Genitori giardiniere vs. genitori falegname: Come l’educazione moderna mette la camicia di forza ai bambini

Nel 2011, un team di psicologi realizzò un esperimento molto interessante con dei bambini in età prescolare. I ricercatori diedero loro un giocattolo composto da diversi tubi di plastica, ognuno con una funzione diversa: uno emetteva una specie di squittio, un altro si illuminava, dal terzo usciva della musica e l’ultimo aveva uno specchio nascosto.

In alcuni casi, uno sperimentatore entrava nella stanza e urtava, apparentemente per caso, il tubo che emetteva lo squittio. In altri casi lo sperimentatore si comportava come un insegnante mostrando ai bambini come funzionava il giocattolo, insegnandogli solo ad attivare il tubo che emetteva lo squittio. In seguito i bambini vennero lasciati soli con il giocattolo.

In questo modo gli psicologi scoprirono che i bambini ai quali era stato “insegnato” giocavano in modo più limitato e ripetitivo, si annoiavano e non scoprirono tutte le funzioni dei tubi. Al contrario, i bambini ai quali era stato semplicemente dato il giocattolo senza offrirgli una guida, giocarono con più libertà, in modo più creativo e scoprirono tutte le funzioni dei tubi.

Per Alison Gopnik, professoressa di psicologia presso l’Università della California, questo esperimento mostra uno dei peggiori errori che facciamo nell’educazione infantile: pensare che il compito dei genitori sia quello di aiutare i bambini a portare a termine con successo una serie di attività durante tutta la vita.

Lei afferma che “negli ultimi trent’anni il concetto di genitorialità, e l’industria intorno ad esso, hanno trasformato la cura dei bambini in qualcosa di ossessivo, apprensivo e controllatore che non è buono nè per i genitori e tanto meno per i bambini.”

Molti genitori vedono nei figli una proiezione di se stessi così che riversano su di loro i propri sogni, speranze e progetti. Senza rendersene conto, l’educazione si concentra sulla formazione della personalità del loro piccolo in modo tale che lui realizzi i sogni che non sono stati in grado di realizzare. Secondo Gopnik, questi genitori sarebbero “genitori falegname”.

Come riconoscere i genitori falegname?

Questi genitori, come i falegnami, credono che la loro missione sia quella di plasmare il legno/bambino. Così, si sforzano di modellarlo in modo che segua le loro regole, adotti i loro valori e persegua i loro sogni.

Alcune delle caratteristiche che contraddistinguono questi genitori sono:

– Organizzano anche il più piccolo dettaglio della vita dei loro figli, perché non supportano l’idea che qualcosa sfugga al loro controllo. Infatti, spesso si trasformano nella loro agenda a causa della loro ossessione per controllare la vita dei loro figli.

– Si preoccupano di giudicare, condannare e/o sminuire tutti i sogni e le illusioni dei loro figli che non corrispondono con i loro. Infatti, fanno in modo di avere sempre l’ultima parola.

– Trasmettono i valori cone fossero dottrine, in modo tale che ai bambini non resta spazio per la riflessione e la libertà di pensiero.

– Si assicurano di iscrivere i loro bambini alla maggior quantità possibile di attività extrascolastiche e danno loro tutti i giocattoli educativi che considerano opportuni perché pensano che così stimoleranno meglio le loro capacità.

– Pensano che i loro figli abbiano un debito con loro e, quindi, si sentono in diritto di manipolare la loro vita, anche se questi bambini sono già diventati adulti.

– Considerano i loro bambini come il loro bene più prezioso, così spesso li richiudono sotto a campane di cristallo così terminano per isolarli dal mondo reale e gli impediscono di sviluppare gli strumenti necessari per affrontare la vita.

C’è un altro modo di educare: I genitori giardiniere

I genitori falegname si preoccupano del materiale che utilizzano per l’educazione dei loro figli e gli conferiscono un ruolo di primo piano, tanto che spesso si trasformano nei sostituti dell’amore e dell’attenzione che i bambini dovrebbero ricevere dai loro genitori.

Al contrario, i genitori giardiniere sanno che, sebbene gli strumenti siano importanti, non sono essenziali. Questi genitori sono pienamente consapevoli che è la competenza, l’impegno, l’amore e l’attenzione per i dettagli che fanno la differenza nell’educazione dei bambini.

Mentre i genitori falegname pretendono di creare dei pezzi “perfetti”, progettati al millimetro, i genitori giardiniere si preoccupano di seminare, irrigare e lasciare che le piante crescano. Questi genitori non sono ossessionati dal controllo, ma lasciano ai loro bambini la libertà di esplorare il mondo e scoprire i loro hobby. Naturalmente, permettono anche loro di commettere errori e gli fanno affrontare i loro problemi, perché sviluppino la capacità di risoluzione dei conflitti e la tolleranza alla frustrazione.

I genitori giardiniere rispettano le decisioni e le opinioni dei loro figli, anche se non li condividono. Infatti, si preoccupano d’incoraggiare il libero pensiero e la riflessione, perché sanno che è l’unico modo per educare delle persone autonome e auto-determinate.

Tuttavia, la differenza più importante è che i genitori giardiniere non pretendono di modellare i loro figli ma li accompagnano durante tutto il loro sviluppo, permettendogli di esprimere la loro unicità. Infatti, il disordine e la variabilità sono i principali nemici dei genitori falegname. Al contrario, in un giardino il cambiamento è una costante e il giardiniere deve solo preoccuparsi di creare uno spazio protetto in cui le piante siano libere di crescere.

L’obiettivo dell’educazione della prima infanzia non è quello di plasmare i bambini per raggiungere un prototipo prestabilito. I bambini sono attivi, curiosi, fantasiosi e giocosi, quindi il compito dei genitori non è quello di tagliare questi rami, ma creare uno spazio protetto in cui possano affiorare queste caratteristiche.

Infatti, Gopnik dice che: “il nostro lavoro come genitori non consiste nel modellare la mente del bambino, ma fare in modo che questa mente esplori tutto il mondo delle possibilità.”

