Saltello dieci volte sul piede destro e nulla di male accadrà.

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Quei comportamenti che mettiamo in atto per proteggerci da eventuali minacce e che in realtà ci imprigionano

Un uomo, camminando per strada, nota una persona sul marciapiede intenta a spargere sale intorno a sé. La stessa scena si ripete il giorno dopo e quelli a seguire fino a che, incuriosito dalla bizzarria del comportamento di quella persona, si avvicina e gli chiede: “Come mai sparge sale?”. E l’altro: “Per tenere lontani i coccodrilli!”. “Ma qui non ci sono coccodrilli…”, osserva l’uomo sbalordito. Ma l’altro ribatte: “Certo che non ci sono, è merito del sale che spargo!”.
L’assenza dei coccodrilli diventa per quella persona la dimostrazione dell’efficacia della soluzione da lui adottata, la prova sufficiente per motivarlo a mantenere tale comportamento. Impiega gran parte del suo tempo in questa maniera, trascurando altre attività per lui importanti, certo di scongiurare, così, l’incontro con un coccodrillo. Continuando a farlo, d’altra parte, non avrà mai modo di verificare che, anche senza spargere il sale, il coccodrillo non arriverebbe.
Capita a tutti di compiere gesti, azioni, con l’intento di proteggerci da pericoli vari. Ci succede di compiere gesti scaramantici per scongiurare eventi negativi (ad esempio ripetere un gesto un certo numero di volte, cambiare strada se incrociamo un gatto nero, portare ciondoli o immagini protettive), controlli di vario genere (aver chiuso il gas, le porte, l’automobile), lavaggi ripetuti (mani, indumenti, ambienti ed oggetti) per non rischiare di contaminarci; ci capita di far attenzione a quel che diciamo o ai nostri comportamenti per evitare brutte figure; di restare nei pressi delle vie d’uscita di luoghi chiusi e affollati per poterci allontanare facilmente in caso di necessità.
In alcuni casi, tuttavia, come nel caso dell’uomo del sale, sono proprio tali comportamenti a rendere impossibile l’esistenza o, quantomeno, a ridurre significativamente la qualità della vita della persona. Roberta, ad esempio, si ritrova a toccare più volte lo stesso oggetto, a lavarsi molto spesso le mani, a compiere la stessa azione fino allo sfinimento per scongiurare eventi nefasti che potrebbero capitare a se stessa o ai propri cari. Mario, per non rischiare figuracce, evita di mangiare in pubblico, parla poco e ripete mentalmente le cose prima di dirle, indossa sempre una giacca, anche in estate, per nascondere la sudorazione. Paolo teme di poter avere un infarto e perciò evita gli sforzi fisici, di avere rapporti sessuali, vedere film emozionanti e si sposta solo in zone dove è rapidamente disponibile un aiuto medico. Roberta, Mario e Paolo sono così impegnati a prevenire le minacce temute da trascurare e rinunciare a obiettivi per loro importanti come lo studio, il lavoro, la vita sociale. Come per l’uomo del sale, ci verrebbe spontaneo suggerire loro che affrontare le situazioni temute senza prendere quelle precauzioni consentirebbe loro di acquisire informazioni circa la reale probabilità che la minaccia temuta si verifichi, la gravità delle conseguenze, le possibilità di fronteggiarla e la tollerabilità dell’ansia e del disagio. Su questo principio si basa l’Esposizione con Prevenzione della Risposta, tecnica ampiamente utilizzata nella Terapia Cognitivo-Comportamentale con l’intento di aiutare la persona a verificare e modificare le sue credenze circa la minaccia temuta e l’utilità dei provvedimenti che prende per scongiurarla.

Accettando di esporsi alla situazione o allo stimolo temuto, senza fare nulla per tentare di prevenirla o limitarla, avrà modo di notare che la minaccia non si verifica o che è fronteggiabile e tollerabile anche senza aver preso i soliti provvedimenti. Una volta avuta la dimostrazione della loro inutilità, sarà più semplice rinunciarvi, smettere di spargere il sale e investire le proprie energie in altri scopi e obiettivi significativi.

fonte: https://cognitivismo.com/2016/06/24/saltello-dieci-volte-sul-piede-destro-e-nulla-di-male-accadra/

