunzionale che generalmente produce proprio la crisi temuta.
Gli stimoli interni scatenanti a fronte dei quali la persona innesca interpretazioni erronee sono soprattutto quelli associati ad ansia, ma anche le ‘normali’ sensazioni fisiche o cambiamenti delle funzioni fisiologiche possono diventare oggetto di terrore.
Il circolo vizioso, che culmina con l’attacco di panico, dunque, consiste in una sequenza di pensieri, emozioni e sensazioni fisiche che si innesca a partire da un fattore scatenante interno.
In tal senso, uno stimolo interno spiacevole (es. dolore al petto) viene giudicato dalla persona come pericoloso, producendo in tal modo uno stato di ansia e i relativi sintomi somatici ad essa associati (es. tachicardia) che, se sono interpretati in modo catastrofico, producono un ulteriore aumento del livello di ansia intrappolando l’individuo in un circolo vizioso, culminante nell’attacco di panico.

I sintomi provati durante un attacco di panico sono così sconvolgenti da indurre nel soggetto un intenso timore di riprovarli, un’autentica “paura della paura”, ossia l’insorgere della cosiddetta “ansia anticipatoria”, a causa della quale la persona si sente costretta a mettere in atto determinati comportamenti (definiti comportamenti di evitamento e protettivi) finalizzati a prevenire il più possibile il verificarsi di ulteriori attacchi.

Comportamenti di evitamento, protettivi e Agorafobia
A causa del terrore di rivivere un attacco di panico, tipicamente la persona tende ad evitare categoricamente le situazioni che teme possano provocare un’altra crisi, rinunciando in questo modo alle proprie abitudini precedenti all’insorgere del disturbo (‘comportamenti di evitamento’), oppure le affronta soltanto dopo aver preso delle precauzioni sufficientemente rassicuranti (‘comportamenti protettivi’).
Tra i comportamenti di evitamento più diffusi si riscontrano:
non utilizzare automobile, autobus, treno, etc.;
non frequentare luoghi chiusi;
non allontanarsi da luoghi considerati ‘sicuri’ (es. casa);
non compiere sforzi fisici che potrebbero causare delle sensazioni corporee spiacevoli (es. tachicardia);
non rimanere da soli, etc.

Ciò che accomuna tutte queste situazioni verso cui la persona innesca un evitamento agorafobico è la sensazione di non avere “vie di fuga” nel caso in cui ci si sentisse male.
In tal senso, dunque, l’Agorafobia, è caratterizzata dallo stato di intensa ansia provato a fronte dell’idea di trovarsi in luoghi o situazioni da cui sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o in cui potrebbe non essere disponibile aiuto per fronteggiare un attacco di panico.
In merito a ciò, pertanto, si rileva come il timore di ‘non avere vie di fuga’ non è riferito esclusivamente a determinati luoghi percepiti come pericolosi (es. ascensore, aereo, luoghi affollati, etc.), bensì spesso è innescato da situazioni sociali, dalle quali per la persona risulterebbe problematico allontanarsi.
Ad esempio, all’idea di trascorrere la serata con i colleghi di lavoro, essa può immaginare: “cosa direbbero gli altri se nel mezzo della cena scappo via? cosa penserebbero di me? non potrei andar via da lì… è meglio restare a casa anche stasera”.
In tale prospettiva, si rileva come le situazioni sociali possono essere percepite dalla persona che soffre di Disturbo di Panico come un contesto in cui “non è possibile avere via di fuga”, al pari di trovarsi dentro un ascensore chiuso.

Nel Disturbo di Panico, inoltre, si riscontrano alcuni comportamenti protettivi, frequentemente messi in atto per cercare sollievo dall’ansia:
allontanarsi da casa solo se accompagnati da persone di fiducia (es. familiari);
portare sempre con sé farmaci ansiolitici;
frequentare solo luoghi vicini a strutture mediche.

Sia l’evitamento che i comportamenti protettivi costituiscono fattori di mantenimento che intrappolano la persona nel disturbo.

In tal senso, l’evitamento è un fattore di mantenimento del problema poiché il restare lontano dalle situazioni critiche (ad esempio negozi affollati) impedisce di scoprire che l’ansia non porta alle catastrofi temute. Si evidenzia, quindi, come il comportamento di evitamento, il quale viene considerato come una inevitabile conseguenza del problema e come un tentativo di trarre sollievo, in realtà intrappola maggiormente la persona nel disturbo.
Parallelamente a ciò, i comportamenti protettivi impediscono alla persona di disconfermare le interpretazioni erronee inducendola ad attribuire falsamente il mancato avverarsi della conseguenza temuta al loro utilizzo e non, viceversa, al fatto che l’ansia non causa drammatiche conseguenze fisiche.
Inoltre, alcuni comportamenti protettivi possono peggiorare direttamente i sintomi somatici conducendo la persona al panico. In merito a ciò, si rileva l’importante ruolo dell’iperventilazione nel peggioramento degli attacchi di panico.