Fonti:

http://www.angolopsicologia.com/2017/03/genitori-giardiniere-genitori-falegname.html


Gopnik, A. (2016) The Gardener and the Carpenter: What the New Science of Child Development Tells Us About the Relationship Between Parents and Children. Nueva York: Farrar, Straus and Giroux.

Cook, C. et. Al. (2011) Where science starts: spontaneous experiments in preschoolers’ exploratory play. Cognition; 120(3):341-349.

Mi arrabbio e ti offendo: come gestire la rabbia nelle relazioni strette

rabbia

La sofferenza nascosta dietra la rabbia: quando tiriamo fuori il peggio con le persone che amiamo di più.

A volte diamo il peggio con le persone che amiamo di più mentre con gli estranei riusciamo facilmente ad essere comprensivi, gentili e diplomatici. Ma basta una piccola disattenzione, un indelicatezza da parte di un caro amico, di un figlio, di un genitore o del nostro compagno/a per scatenare in noi  una reazione di rabbia furiosa, assolutamente sproporzionata, rispetto alle circostanze banali che l’hanno innescata.
Nessuno nega che certe volte la rabbia sia giustificata ( persino Gesù non ha usato delle parole gentili con i farisei e con i mercanti del tempio!), quello a cui mi riferisco è una modalità primitiva di espressione della collera che consiste nel “vomitare” addosso all’altro il proprio malessere, incolpandolo dei problemi  della relazione, umiliandolo e offendendolo. Fino ad arrivare nei casi peggiori a minacciare di rompere la relazione oppure a rinnegare la stessa (” se avessi saputo che cosa significava avere dei figli, non ti avrei mai messo al mondo”).

Gli effetti distruttivi di esprimere la rabbia senza filtri
Spesso l’iracondo non è consapevole di quanto questa modalità di espressione della rabbia possa essere distruttiva per la relazione e possa danneggiare gravemente l’autostima di chi subisce queste sfuriate ( soprattutto se il bersaglio della rabbia è un figlio).
Al contrario, il collerico dopo queste scenate e si sente sollevato e vorrebbe che tornasse tutto come prima e che l’altro non tenesse conto delle cose dette in un momento di rabbia.
Esprimere la propria collera in modo esplosivo e senza filtri può danneggiare ( a volte anche in modo irreversibile) la fiducia che è alla base di una buona relazione e più stretto è il rapporto, più grave è il danno.
Infatti,chi subisce queste scenate finisce per sentirsi offeso ed umiliato proprio dalla persona che avrebbe più dovuto amarlo e accettarlo e comincia a difendersi erigendo delle barriere nella relazione.
Il collerico viene percepito come un qualcuno di cui non ci si può fidare pienamente perché se “gli gira storto” può fare del male, colpendo proprio nei  punto debole, magari servendosi delle confidenze che gli sono state fatte in precedenza  o umiliandolo davanti ad altre persone.
Persino quando la rabbia è giustificata, queste modalità di espressione della stessa sono controproducenti e fanno si che l’altro ascolti ancora di meno, concentrandosi più sui modi violenti e offensivi della comunicazione che sui contenuti validi.

Come imparare a gestire la rabbia nelle relazioni strette

Imparare a distinguere tra interno ed esterno
Quando basta poco a scatenare un intensa risposta rabbiosa, il problema non è mai esterno ovvero il comportamento dell’ altro. Il problema è la lettura negativa del comportamento dell’ altro che viene interato come mancanza di rispetto, come disamore, se non addirittura come un tentativo di nuocere. Il primo passo per imparare a gestire la rabbia è cercare di allenarsi a considerare il comportamento che ci fa infuriare in modo alternativo. Forse il nostro partner non arriva in ritardo agli appuntamenti perché non ha voglia di vederci ma perché non sa organizzarsi.

Allenare l’empatia
Gli iracondi tendono a leggere in modo negativo il comportamento altrui, ma anche quando una persona che ci vuole bene sbaglia, è difficile che lo faccia in modo consapevole e deliberato ( a meno di non avere una seria problematica psicologica)
Spesso quello che è importante per noi non è altrettanto importante per l’ altra persona o chiediamo all’altra persona dei comportamenti, delle capacità che non le appartengono per indole o per storia familiare.
Farò un esempio estremo: la moglie di un mio paziente si ammalò gravemente e il mio paziente al posto di condividere con lei l’angoscia della malattia e di confortarla, cercava di sdrammatizzare, offrendole week romantici e riempiendola di regali. Era egoista e insensibile? No al contrario, l’amava profondamente ed era devastato alla prospettiva di perderla ma non sapeva come starle vicino. Nella sua famiglia d’origine l’affetto veniva espresso solo con doni e cose materiali.
In conclusione, imparare a mettersi nei panni dell’altro è un valido aiuto per calmare la rabbia.

Capire le aspettative impossibili che sono alla base delle crisi di rabbia.
Il motivo profondo delle crisi di rabbia che si scatenano per dei motivi banale  sono le aspettative deluse. Gli iracondi caricano spesso le loro relazioni significative di grandi aspettative..e guai se l’ altro non le soddisfa con le  modalità e con le tempistiche desiderate.
Alla base della rabbia furiosa si nasconde una forte insicurezza e il bisogno che l’altro confermi costantemente il loro valore, la loro amabilità e li valorizzi ( è superfluo aggiungere che questo atteggiamento grava la relazione di un peso difficilmente sostenibile)..
Riporto qui uno stralcio di lettera che una ragazza ha scritto alla mamma a cui peraltro è molto legata ma con cui ha un rapporto conflittuale e che riassume bene questo concetto.
E’ come se tu cercassi sempre approvazione. Sia in positivo che in negativo hai sempre bisogno di un responso. Di ogni cosa che dici o fai , chiedi sempre a volte esplicitamente altre volte implicitamente, conferma e rassicurazione.
Il piacere di condividere qualcosa con te si trasforma così nell’ansia di autorizzarti, di valutarti.
Devi sempre  sentirti dire ” brava” e sentirti dire che stai facendo la cosa giusta e che la stai facendo bene e se qualcuno lo mette in dubbio sfoderi un ‘aggressività e un rifiuto davvero esagerati.
E’ vero la vita non ha riconosciuto i tuoi meriti come avrebbe dovuto e mi dispiace tanto. Ma se in famiglia non ci viene da farlo è proprio perché dimostri questa fame esagerata di approvazione che è repulsiva.
Paradossalmente è proprio a chi ti chiede ossessivamente ” sono stato bravo?” che ti viene meno da dirlo”.
Identificare le proprie aspettative deluse può essere d’aiuto per gestire la rabbia.