Maternità, lavoro e sensi di colpa: una riflessione

maternità e sensi di colpa

Sono la mamma di Giulia, 13 mesi, che da un mese circa frequenta il nido dalle otto e mezza all’una circa. L’ambientamento sembra sia andato bene; dico sembra perché ho dei dubbi e non riesco a capire se dipendono dalla mia sofferenza per il distacco (lavoro pendolare, part time verticale nei giorni dispari, quindi Giulia non ha una routine sempre uguale) o da elementi oggettivi. Mi è infatti sembrato che sia più attaccata a me. Ovvero prolunga la poppata anche dopo il termine, la esige non appena torno e all’ora corrispondente al mio ritorno anche nei giorni in cui non lavoro (giorni pari). È una regressione? La bimba ha un carattere aperto e allegro. Spesso non piange neanche più quando la accompagniamo: è ambientata o rassegnata?

La mia ansia si è aggravata per il fatto che è caduta e si è fatta male al labbro. So benissimo che la moda del momento è quella di dire che il nido è un’opportunità, ma i miei dubbi rimangono e sono disposta a mettere in discussione il mio posto di lavoro chiedendo l’aspettativa. Giulia non parla e non mi può dire se sta soffrendo per questo distacco e se si fida ancora di me e di noi.

Ilaria

La sua lettera mi ha molto toccato, per due motivi: perché presenta un problema con un possibile trabocchetto molto diffuso nella nostra società; e per il modo così sensibile, attento e “affettivo” di pensare e presentare la questione. Si direbbe che lei si senta un poco in colpa per aver messo la sua bambina al nido, come se si trattasse di una specie di abbandono. Le viene, allora, da “spiarla”, per cercare di cogliere dei segni che possano confermare o smentire il suo timore.

Il bisogno di nutrire la relazione

Le accade così di allarmarsi per dei normalissimi, sani segni di affettuosità (prolungare la poppata anche dopo il termine del deflusso di latte, cercare il seno non appena la vede o all’orario usuale delle “poppate del reincontrarsi”). Lei certamente sa che il contatto con il seno è finalizzato, sì, all’alimentazione, ma anche (e in certi momenti ancor più) alla realizzazione di un contatto affettuoso.

I bambini (come gli adulti, del resto) hanno bisogno di nutrire, far crescere e stabilizzare il rapporto dentro la propria mente. E lo fanno accumulando esperienze di contatto e di rapporto, ma anche di assenza e di mancanza. Ogni occasione è buona. È frequente osservare che i bambini giocano col capezzolo della mamma, a volte estasiati, a volte divertiti, a volte eccitati. Ed è buona cosa che le mamme partecipino a quei giochi, sempre che non ne siano infastidite.

Come ogni elemento psichico e relazionale, anche l’attaccamento ha i suoi alti e bassi. È normale che sia così, in tutta la vita e in ogni relazione. Non è detto che un aumento sia un male e una diminuzione sia un bene: fa parte del dipanarsi della vita oltre che del progredire nell’evoluzione personale e della relazione.

Imparare ad ambientarsi: una tappa fondamentale

Lei si chiede se sua figlia sia “ambientata”’ o “rassegnata” per quanto riguarda l’asilo nido. Non c’è opposizione fra le due cose: per ambientarsi bisogna accettare che l’ambiente in cui ci si trova sia proprio quello che è, e non un altro. Sapersi anche rassegnare è importante nella vita: aiuta a godere delle cose possibili e a non gettar via esperienze miste, un po’ belle e magari per certi versi un po’ brutte. Che ci sia un po’ di dispiacere al momento del distacco è del tutto normale. Quindi, se sua figlia dovesse anche piangere qualche volta, poco male, tanto più se manifesta un carattere aperto e allegro.

Piccoli guai, come la caduta e la rottura di un labbro, fanno parte delle esperienze della vita e del mondo. Esperienze inevitabili, ma che, quando proprio non si è riusciti a scongiurarle, possono essere perfino utili. Quanto meno, servono a potersi pensare non come invulnerabili o onnipotenti.

Per aiutare qualcuno bisogna essere “solidi”

Per finire, le faccio un’accorata raccomandazione: non lasci il suo lavoro per nessunissimo motivo, meno che mai per l’illusione di potere così star dietro a sua figlia in modo migliore.