Iperventilazione e Panico
L’intensificazione del sintomo quale risultato degli effetti dei comportamenti protettivi risulta evidente in persone che, percependo una spiacevole sensazione di affanno ed interpretandola come segnale di soffocamento, al fine di prevenire la conseguenza temuta istintivamente tentano di respirare in modo più rapido e profondo, controllando in qualche modo il proprio respiro.

Purtroppo tale strategia disfunzionale conduce all’emergere di sintomi di ‘iperventilazione’, i quali si aggiungono ai sintomi già sperimentati, amplificando la reazione di allarme del corpo.
L’iperventilazione (ossia il respirare con una frequenza e/o con una profondità eccessiva rispetto alle esigenze dell’organismo) è una componente della reazione di ansia che assume un ruolo molto importante nel determinare i livelli di attivazione nel corpo e contribuisce notevolmente al peggioramento della crisi di panico.
L’iperventilazione produce uno squilibrio nei rapporti tra ossigeno e anidride carbonica, riducendo notevolmente quest’ultima (condizione nota come ipocapnia).
Ciò conduce inevitabilmente all’insorgere di sintomi di ‘iperventilazione’ , i quali possono scatenare ulteriormente la reazione di terrore.

Rispetto a ciò si rileva come l’iperventilazione può provocare sintomi quali:
– vertigini;
– sensazione di testa leggera;
– sensazione di stordimento;
– sensazione di irrealtà e di stranezza del proprio corpo;
– sensazione di confusione;
– intorpidimento;
– bocca e gola secca;
– sensazione di formicolio alle mani, piedi, viso;
– sudorazione;
– tachicardia;
– tintinii alle orecchie;
– tremori; etc.

Intervento psicoterapeutico cognitivo nel Disturbo di Panico
In relazione a quanto sopra delineato, risulta evidente come il Disturbo di Panico può diventare particolarmente invalidante per la persona, in quanto a causa del problema possono verificarsi pesanti ripercussioni negative nell’ambito lavorativo (es. necessità di rinunciare ad un lavoro a causa delle difficoltà nell’utilizzo di mezzi di trasporto), familiare (es. tensioni interpersonali generate dalle frequenti richieste di essere accompagnati) e sociale (es. abbandono o riduzione delle relazioni sociali e delle abitudini che la persona coltivava precedentemente all’insorgere del disturbo).

In tal senso, emerge come la riduzione dell’autonomia personale, conseguente al bisogno di attuare i comportamenti protettivi e di evitamento, danneggia gravemente sia la qualità della vita quotidiana della persona che il suo senso di efficacia personale e la stima di sé, creando un grave vissuto di perdita e sofferenza soggettiva.
A fronte delle caratteristiche del problema esaminato, l’intervento psicoterapeutico rispetto al disturbo considerato è mirato ad individuare gli specifici fattori scatenanti di fronte ai quali la persona innesca la sequenza circolare di interpretazioni erronee, reazioni emotive e manifestazioni somatiche correlate.

Sulla base di ciò, è necessario individuare i fattori cognitivi coinvolti nell’eziologia e nel mantenimento del disturbo da panico, ovvero esaminare accuratamente e correggere le interpretazioni scorrette cui si genera il problema.
Parallelamente a ciò, risulta necessario identificare e superare gradualmente i comportamenti protettivi e di evitamento attuati, i quali contribuiscono al mantenimento delle convinzioni relative alle conseguenze delle sensazioni fisiche o mentali sperimentate dalla persona.

fonte: http://www.psicolab.net/2016/linsorgenza-dellattacco-panico-la-prospettiva-cognitivista/

Perché la terapia cognitiva “funziona”

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La Terapia Cognitiva è la forma di intervento psicoterapeutico più indicato e più studiato: ma quali sono i fattori che lo rendono così efficace?

La terapia cognitiva (TC) è il trattamento di riferimento più efficace nella cura della depressione. In un noto studio di meta-analisi di Cuijpers del 2014 è stato riportato che questo modello è efficace nel 42-66% dei casi. Eppure, nonostante l’evidente e comprovata efficacia del modello, nessuno sa come concretamente la TC influisca nella riduzione dei sintomi depressivi.