Chiedersi con chi si è veramente arrabbiati.
Spesso si riversano le proprie frustrazioni sulle persone vicine proprio perché ci stanno vicino. Così ci arrabbiamo per ogni minima mancanza del nostro partner perché ci fa ricordare tutte, le tante, troppe volte in cui nella vita in cui non ci siamo sentiti amati e considerati.
Può essere utile chiedersi con chi siamo veramente arrabbiati. Con una figura paterna che non ci ha mai valorizzato? Con un ex compagno/a che ci ha deluso profondamente per cui chiediamo al nostro attuale partner di risarcirci del dolore subito? Non ci sentiamo riconosciuti sul lavoro e  nella nostra vita privata e abbiamo bisogno di avere dei figli perfetti che ci facciano fare bella figura e che riescono ad ottenere nella vita la realizzazione che non siamo riusciti ad avere?

Suggerimenti pratici per gestire la rabbia 

-Non affrontate una discussione quando siete molto arrabbiati, meglio aspettare che la rabbia sbollisca e rimandare la discussione quando sarete più calmi. Sfogatevi in altri modi, magari con un amica o facendo attività fisica ma non investite la persona cara con un fiume di recriminazioni
-Il momento più opportuno per una discussione è quando l’altra persona è recettiva e disposta ad ascoltare.
-Cercate di parlare del vostro malessere in toni pacati, senza colpevolizzare, evitando di usare dei toni accusatori. Se il nostro interlocutore si sente accusato, si metterà sulla difensiva e smetterà di ascoltare oppure passerà al contrattacco per difendersi.
-Evitate anche di giudicare (limitatevi al comportamento che vi ha ferito), di psicoanalizzare, di consigliare percorsi psicologici, medici o spirituali. Non fate la predica. Il messaggio che si lancia alla persona è “così come sei non vai bene” , un messaggio che è il bacio della morte per  qualsiasi relazione.
-Siate vulnerabili. Spiegate all’ altra persona come certi suoi comportamenti vi fanno sentire, concentrandovi sulle possibili soluzioni più che sui problemi.

fonte:http://www.ilmiopsicologo.it/2017/03/17/mi-arrabbio-e-ti-offendo-come-gestire-la-rabbia-nelle-relazioni-strette/

Igiene del sonno: 20 consigli per un sonno ristoratore

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Le cause più comuni dell’insonnia sono i cambiamenti nella tua routine quotidiana. Prestare attenzione ad una buona igiene del sonno è lo strumento migliore che hai per sviluppare e mantenere un sonno ristoratore che ti permetta di svegliarti rinfrescato e attivo senza il rischio di incorrere in un sonnolenza diurna, magari nel fatidico momento postprandiale.

 

10 buone abitudini da coltivare:

  1. Vai a letto e alzati sempre alla stessa ora, anche nei fine settimana prova a non dormire troppo. Il nostro organismo è abitudinario, i cambi di routine lo mettono in difficoltà;
  2. Fai esercizio fisico con regolarità, ci sono prove che mostrano come lo sport renda il sonno più profondo;
  3. Esponiti regolarmente al sole, specialmente nel tardo pomeriggio;
  4. Mantieni la camera da letto ad una temperatura confortevole;
  5. Cerca di mantenere la tua stanza al riparo dai rumori, se non è possibile valuta i tappi per le orecchie. Anche se i rumori non ti svegliano peggiorano la qualità del tuo sonno;
  6. Mantieni la stanza abbastanza buia per dormire, ma non troppo se fai fatica a svegliarti la mattina. La luce regola il nostro orologio biologico;
  7. Usa il letto solo per dormire e per fare sesso, il nostro cervello impara per associazione e se passi il tempo sveglio a letto imparerà che questo non è un luogo fatto per dormire ma per guardare la tele, mangiare, stare al pc, ecc.;
  8. Cerca di abituarti ad una routine pre-letto rilassante. Ad esempio con un bagno, meditando o leggendo un buon libro. Attività come guardare la tele o stare al computer tendono ad attivare;
  9. Fai esercizi di rilassamento prima di andare a letto, soprattutto se sei teso e hai pensieri per la tesa. Anche se non ti addormenterai subito faciliterai l’addormentamento e inizierai a riposarti fin da subito;
  10. Non indugiare a riflettere sui tuoi pensieri e sui problemi a letto. Piuttosto prenditi una finestra temporale durante il giorno apposta per occuparti dei problemi e delle preoccupazioni.