Una regola generale quando si tratta di dare aiuto a qualcuno è sempre quella di assicurare e stabilizzare per prima cosa se stessi. Se una persona è caduta in un burrone (e non è il caso di sua figlia!) e io voglio cercare di tirarla fuori, prima di tutto devo assicurare me, quanto meno per non finirci anch’io giù nel burrone. Non posso sporgermi verso il malcapitato mettendo a rischio i miei appoggi per terra. Devo rimanere ben saldo sui miei appoggi, facendo attenzione a non compromettere il mio equilibrio.

Così è per ogni cosa. Per esempio, se devo insegnare qualche cosa a qualcuno, devo prima impararla bene io.

E se ho il sospetto che mia figlia dia segni di insicurezza, prima di tutto devo consolidare la mia sicurezza. Che è quello che lei giustamente sta cercando di fare, chiedendomi aiuto. Ma che lei cerca di prospettarsi rassicurando se stessa soltanto all’interno del rapporto con sua figlia, a discapito del proprio lavoro, cioè a discapito della sicurezza e della realizzazione di lei medesima.

Lasciare il lavoro non è la soluzione

Purtroppo, ho conosciuto molte mamme che, pensando di far bene, hanno lasciato il proprio lavoro nell’illusione di potere così svolgere meglio i loro compiti genitoriali. Quasi tutte hanno finito, prima o poi, per farlaa pagare ai figli cento volte di più di quanto era costato a loro stesse. Segno che, dentro loro stesse, avevano patito enormemente la rinuncia cui si erano obbligate. E l’hanno fatto senza accorgersene, inscenando poi, magari anni dopo, rivendicazioni sorde (“Con tutto quello che io ho fatto per te…!”); esagerazioni nelle manifestazioni di non essere soddisfatte dei figli (“Possibile che tu mi debba deludere sempre?”); perdita della gioiosità del rapporto con i figli, sentiti inesorabilmente come “ingrati”.

Rinunciare al lavoro non vuol dire soltanto rinunciare allo stipendio, ma vuol dire soprattutto rinunciare a un ambito importante di realizzazione di se stessi nella propria vita. Si tratta, oltre tutto, della rinuncia a un certo grado di autonomia, cioè di potere nei confronti di se stessi, del mondo e degli altri, compreso il proprio partner.

Spesso è illusorio fantasticare di poter poi riprendere a lavorare una volta che i figli siano cresciuti. Cresciuti quanto? Quando andranno a scuola? No, perché avranno bisogno di aiuto per affrontare il nuovo ambiente e i nuovi compiti personali e sociali. Quando saranno adolescenti? No, perché avranno bisogno di sostegno per affrontare la nuova situazione ormonale e relazionale con l’altro sesso. Quando saranno all’università? No, con tutto quello che avranno da studiare… Quando si saranno innamorati? Con tutto quello che avranno nella mente e nel cuore, se non gli si sta dietro rischiano di sperdersi… Quando si sposeranno e avranno bambini a loro volta? No, perché, tra famiglia e lavoro, non ce la potranno fare, e i nipotini avranno sempre bisogno della loro nonna…

Una volta imboccata quella strada di rinuncia così pesante a sé e alle proprie esigenze, non si arriverà mai al momento di ri-mettere se stessi al centro della propria esistenza. È facile, dunque, prendere una cantonata che nei fatti rimarrà irrecuperabile.

Tutto questo in ogni caso, ma a maggior ragione se il suo lavoro le piace e le dà soddisfazione. E se il lavoro non le piacesse? Occhio al super-tranello, sempre in agguato, di utilizzare (più o meno inconsapevolmente) le supposte “esigenze” di sua figlia come leva per sradicarsi dal proprio lavoro. Se il lavoro non le aggrada e se ne ha la possibilità, conviene che se ne cerchi un altro che lei senta più adeguato a se stessa. Ma, se appena appena può, non getti via il proprio lavoro. Mai.

 https://www.uppa.it/psicologia/famiglia/maternita-lavoro-e-sensi-di-colpa-una-rilfessione/

Cosa fa internet alla memoria?

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Internet è parte della nostra vita. Senza dubbio, è di gran aiuto in diverse aree e permette di risparmiare tempo prezioso, rimanere in contatto con chiunque in qualunque parte del mondo e, naturalmente, tenerci informati. Ma tutto ha un prezzo e Internet non fa eccezione e, se non stiamo attenti, un uso eccessivo della rete potrebbe causarci dei problemi cognitivi piuttosto seri.