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La premessa è che chi soffre di depressione ha dei pensieri e delle convinzioni (spesso inaccurate) eccessivamente negativi riguardo a sé, agli altri e al mondo, la cosiddetta “triade cognitiva di Beck”. Il nocciolo del cambiamento consiste nell’aiutare il paziente a imparare ad esaminare in modo critico i propri pensieri, correggendo il modo di ragionare e favorendo un pensiero più ottimista e positivo. In realtà, però, è stato osservato che allo stesso modo, anche gli antidepressivi, quando efficaci (ovvero nel 22-40% dei casi), hanno lo stesso effetto e favoriscono una prospettiva più ottimista! Ma, allora, cos’è che spiega il processo di guarigione favorito dalla TC? e cosa rende i suoi effetti più duraturi nel tempo (è stato dimostrato che i suoi effetti persistono maggiormente rispetto a quelli ottenuti con la farmacoterapia)?

Alcuni ricercatori hanno mostrato che la capacità di intervenire e modificare attivamente il proprio modo di pensare, correggendo le convinzioni negative distorte e imparando a pensare in modo “diverso”, predice la guarigione dalla depressione. Chi, tra una seduta di terapia e l’altra, percepisce e favorisce un cambiamento attivo nel proprio modo di interpretare gli eventi guarisce di più e mantiene i miglioramenti anche nel lungo termine. Un altro aspetto che garantisce la maggiore efficacia della TC, rispetto altri trattamenti, riguarda l’apprendimento di nuove strategie di fronteggiamento e di maggiori abilità mentali. Questo, per esempio, avviene favorendo una maggiore distanza critica dal contento dei propri pensieri, accettando in modo non-giudicante il loro contenuto, riconoscendo la loro inacuratezza, modificando le distorsioni cognitive, etc.. Queste strategie vengono apprese in terapia e si possono usare in qualsiasi momento e situazione, per tutto il resto della vita (“Continuo ad avere pensieri negativi sulla mia inadeguatezza, ma ora ci credo di meno e non lascio che influenzino i miei agiti e quindi la mia vita”)!

Anche il settore delle neuroimmagini (con tutti i suoi limiti) ha contribuito a spiegare il funzionamento della TC. È stato osservato che chi soffre di depressione ha un’attivazione specifica nella corteccia prefrontale (PFC), implicata in funzioni quali l’autocontrollo e la pianificazione, e dell’amigdala, coinvolta nell’elaborazione delle emozioni. Mentre negli individui sani la PFC riesce ad inibire l’amigdala, mantenendo quindi un controllo sulle emozioni, nei pazienti con depressione la PFC è meno attiva, lasciando più potere all’amigdala. In uno studio di Risonanza Magnetica funzionale è stato osservato che individui depressi mostravano una iper-attività nell’amigdala durante l’elaborazione di stimoli emotivi e una ipo-attività nella PFC, quando impegnati in un compito cognitivo. Ma dopo 14 settimane di TC efficace questa alterazione cerebrale si annullava e il funzionamento del cervello degli ex-depressi diveniva uguale a quello dei sani. Gli autori della ricerca hanno interpretato questi dati come la conferma del fatto che la TC interviene sul modo di pensare, e lo fa anche aiutando la PFC a ri-attivarsi, inibendo un’amigdala “troppo attiva”. Al contrario la farmacoterapia interverrebbe non sulla ridotta attivazione della PFC, ma sull’iper-attività dell’amigdala, diminuendo in modo a-specifico l’attivazione emotiva.

Un’altra serie di ricerche ha identificato dei fattori specifici che possono predire chi risponderà positivamente a quale tipo di intervento. Per esempio, è stato osservato che chi, oltre ad essere depresso ha un disturbo di personalità, risponde meglio ad un trattamento farmacologico, mentre essere sposati renderebbe più efficace la TC. Similmente, sul piano “neuro”, mentre i depressi che mostrano una iper-attività nell’insula destra rispondono meglio ai farmaci, quelli con un’insula meno attiva traggono maggiore beneficio dalla TC. Infine, per non scivolare nel riduzionismo, va ricordato il ruolo imprescindibile, e di difficile investigazione, giocato dall’alleanza terapeutica, ingrediente primario nell’aderenza e nell’efficacia alla TC, così come in qualsiasi forma di psicoterapia.

Articoli di riferimento:

E. Anthes (2014), Science 515.

fonte: https://cognitivismo.com/2016/09/12/perche-la-terapia-cognitiva-funziona/