 

10 cattive abitudini da evitare:

  1. Non dormire il pomeriggio e se sei proprio stanco cerca di non farli durare più di venti minuti e non più tardi che dopo pranzo;
  2. Fare esercizio prima di andare a letto. Cerca di non fare sport a meno di 3-4 ore dell’ora in cui vai a letto;
  3. Non dedicarti ad attività stimolanti prima di andare a letto come fare i videogiochi o affrontare discussioni importanti con un membro della famiglia;
  4. Non bere caffeina la sera (tè, caffè, coca-cola, red-bull, ecc.);
  5. Non guardare la televisione a letto (vedi il consiglio numero 7);
  6. Non rimanere a letto sveglio per più di mezz’ora. Piuttosto alzati, allontanati dal letto e fai qualcosa di rilassante che non ti attivi, come leggere. Torna a letto appena ti viene sonno;
  7. Non bere alcolici, anche se può indurre sonnolenza spezza il ciclo del sonno rendendolo meno ristoratore. Nel caso dell’uso di alcolici come automedicazioni per l’insonnia c’è anche il rischio di sviluppare una dipendenza;
  8. Non andare a letto affamato o dopo aver mangiato troppo;
  9. Non iniziare o smettere di assumere ipnotici senza la consulenza del tuo medico o psichiatra;
  10. Non aumentare l’assunzione di caffeina dopo una notte in bianco. Questo può portarti ad una seconda notte in bianco.

fonte: http://www.itcc.it/sonno-20-consigli/

Effetto Pigmalione: fenomeno psicologico dell’aspettativa

Effetto PigmalioneOggi ti vorrei presentare il lavoro di Rosenthal e Jacobsen (1968), in cui si dimostra come le prestazioni degli studenti possano essere influenzate dalle aspettative degli insegnanti. Aspettative positive influenzano le prestazioni positivamente. Le aspettative negative influenzano negativamente le prestazioni. Rosenthal e Jacobson descrissero questo fenomeno come Effetto Pigmalione. Ma vediamo  meglio in cosa consistono questi interessanti effetti dell’aspettativa sull’individuo.

L’effetto Pigmalione

Chi era Pigmalione?

Pigmalione , secondo la mitologia e la letteratura classica, era il re di Cipro e uno scultore, che si era innamorato perdutamente.

La destinataria dei suoi sentimenti era una statua, da lui stesso scolpita, di nome Galatea, che egli considerava al di sopra di ogni donna reale e che sperava potesse animarsi.

Un giorno, dopo aver pregato Afrodite, la dea dell’amore, vide Galatea prendere vita. Poté finalmente coronare i suoi sogni al suo fianco.

Perché è chiamato “effetto Pigmalione” ?

Si tratta di un fenomeno di suggestione psicologica. Effetto per cui le persone tendono a voler soddisfare l’immagine o l’idea che gli altri hanno di loro, anche se essa è negativa. Proprio come Pigmalione che aveva riposto così tante speranze e aspettative in Galatea che ella, infine, si era conformata ai suoi desideri.

Tale processo è noto anche come effetto Rosenthal , dallo psicologo che lo ha studiato o chiamato anche “profezia autoavverante”.

In psicologia, una profezia che si autoadempie, si autoavvera, si ha quando un individuo, convinto o timoroso che si verifichino eventi futuri, altera il suo comportamento in modo tale da finire per causare tali eventi.

Gli studi di Rosenthal

Robert Rosenthal, professore di psicologia ad Harvard, nel 1965 in collaborazione con una maestra elementare di San Francisco, Lenore Jacobson, fu molto colpito da un caso che all’epoca fece molto scalpore: Clever Hans.

Clever Hans era un cavallo che agli inizi del secolo era noto per riuscire a comprendere e risolvere correttamente problemi matematici. In seguito fu dimostrato che, pur non possedendo tali capacità, era in grado di cogliere dei segnali corporei del suo addestratore e di provare a rispondere correttamente.

L’ipotesi formulata da Rosenthal e dalla sua collega fu che tale effetto delle aspettative avrebbe potuto essere riscontrabile nei bambini. E dove indagare ciò se non in una scuola ? Con gli insegnanti nello stesso ruolo dell’addestratore del famoso cavallo?

L’esperimento dell’effetto Pigmalione

In una scuola elementare, Rosenthal e Jacobson parlarono con gli insegnanti, informandoli dei risultati di un test svolto dai loro alunni, l’Harvard Test of Inflected Acquisition.

In realtà tale test non esisteva e i dati forniti ai docenti erano totalmente casuali.

Fu misurato il QI dei ragazzi al momento e dopo un anno, per capire se e quanto l’aspettativa degli insegnanti si fosse riversata sui bimbi.

Ottennero dei risultati salienti:

  • I bimbi indicati come più dotati avevano aumentato il punteggio del QI di 4 punti
  • Gli studenti del primo anno superavano i più grandi nei risultati

Ciò che erano andati ad esaminare era l’ipotesi che in una classe le aspettative del docente fossero molto influenti. Ed ecco che si svela l’effetto Pigmalione. Infatti i bimbi reputati capaci e da cui si presupponeva uno sviluppo intellettuale maggiore, avevano un rendimento più alto.

In questo caso, tra il gruppo di controllo e quello sperimentale non vi era alcuna differenza di intelligenza o di prestazione. L’unica cosa che cambiava era il parere dei loro maestri, influenzati dai risultati del finto test di Rosenthal e Jacobson.

Nel caso dei bimbi più piccoli, nello specifico, probabilmente essi emergevano in quanto più plasmabili per la giovane età. Ed anche perché ancora poco conosciuti e non etichettati dai docenti. Infatti gli insegnanti, non avendo un’idea pregressa delle loro capacità, si erano fidati del test fasullo per calibrare le loro aspettative.

Ciò che si realizza è dunque una profezia che si autoavvera. Secondo questa profezia che si autodetermina, la predizione di una persona, per esempio sul comportamento di un’altra, si realizzerà.

Bibliografia

Brown, R. “Psicologia sociale dei gruppi”, Il Mulino, 2000 [ libro ]

Rosenthal, R. “Pygmalion in the Classroom. Teacher Expectation and Pupils’ Intellectual Development”, 1968 [ libro ]

fonte: http://www.psicosocial.it/effetto-pigmalione/

Perché continui a fare cose che ti fanno male? Il vantaggio secondario

psicoterapia breve roma

Perché continuiamo a persistere nel fare qualcosa che ci fa male?
Perché, nonostante il dolore, la rabbia, la paura, continuiamo a rimanere in situazioni difficili, sgradevoli, dolorose?

A volte la risposta sembra lontana, impossibile da trovare, persa nella nebbia come un’ombra sfocata che non si lascia definire.