Scarico Cognitivo o Download Cognitivo: Quando Internet ti fa dubitare della tua memoria

Utilizzare Internet continuamente per cercare informazioni fa sì che dubitiamo sempre di più della nostra memoria. Lo dimostra uno studio condotto da un gruppo di psicologi della University of California, i quali hanno scoperto che quanto più usiamo la rete per trovare informazioni e contrastare i dati, tante meno probabilità avremo di usare la nostra memoria, anche quando si tratta di domande banali di cui già conosciamo la risposta o possiamo trovarla applicando la logica.

Questo fenomeno è stato ribattezzato “scarico cognitivo” o “download cognitivo” e si riferisce al fatto che Internet ci sottrae gradualmente memoria dato che quanto più ci fidiamo dei dati presenti nella rete, tanto meno confideremo in ciò che abbiamo imparato o nelle risposte che possiamo trovare pensando autonomamente.

Lo studio in questione è stato condotto in diverse fasi, in un primo momento alle persone venne chiesto di rispondere a una serie di domande di cultura generale e di media difficoltà. Alcune di loro vennero autorizzate ad accedere a Internet mentre al resto venne chiesto di ricorrere esclusivamente alla loro memoria.

In una seconda fase, tutti i partecipanti sono stati autorizzati a utilizzare Internet, ma i ricercatori hanno fatto in modo che le domande fossero molto semplici, quindi era solo necessario fare affidamento sulla memoria o applicare il buon senso per trovare le risposte. Ad esempio, una delle domande era: “tutti i paesi del mondo hanno bandiere con almeno due colori?”.

Così si è potuto osservare che le persone che utilizzarono Internet nel primo test, furono anche più propense a riutilizzare la rete per trovare le risposte, invece di pensare o ricorrere alla loro memoria.

Ad ogni modo, i risultati più interessanti si ebbero quando i partecipanti non utilizzarono Internet. In quel caso, coloro che erano ricorsi alla rete, commisero il 30% di errori in più nelle loro risposte. I ricercatori hanno anche riscontrato che le loro risposte furono più impulsive e che pensavano meno.

Al contrario, chi iniziò l’esperimento basandosi sulla sua memoria fin dal primo istante, ottenne risultati migliori nel test finale. Questo esperimento ci dice che, effettivamente, Internet ha un impatto importante sulla nostra memoria, e questo non è esattamente positivo.

I pericoli di affidarsi ad un “hard disk” esterno

Naturalmente, questo non è il primo studio che valuta l’impatto di Internet sulla nostra memoria. Precedenti ricerche condotte da psicologi della Columbia University hanno rivelato che gli studenti ricordavano meno informazioni quando sapevano di avere facile accesso a internet. In pratica, invece di cercare di capire e memorizzare le informazioni, ci affidiamo semplicemente a un “hard disk” esterno.

Tuttavia, il fatto che preferiamo utilizzare un “hard disk” esterno non è il solo problema. Uno studio condotto presso l’Università della California ha scoperto che gli utenti regolari di Internet mostrano una minore attivazione in diverse aree del cervello durante la lettura di un testo su Internet, comprese le zone legate alla memoria a breve termine. Ciò potrebbe indicare che più usiamo Internet, meno memorizziamo ciò che leggiamo, perché sappiamo che sarà disponibile in qualsiasi momento.

Inoltre, il problema è che la memoria a breve e quella lungo termine sono capacità che devono venire continuamente esercitate o termineranno deteriorandosi. Se ci affidiamo ad un “hard disk” esterno la nostra capacità di ricordare informazioni si ridurrà sempre di più, e ciò può aprire le porte alle malattie neurodegenerative. La memoria a breve termine, per esempio, è di fondamentale importanza per il pensiero. La memoria a lungo termine è essenziale per conservare la nostra identità.

Le barriere della memoria si dissolvono

Solo pochi decenni fa, quando non ricordavamo il nome del protagonista di un film, chiamavamo il nostro amico cinefilo. In effetti, la tendenza a distribuire le informazioni all’interno dei gruppi è sempre esistita, è ciò che si conosce come il “sistema di memoria transazionale” e implica essere pienamente consapevoli che la conoscenza a cui si desidera accedere è al di fuori della nostra memoria, la possiede un’altra persona.

Ma l’immediatezza che offre Internet fa in modo che la barriera tra ciò che sappiamo noi e ciò che sanno gli altri (in questo caso la rete), si sfumi. La distinzione tra memoria esterna e interna è sempre più debole; vale a dire che confondiamo ciò che sappiamo con ciò che cerchiamo.

Anche se questa “confusione” può sembrare incredibile, un esperimento condotto presso la Yale University ha scoperto che le persone che utilizzavano Internet per trovare risposte alle domande mostravano una maggiore autostima circa le loro prestazioni cognitive. Infatti, si identificavano bene con affermazioni come “ho una buona memoria” o “ricordo bene i dettagli”.

Questi risultati hanno portato gli psicologi a ritenere che la barriera tra memoria interna e memoria esterna, quella che si incontra in Internet, sta sfumando. Quando le persone cercano informazioni in rete hanno l’illusione che i risultati che trovano dipendono dalle proprie capacità.

Il problema, ancora una volta, è che questa illusione ci impedisce di sviluppare le nostre risorse cognitive. Naturalmente, la soluzione non è smettere di usare Internet, che è uno strumento eccezionale, ma farne un uso più razionale. Per fortuna, essere consapevoli degli effetti dello scarico cognitivo e, soprattutto, cercare altre strategie per allenare la nostra memoria, ci permetterà di mantenere attiva questa capacità nel corso degli anni.

Fonti:
Storm, B. C. et. Al. (2016) Using the Internet to access information inflates future use of the Internet to access other information. Memory; 1-7.
Fisher, M. et. Al. (2015) Searching for Explanations: How the Internet Inflates Estimates of Internal Knowledge. Journal of Experimental Psychology; 144(3): 674 – 687.
Sparrow, B. et. Al. (2011) Google Effects on Memory: Cognitive Consequences of Having Information at Our Fingertips. Science; 333(6043): 776-778.
Small, G.W et. Al. (2011) Your Brain on Google: Patterns of Cerebral Activation During Internet Searching. The American Journal of Geriatric Psychiatry; 17(2): 116-126.

Bugie innocenti: Non permettere che ti tolgano il diritto alla verità

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A nessuno piace essere ingannato. Tuttavia, secondo un esperimento condotto da psicologi dell’Università del Massachusetts, il 60% delle persone sono capaci di dire in media tre bugie ogni 10 minuti di conversazione con uno sconosciuto. Naturalmente, di norma si tratta di piccole bugie e semplici omissioni della verità, ma il fatto è che molte persone sono anche disposte a dire spesso “bugie innocenti”.

Le bugie innocenti sono inganni apparentemente giustificati perché hanno l’obiettivo di evitare che un’altra persona soffra. Qualcuno decide di nascondere la verità perché un altro non debba affrontare una realtà troppo difficile. Tuttavia, le bugie innocenti non fano bene e spesso hanno secondi fini.

Cinque verità che nascondono le bugie innocenti

  1. Implicano un giudizio condiscendente. Una bugia innocente implica sempre che qualcuno ha deciso per noi che non abbiamo le necessarie risorse psicologiche per affrontare la verità. Quando qualcuno decide di nascondere la realtà per il “bene” dell’altro, presuppone che quella persona non è in grado di assumere determinate conseguenze. Pertanto, questi tipi di bugie implicano sempre un giudizio sulle nostre capacità, una valutazione che non è sempre adeguata. In realtà, a molte persone fa più male sapere che qualcuno ha creduto che non fossero all’altezza della verità o che semplicemente non meritavano di conoscerla.

    2. Impediscono di decidere consapevolmente. Ricorrere ad una bugia innocente implica togliere a qualcuno la possibilità di decidere, forse anche del suo destino o un evento importante della sua vita. Ovviamente, decidere senza conoscere la realtà non è buono. Quando ci mentono o ci nascondono una parte della realtà, siamo condannati a vivere nell’ignoranza, un’ignoranza che può essere molto dannosa e può produrre conseguenze che non possiamo anticipare. Così, affrontando il problema, cercheremo esclusivamente soluzioni a una parte della realtà, ignorando il resto. Naturalmente, in queste condizioni, la soluzione che troviamo sarà un semplice cerotto che non aiuterà a fermare l’emorragia.