Altre volte, invece, ti sembra quasi a portata di mano, tanto vicina da poter essere sfiorata, al punto che percepisci nettamente la possibilità del cambiamento, la direzione verso cui muovere i passi giusti per uscire dalla trappola. Eppure rimani lì, come incastrato…

Perché? 
Cercherò di spiegarlo in questo articolo, ma attenzione: a molti non piacerà sentirsi dire quello che c’è scritto.

Ci sono molte risposte a questa domanda e diverse le abbiamo esplorate proprio in queste pagine. Oggi ne voglio vedere una paradossale: il vantaggio secondario.

Il piacere dello star male

Immagina di svegliarti un giorno con la febbre alta. Hai del lavoro da fare, delle commissioni da sbrigare, l’ultimo libro del tuo autore preferito da comprare, e la sera ti devi vedere con gli amici. Tutto da rimandare.
La rabbia sale e magari anche un certo senso di impotenza. Poi, però, accade una cosa insolita. Le persone a te più care iniziano a ricoprirti di attenzioni, a starti vicino, a darti una mano. Magari qualcuno ti aiuta con il lavoro, le commissioni le svolgono al posto tuo, ti portano il libro in casa e gli amici vengono direttamente da te.
Insomma, il lato bello della febbre è che, in teoria, qualcuno potrebbe dedicarti più attenzioni. Questo è un vantaggio secondario dello stare male.

Il vantaggio secondario nei disturbi psicologici

Nelle problematiche psicologiche questa realtà si riscontra di frequente, in diversi ambiti e in diverse forme.

Mara Selvini Palazzoli, ad esempio, col suo gruppo scoprì una forma particolare di anoressia che insorge in figlie di famiglie altamente problematiche. È detta anche “anoressia sacrificante”, poiché si è visto come il disturbo anoressico si sviluppi, in questi casi, come tentativo di mantenere unita la famiglia, che trascura i propri problemi per concentrarsi su un problema più grande, la figlia anoressica, che appunto si “sacrifica” per il bene familiare (per saperne di più si può leggere L’anoressia mentale, scritto proprio dalla Selvini Palazzoli).

«Sembra assurdo..

Non più assurdo di tutti quei bambini che, di fronte alle liti continue dei genitori, manifestano d’improvviso una sintomatologia fisica inspiegabile: mal di testa continui, violenti mal di pancia, fino a tornare a fare la pipì a letto o ad adottare comportamenti vandalici.

Comunemente si dice che sono tentativi di attirare l’attenzione e spesso è proprio questo il leitmotiv di tali problematiche. Il vantaggio secondario ottenuto è quello di far cessare i litigi dei genitori, i quali devono ora preoccuparsi del problema del figlio.

Ma i vantaggi secondari si possono ottenere in tante altre situazioni che non coinvolgono necessariamente gli altri. Ad esempio, un disturbo può diventare l’ostacolo che non ci permette di affrontare una situazione complicata – come decidere di lasciare il proprio partner – o persino potrebbe impedirci di raggiungere risultati decisamente vantaggiosi, come una promozione sul lavoro, perché magari ottenerli vorrebbe dire prendersi più responsabilità, o testarsi in un campo che non conosciamo.

Rinunciare ai vantaggi secondari?

«Insomma, facciamo in modo di stare male perché questo ci permette di far cessare o di evitare qualcosa di doloroso o di angosciante.»
In termini generali sì, però attenzione: chi soffre di un disturbo spesso non è consapevole dei vantaggi secondari che questo comporta. Inoltre, se anche ne fosse messo al corrente è altamente improbabile che ciò cambi la situazione; anzi, il rischio è che la persona rifiuti aspramente la nostra spiegazione e non ne tragga alcun giovamento.

D’altronde, se anche ci fosse un vantaggio secondario a sorreggere il disturbo (e non è detto che ci sia, poiché è possibile che esistano dei vantaggi secondari ma che non influiscano un granché sul mantenimento del problema), questo va visto come un’estrema richiesta di aiuto, una comunicazione spontanea (quindi non controllabile) di malessere.

«Immagino che in questi casi il vantaggio secondario sia più qualcosa che deve tenere a mente lo psicologo nel suo lavoro. Ma allora nella vita di tutti i giorni noi cosa possiamo fare?»
Chiederci, di fronte a quelle difficoltà che si ripresentano nella nostra vita come un appuntamento fisso, se possa esserci un vantaggio secondario che ci impedisce di superarle. La nostra non dovrà essere una ricerca ossessiva, non dovremo perderci nel tentativo di trovare ad ogni costo un vantaggio, ma potremo porci una domanda in più che, magari, potrebbe esserci utile a sbloccare una situazione difficile.

fonte:https://lostudiodellopsicologo.it/2012/12/10/perche-continui-a-fare-cose-che-ti-fanno-male/#more-1470

Disturbo d’Ansia Sociale: le situazioni sociali temute

Per chi soffre di fobia sociale, le situazioni che possono creare sofferenza sono potenzialmente infinite.

Il DSM V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) parla di Disturbo d’Ansia Sociale e non più, come nelle edizioni precedenti, di Fobia Sociale in quanto è stato riscontrato come molte persone abbiano estesi timori sociali che si manifestano in molte situazioni e non limitati solo a quelle in cui essi devono assicurare delle prestazioni.

Quando i timori sono limitati invece a situazioni solo di tipo prestazionale si parla di Disturbo d’Ansia Sociale “legato alla performance”, un sottotipo di solito meno grave e invalidante.

L’ansia sociale è una paura intensa per cui il contatto con gli altri rappresenta una fonte di profondo malessere, è la paura di agire in modo imbarazzante o umiliante e, conseguentemente, di poter ricevere giudizi negativi. L’immediata conseguenza ad un’esposizione è uno stato d’ansia che in alcuni casi può raggiungere l’intensità di un attacco di panico.

Chi ne soffre teme di rivelare a chi lo osserva o ai suoi interlocutori la propria vulnerabilità (arrossendo, tremando, sudando) o i propri limiti (non mostrandosi abbastanza intelligente o colto); di conseguenza, le situazioni sociali in cui l’individuo si sente vulnerabile vengono per lo più evitate, malgrado i numerosi problemi sociali o professionali che questo comporta fino, nelle forme più gravi, a un vero e proprio isolamento sociale.

Secondo il DSM V il Disturbo d’Ansia Sociale si caratterizza principalmente per la presenza dei seguenti criteri diagnostici:

  1. Paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri.

  2. L’individuo teme che agirà in modo tale o manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente.

  3. Le situazioni sociali temute provocano quasi invariabilmente paura o ansia.

  4. Le situazioni sociali temute sono evitate oppure sopportate con paura o ansie intense.

  5. La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e al contesto socioculturale.

  6. La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più.

  7. La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Quando e perchè si manifesta

L’insorgenza dell’ansia sociale è precoce, spesso si manifesta nell’infanzia o nell’adolescenza e talvolta emerge da una storia infantile caratterizzata da inibizione e timidezza. L’esordio può essere conseguenza di un’esperienza stressante o umiliante, esordio che generalmente è graduale e i cui sintomi tendono ad accentuarsi progressivamente con l’aumentare delle richieste ambientali.

Spesso il decorso è cronico e persistente, con un elevato grado di sofferenza soggettiva, e la persona in genere “convive” con questo disturbo fino all’età adulta prima di chiedere aiuto.

Studi epidemiologici condotti in Italia sui Disturbi d’Ansia collocano la prevalenza del Disturbo d’Ansia Sociale tra l’1% e il 3,1%.

Tipologia di situazioni temute

Per chi soffre del disturbo, le situazioni che possono creare sofferenza sono potenzialmente infinite, ogni giorno si incontrano persone, si parla, si ha bisogno di chiedere un’informazione o un favore, ringraziare, un saluto, non necessariamente lunghe conversazioni, ma anche piccole interazioni quotidiane e ognuna di esse porta con sé un alto grado di sofferenza per queste persone. Ma proprio la mancanza di questi momenti, il “bisogno” di sfuggirli, ma allo stesso tempo di desiderarli, alla lunga può far sentire frustrati e portare a un impoverimento dell’esistenza. Come diceva un paziente “quando sono con gli altri ho paura e quando sono solo mi sento depresso”.

Alcune ricerche hanno evidenziato che ci sono tre tipi di situazioni sociali che possono scatenare una forte reazione ansiogena: situazioni di interazione ad esempio iniziare e mantenere una conversazione, conoscere una persona nuova, situazioni di tipo prestazionale in cui bisogna fare qualcosa come parlare in pubblico o sostenere un esame o un colloquio e situazioni di tipo “osservazionale” che comportano l’essere osservati (o credersi osservati) mentre si fa qualcosa come ad esempio mentre si svolge un lavoro o si arriva in ritardo al cinema e bisogna sedersi in prima fila, tutte quelle situazioni in cui ci si sente addosso lo sguardo di tutti.

Inoltre, a seconda del numero di situazioni temute si può parlare di Ansia sociale legata alla performance in cui l’ansia è suscitata solo da determinate situazioni e di solito non si manifesta in altri contesti sociali; quella più comune è la paura di parlare o di esibirsi davanti a un gruppo di persone.

Mentre si parla di Disturbo d’Ansia Sociale quando la persona teme più di una situazione, caratterizzato da ansia estrema nella maggior parte delle situazioni interpersonali o pubbliche, in cui l’individuo si sente giudicato qualunque cosa debba fare o dire; spesso presenta una sintomatologia più grave che causa una compromissione funzionale maggiore.

L’ansia, in entrambe le tipologie, deriva dall’aspettativa che se le proprie prestazioni risulteranno inadeguate o insoddisfacenti ci si sentirà umiliati e imbarazzati. Il comportamento di evitamento, dunque, ha proprio il fine di sottrarsi a tali esperienze vissute negativamente.

La situazione più comunemente conosciuta è quella di parlare in pubblico, tuttavia esistono tutta una serie di altre situazioni che, se per molti sono esperienza quotidiana e che affrontano serenamente, per tanti altri sono causa di forte sofferenza, sofferenza accentuata dall’apparente “semplicità e innocuità” della situazione stessa.

Ma cosa si teme possa accadere in queste situazioni? Quali sono i pensieri che occupano la mente?

Le situazioni sociali più conosciute, di cui si parla più spesso …

Solitamente le situazioni più temute da chi soffre di ansia sociale sono quelle che implicano la necessità di dover fare qualcosa davanti ad altre persone.

Parlare in pubblico

Situazioni in cui si hanno davanti una o più persone che sono lì per valutare quello che si dice. Ne fanno parte gli esami, i colloqui di lavoro, tenere una conferenza, fare una presentazione e tutti i casi in cui si deve prendere la parola di fronte ad un gruppo di persone.

E’ una paura che riguarda la maggior parte della gente, chi non ha mai provato un po’ di nervosismo prima di prendere la parola davanti a delle persone, con tutti gli occhi puntati addosso? La differenza principale però tra un individuo e un altro non consiste nell’avere o non avere paura, ma nella capacità di gestirla e superarla.

In tali situazioni la maggior parte delle persone all’inizio prova ansia, ma che riesce poi comunque a controllare e che diminuisce quando la persona inizia a parlare: tocca l’apice prima dell’azione, poi scende rapidamente, per terminare poi con un senso di sollievo una volta terminato l’evento.

Nella persona che soffre di ansia sociale invece la paura è intensa già prima dell’evento e non diminuisce neanche mentre la performance procede e anzi può aumentare, lasciando alla fine un senso di vergogna e di sconfitta.

La persona ha il terrore di fare qualcosa di umiliante, di essere valutata e giudicata negativamente da chi la guarda; in genere infatti è convinta che mostrerà segni d’ansia e che questi aumenteranno il suo imbarazzo fino a rendere intollerabile l’esibizione.