    3. Soffocano i sentimenti. Ci sono situazioni che fanno male. Non possiamo negarlo. Ma nessun sentimento è inutile. Durante tutta la vita soffriamo e piangiamo per molte ragioni, tutte quelle sensazioni non cadono nel vuoto, ma fanno parte del nostro bagaglio emotivo, ci trasformano in persone più forti e sensibili, ci permettono di conoscerci meglio e ci aiutano a cambiare il nostro percorso per dirigerci verso un luogo in cui ci troviamo meglio. Infatti, l’aspetto più curioso di molte bugie innocenti è che a volte nascondono una verità che sospettavamo già, quindi in realtà continuiamo a soffrire, vittime del disagio e dell’incertezza.

    4. Impediscono di crescere. Le bugie innocenti di solito nascondono un problema. Ma la verità è che si basano in un concetto errato della parola “problema”, la cui radice etimologica in realtà significa “progetto”. In realtà, i problemi non sono di per sé negativi, sono anzi l’occasione per crescere e sviluppare nuovi strumenti psicologici che non avevamo prima. Pertanto, in molti casi nascondere un problema o mentire al rispetto implica negare a qualcuno un’opportunità di cambiamento e di crescita.

    5. Ci danneggiano profondamente. Anche se è accompagnata con l’aggettivo “innocente”, continua ad essere pur sempre una bugia. E le bugie possono fare molto più male della realtà che cercano di nascondere, perché la persona si sente profondamente tradita. Come risultato, vi è una perdita di fiducia e la relazione ne risente. In realtà, non c’è nulla di più straziante di una bugia, soprattutto se proviene da persone che amiamo e stimiamo.

Le bugie innocenti servono a proteggere gli altri o noi stessi?

A volte diciamo bugie innocenti per evitare conflitti. In fondo, crediamo che la persona non sia disposta a capire o accettare il nostro punto di vista, quindi preferiamo mentire.

In questi casi, con la bugia innocente non stiamo solo proteggendo l’altro, ma anche noi stessi, ci proteggiamo da una discussione ed evitiamo di danneggiare un rapporto per noi importante. Infatti, in molte situazioni risulta più pratico e veloce ricorrere a una menzogna piuttosto che utilizzare tatto per dire una verità.

Un esperimento condotto presso l’Università di Amsterdam ha rivelato che le persone tendono a mentire quando possono giustificare quella menzogna a se stesse. In questo modo non si produce una dissonanza cognitiva; cioè, possono mentire e, allo stesso tempo, continuare a credere di essere persone oneste. Utilizzare il termine “bugie innocenti” è più o meno uguale.

A questo proposito, un gruppo di psicologi della Harvard University ha scoperto che all’età di 7 anni i bambini sono già in grado di dire bugie, e le dicono quando percepiscono che faranno stare meglio l’altra persona. È interessante notare che questa capacità sorge nella stessa fase in cui appaiono i comportamenti prosociali, il che suggerisce che le bugie innocenti sono anche un meccanismo sociale adattivo.

Tuttavia, la verità è che non dovremmo essere costretti a mentire.

La sincerità non fa male, ciò che fa male è la realtà

La verità è che la sincerità fa male solo alle persone che vivono in un mondo di bugie. La sincerità di per sé non fa male, ciò che fa male è la realtà. E non possiamo cambiare la realtà, solo nasconderla.

Ovviamente, ci sono persone che preferiscono vivere in un mondo di fantasia e falsità per non avere a che fare con la realtà. In questi casi, anche se non condividiamo il loro atteggiamento, dobbiamo rispettarlo. Tuttavia, dobbiamo anche essere consapevoli che è molto pericoloso lasciarci trascinare nel loro mondo.

Mantenere un rapporto con queste persone, qualunque sia il legame emotivo che ci unisce, è molto complicato, perché ci sentiamo continuamente sul filo del rasoio, da un lato vi è la menzogna che non vogliamo dire e dall’altro la verità che non vogliamo sentire. Ovviamente, queste relazioni sono stressanti, oltre che false.

La verità costruisce, la menzogna distrugge

Siamo tutti dotati di diversi strumenti psicologici, alcuni hanno una cassetta degli attrezzi molto ben fornita, altri la devono ancora preparare. Ma se togliamo loro la possibilità di affrontare i problemi della della vita, gli staremo togliendo anche l’opportunità di crescere e svilupparsi.

In ogni caso, la realtà esiste indipendentemente dai nostri desideri e non si adatta alle nostre migliori intenzioni, quindi non abbiamo il diritto di decidere quale parte della realtà raccontare e quale nascondere. Dobbiamo ricordare che, anche se fa male, la verità costruisce sempre mentre la menzogna, quando è scoperta, distrugge.

Fonti:
Warneken, F. & Orlins, E. (2015) Children tell white lies to make others feel better. Br J Dev Psychol; 33(3): 259-270.
Shalvi, S. et. Al. (2012) Honesty Requires Time (and Lack of Justifications). Psychological Science; 23(10): 1264-1270.
Feldman, R. S.; Forrest, J. A. & Happ, B. R. (2002) Self-presentation and verbal deception: Do self-presenters lie more? Basic and Applied Social Psychology; 24(2): 163-170.

Che cos’è la psicoterapia?

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La psicoterapia è un trattamento dei disturbi psicologici che consente alla persona che lo intraprende di conoscere i suoi conflitti e imparare a gestirli nel migliore dei modi.

Come diceva un paziente di uno di noi tre, la psicoterapia ti fa riprendere il treno per la Vita: essa riattiva quel processo di sviluppo che consente all’essere umano di realizzarsi e di esprimere le sue risorse e potenzialità.

Grazie a un percorso di psicoterapia, la persona può:

  • guardare da vicino e conoscere meglio i conflitti che la fanno star male;
  • comporre modi più creativi e costruttivi per affrontarli.

Lo psicoterapeuta, che è un professionista che ha seguito una specifica formazione professionale, ascolta il paziente con rispetto e curiosità, cerca di comprenderne il punto di vista, lo aiuta ad aiutarsi.

La psicoterapia non tiene lontani problemi e infelicità, ansia o depressione, ma mette in grado di non farsene travolgere. È un luogo in cui dolore e lacrime vengono accolti e in cui trovare a essi un senso: una paziente di uno di noi tre lo definiva il suo tempio per l’anima.

 

Perché non restare amici degli ex

Quando una relazione finisce comincia il dilemma di cosa fare con tutti quei pezzi di vita che fino a un attimo prima ti appartenevano. Amici, luoghi, oggetti di una vita condivisa, improvvisamente hanno bisogno di una nuova collocazione, la tua vita o quella del tuo ex.

Proprio per la difficoltà di ridefinire l’appartenenza di molti elementi della vita di coppia appena conclusasi, spesso gli ex decidono di restare amici dopo la rottura.

In verità sarebbe meglio tagliare il rapporto, per quanto possibile. Questo è quanto suggerisce Andrea Bonior, psicologa clinica e docente di psicologia alla Georgetown University, nel suo libro ” The Friendship Fix: The Complete Guide to Choosing, Losing, and Keeping Up With Your Friends”.

Possiamo riassumere le motivazioni dell’autrice in 6 punti:

restare amici

#1 Asimmetria.

È molto raro che il desiderio di amicizia sia uguale tra due persone che prima erano fidanzate. Più spesso, uno dei due desidera realmente intraprendere la strada dell’amicizia mentre l’altro lo afferma solo per ingannare il dolore del distacco. Rompere con una persona è difficile, per questo ci si fa forza con l’idea che non sia veramente una fine ma solo una trasformazione.

#2 Mancano le basi per un’amicizia.

Sono molti i motivi per cui una relazione finisce. Forse non eravate in grado di comunicare apertamente senza infervorarvi, o vi annoiava il tempo che trascorrevate assieme. In generale il fallimento di un rapporto amoroso implica dei limiti a livello relazionale, limiti che permangono e influiscono il tentativo di restare amici. Eliminare il sesso non cambia veramente le cose.

#3 Manca il rispetto reciproco.

A volte le storie d’amore finiscono violentemente. La rabbia fa pensare e dire cose cattive volte a ferire l’altro. È troppo difficile riparare a quei momenti dove il rispetto è venuto a mancare. Anche quando non c’è violenza esplicita perché la separazione è consenziente, c’è sempre uno dei due che perde valore agli occhi dell’altro.

#4 L’abuso relazionale.