Non riesco a prendere la parola, ho troppa paura di dire una sciocchezza o di non riuscire a esprimermi correttamente”.

E se mi blocco? Tutti penseranno che non sono preparato”.

E se mi mangio le parole, nessuno capirà niente e farò la figura dello stupido”.

Quando devo prendere la parola ho l’impressione di non essere più me stesso. Vedo girare tutto intorno a me, non mi vengono le parole, la mia bocca non articola alcun suono, non riesco più a guardare la gente negli occhi”.

e quelle di cui (forse) si parla meno

Mangiare o bere in presenza di altre persone

Mangiare e condividere momenti di convivialità occupa una parte importante della quotidianità di ognuno, a casa con i propri familiari, a pranzo con i colleghi di lavoro, con gli amici alla sera, lo sa bene chi soffre di questa paura, di quanto troppo spesso debba rinunciare a serate ed inviti oppure di come, non potendo sottrarvisi, li viva con grande disagio.

La paura è quella di non riuscire a mangiare, al ristorante, a casa in presenza di invitati e, nei casi più gravi, in presenza dei genitori o del coniuge, oppure può riguardare la paura di soffocare.

Le persone sono convinte di essere costantemente sotto esame e si angosciano per una serie di motivi: poter mostrare un tremito delle mani, rovesciare il cibo o mancare la bocca, mandare il boccone di traverso.

Potrei star male”.

Ho paura di non sapermi comportare”.

Ho il terrore di fare o di dire qualcosa di imbarazzante ad esempio rovesciare qualcosa, inciampare, mandare un boccone di traverso, a ogni boccone penso che il cibo mi andrà di traverso e non posso sopportare l’idea di soffocare, tossire e diventare paonazzo mentre tutti stanno lì seduti, immobili a fissare la mia faccia contorta. Ho paura di rendermi ridicolo”.

Per scongiurare tutte queste eventualità, escogitano strategie come ad esempio scegliendo con cura il luogo in cui andare a mangiare (ad es. poco affollato), cosa ordinare e quali cibi mangiare.

Essere presentati a un estraneo

Rappresenta un momento carico di analisi e valutazioni, travolto da un’infinita serie di domande come:

Che cosa penserà di me?”

Che impressione avrà di me?”

Gli ho stretto la mano abbastanza a lungo?”

E se arrossisco?”

Ogni volta che parlo con qualcuno mi iniziano a sudare le mani e penso che l’altro mi giudicherà ansioso”.

L’ho guardato abbastanza negli occhi?”

E adesso che cosa devo dire?”

Come ha detto che si chiama?”

Domande che scaturiscono da un’elevata ed eccessiva sensibilità all’esame altrui e, preoccupati eccessivamente dell’immagine di sé che rimandano all’altro e di cosa si debba fare/dire o non fare/non dire, non permette loro di concentrarsi sull’interazione, perdendo in spontaneità e non facendo altro che accentuare i sintomi ansiosi che la persona avverte, in tal modo apparendo impacciata e poco attenta al contesto e a quello che viene detto.

Scrivere o firmare in pubblico

In questa tipologia di situazione l’attenzione è spesso concentrata sulle mani. Alla base di questa fobia c’è la paura di tremare o di fare sgorbi e scarabocchi sotto lo sguardo degli altri, la paura quindi di non essere in grado di formare le lettere o di “bloccarsi” e di non riuscire a finire, rivelando l’ansia che la persona prova.

E se mi tremano le mani? Chi guarda se ne accorgerà e penserà che sono ridicolo e incompetente, uno stupido idiota”.

Si tratta di un sintomo comune e sembra essere un aspetto di una paura più generica: quella di svolgere un’azione mentre si è osservati.

La strategia usata dalle persone per nascondere il tremore delle mani è spesso quella di impugnare con forza e decisione la penna, credendo in tal modo di poter controllare meglio il proprio modo di scrivere e/o firmare, ma al contrario tutto ciò non fa altro che accentuare la probabilità di avere una scrittura poco fluida e leggibile, questo perchè la scrittura richiede abilità motorie di precisione e di conseguenza è molto sensibile alle variazioni di presa o di pressione causate dalla tensione muscolare.

Usare il telefono

Si potrebbe erroneamente pensare che l’anonimato e l’assenza di contatto visivo rendano le conversazioni telefoniche molto meno minacciose di altre forme di interazioni sociali.

Le numerose paure legate all’uso di questo strumento riguardano la preoccupazione di non riuscire a rispondere come si deve (immaginandosi che debbano esistere regole particolari), altri temono che, non sapendo cosa dire, si crei un silenzio imbarazzante e che l’ansia trasformi la loro voce rendendola tremula, sono terrorizzati di balbettare, di farfugliare e quindi inviare un segnale di debolezza.

Spesso mandano gli altri a rispondere, in questo modo la persona sa già chi è al telefono e, in questo, può avere un maggior “controllo” sulla conversazione da affrontare.

Perchè non posso vedere l’espressione del mio interlocutore, espressione che mi sforzo di indovinare dall’intonazione della voce, immaginandolo sempre impegnato in altre cose e poco interessato al mio discorso”.

Fare acquisti

E’ in parte un’esasperazione dell’ansia di venire guardati o di incontrare nel centro commerciale o nel negozio qualcuno con cui bisogna parlare.

Non riesco a dire – sto solo dando un’occhiata – ho sempre paura di offendere chi deve lavorare e se il commesso è insistente mi è molto difficile dire di no … ho provato molte paia di pantaloni, ora devo acquistarne uno, anche se non c’è niente che mi piaccia davvero”.

Mi aspetto sempre che il commesso pretenderà che mi decida e finisca di fargli perdere tempo”.

Mi sento sempre come un animale braccato. Ho sempre paura che qualcuno mi rivolga la parola, perchè subito arrossirei e mi metterei a tremare o a sudare in modo assurdo”.

Il motivo sottostante è la possibilità umiliante di venire giudicati male.

Uso del bagno

Più comunemente conosciuto come il fenomeno della “vescica inibita” o, in termini più tecnici, “disuria” è l’incapacità o la difficoltà di urinare.

Alcuni soffrono di un semplice ritardo della minzione, mentre altri non riescono ad urinare affatto, anche l’effetto delle variabili è molto soggettivo: alcuni presentano il disturbo solo se in un certo raggio sono presenti altre persone, per altri l’inibizione maggiore deriva dal fatto di poter venire sentiti o visti.

Per le persone afflitte dall’ansia di urinare, il lavoro e la scuola sono situazioni altamente stressanti e talvolta intollerabili, esso costituisce sia un malessere psicologico che fisico. Le persone che hanno questo timore arrivano a fare calcoli complessi per regolare l’assunzione di liquidi e il momento in cui assumerli in modo da limitare la necessità di urinare.

Spesso dichiarano di non essere mai a proprio agio, ma sempre distratti o dal bisogno o dal timore di aver bisogno di urinare, inoltre passano molto tempo a studiare l’ubicazione delle toilette più isolate e meno usate e a osservare quando è meno probabile che gli altri le usino.

Tra le situazioni temute questa è forse una di cui si sa ancora non molto, spesso caratterizzata da grande variabilità da individuo a individuo.

La fisiologia della minzione è complessa perchè comporta l’azione simultanea delle componenti simpatiche e parasimpatiche del sistema nervoso autonomo per rilassare l’uretra e contrarre i muscoli della vescica. In quest’ottica è comprensibile come qualsiasi tipo d’ansia possa interferire con il normale espletamento di questa funzione, di come l’imbarazzo e la concentrazione su una funzione solitamente automatica possa “confondere” il flusso di messaggi nervosi che vengono inviati alla vescica.

La difficoltà a chiedere aiuto

La richiesta di un intervento specialistico si verifica solitamente dopo molti anni di malattia, quando la persona arriva ad un punto critico nel lavoro, nella vita di relazione o a livello familiare ed è spesso determinata dall’insorgenza di complicanze come depressione o abuso di alcol.

Secondo i dati dello studio statunitense NCS-R, nonostante il livello elevato di sofferenza soggettiva, solamente la metà delle persone inizia un trattamento e, comunque, almeno dopo 10-15 anni in media di presenza del disturbo.

Un ostacolo che gioca un ruolo importante è il fatto di non vedere la malattia per quello che è, bensì di considerarla ormai (visto i diversi anni trascorsi) come uno “stato normale” della propria esistenza, parte di sè, del proprio modo di essere e non un disturbo curabile, questo soprattutto per chi con gli anni è riuscito ad organizzare la propria vita “in funzione” del disturbo.

Quale tipo di aiuto?

Il primo importante passo quindi è quello di riconoscere come le limitazioni nella propria vita e la sofferenza soggettiva che ne deriva non vadano sottovalutate, succede che le persone ritengono di dover essere capaci da sole di superare il loro problema, problema che troppo spesso viene considerato come una semplice mancanza di volontà, al contrario sono difficoltà che devono essere quanto prima affrontate con l’aiuto di uno specialista.

Per l’ansia sociale esistono numerose possibilità di terapie, ma quelle di cui finora è stata dimostrata l’efficacia sono il trattamento psicoterapeutico e quello farmacologico.

Il trattamento psicoterapico

Prima di iniziare un percorso di psicoterapia, è necessaria una prima fase di valutazione psicologica in cui vengono raccolte tutta una serie di informazioni riguardo la storia e le caratteristiche del problema presentato dalla persona e la sua storia personale, al termine della quale verranno date indicazioni sull’eventuale percorso da seguire.

Entrando nello specifico riguardo il trattamento dell’ansia sociale, da diversi studi emerge che le terapie che risultano maggiormente efficaci sono la terapia comportamentale, i gruppi di Social Skill Training e la terapia cognitivo-comportamentale.

La terapia comportamentale è un trattamento incentrato sulla tecnica dell’esposizione graduale, che consiste nell’esporre gradatamente il paziente alla situazione temuta affinché possa ridurre l’ansia ed acquisire un maggiore senso di efficacia nella gestione delle situazioni sociali.

Il social skill training (training per le abilità sociali) è un trattamento di gruppo finalizzato allo sviluppo o all’incremento delle competenze sociali. In un ambiente “protetto”, il paziente può riuscire a modificare la rappresentazione di sé sperimentando rapporti sociali con gli altri membri del gruppo e utilizzando i feed-back sul proprio comportamento.

La ricerca scientifica sostiene che la terapia cognitivo-comportamentale è uno dei trattamenti più efficaci, terapia che tuttavia è sottoposta a costante aggiornamento e rinnovamento e che ha portato alla definizione di sempre migliori protocolli di trattamento nei quali vengono privilegiati diversi tipi di intervento.

In particolare, per il disturbo d’ansia sociale da diverso tempo sta fiorendo un filone di ricerca e di pratica clinica riguardo il lavoro sulle immagini mentali (tecniche immaginative o imagery-based).

Partendo dal fatto che la mente del paziente con ansia sociale è particolarmente affollata da immagini negative su di sé e sulle proprie azioni e come tali immagini, oltre ad essere ansiogene, appaiano direttamente collegate ad esperienze negative vissute dal soggetto durante il periodo di insorgenza del distrurbo, l’utilizzo di tecniche che mirano al lavoro sulle immagini mentali sembra essere molto utile nel lavoro con il paziente con ansia sociale.

Il trattamento farmacologico

Il possibile ricorso a un trattamento farmacologico (sotto stretta prescrizione da parte di un medico psichiatra) si rende necessario per le persone che hanno un’attivazione ansiosa molto intensa o nei casi in cui siano presenti anche altri disturbi e che possa permettere quindi di creare le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico più efficace.

fonte: http://www.medicitalia.it/minforma/psicologia/2312-disturbo-ansia-sociale-situazioni-sociali-temute.html