La condizione sine qua non dell’amicizia è la fiducia che l’altro non si approfitterà di te. Non è possibile presupporre un simile assunto se l’amicizia è nata dopo una storia d’amore. Purtroppo non potrai mai essere sicuro se la tua ex ti resta amica solo per controllarti.

#5 Gelosia.

Anche con tutti i più buoni propositi è impossibile controllare la gelosia. Ma gli amici tra loro si raccontano anche le nuove storie d’amore. A volte è molto faticoso accettare che la persona che hai amato ora venga abbracciata da un’altra. Per questo non è raro che l’ex con cui sei rimasto amico tenti di sabotare le tue nuove relazioni in modo subdolo.

#6 Il tempo.

Dopo la fine di una relazione ci vuole del tempo per andare oltre. In questo periodo è importante allontanarsi dal vecchio partner per organizzare la vostra nuova vita senza di lui. Non è possibile affrontare questo cambiamento tenendosi vicino il proprio ex, anche se ora lo chiamate amico.

 

Bibliografia

Andrea Bonior, (2011).  The Friendship Fix: The Complete Guide to Choosing, Losing, and Keeping Up With Your Friends

Non importa se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, l’importante è continuare a riempirlo

ottimismo pessimismo

Da molto tempo si usa l’esempio del bicchiere mezzo pieno per distinguere le persone ottimiste da quelle pessimiste. Se vedi il bicchiere mezzo vuoto, è perché tendi a concentrarti sulle cose negative della vita, perché indossi un paio di occhiali grigi per vedere il mondo. Se vedi il bicchiere mezzo pieno preferisci concentrarti sugli aspetti positivi e, se sei uno dei pochi che dicono che il bicchiere è a metà, allora sei una persona obiettiva, che riesce a vedere entrambi i lati della medaglia.

Tuttavia, il fatto è che questa percezione del bicchiere è tipica della mentalità occidentale. Noi occidentali amiamo analizzare i fatti, rompere le cose per vedere come sono fatte dentro e sezionare la realtà per arrivare a conclusioni “scientifiche”. Non è colpa nostra, ci è stato insegnato a vedere cosa succede intorno a noi come si trattasse di una serie di fotografie congelate nel tempo.

Ovviamente, la realtà non è così, la realtà è in continua evoluzione. Tutto, intorno a noi, sta cambiando e si muove. Infatti, l’attaccamento alla nostra visione statica delle cose è una delle principali cause delle nostre paure, preoccupazioni e squilibri emotivi. Non essere in grado di accettare il cambiamento e l’incertezza ci inietta una dose enorme di insicurezza e ansia, che non riusciamo ad affrontare.

L’esperimento che ha messo a nudo il nostro pensiero categoriale

Un esperimento molto interessante condotto da psicologi dell’Università del Michigan e dell’Università di Hokkaido ha rivelato che noi occidentali tendiamo a raggruppare gli oggetti in “categorie”, mentre gli orientali tendono a raggruppare gli oggetti in termini di “relazioni”.

Lo studio è stato sviluppato con il contributo di alcuni studenti universitari asiatici e americani. A tutti venne data una serie di fotografie tra le quali dovettero scegliere quali oggetti potrebbero corrispondere tra loro, come in questo esempio.

Quale figura si combina meglio con il toro? Prendetevi un minuto per rispondere.

La maggior parte degli americani ha scelto la “gallina”, perché inclusero entrambi nella categoría degli “animali”, come farebbe la maggior parte di noi. Tuttavia, la maggior parte degli asiatici scelsero “l’erba” perché si concentrarono nella relazione tra i due: “il toro mangia erba”.

Questo esperimento, che fa parte di una serie di studi molto interessanti, mostra come la cultura influenza il nostro pensiero, rivela che tendiamo a mettere a fuoco oggetti, le loro proprietà e categorie, come se si trattasse di cose immutabili. Al contrario, la cultura orientale priorizza le relazioni, il contesto e l’ambiente.

Abbracciare il movimento ci aiuterà a prendere decisioni migliori

Naturalmente, tanto il pensiero categoriale come il relazionale sono importanti, non si può dire che uno sia meglio dell’altro. Ma limitarsi a constatare che il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto significa solo affermare un dato di fatto. Niente di più. Permette di farsi un’immagine della situazione attuale, ma non aiuta a proiettarsi nel futuro.

Senza rendercene conto, ci comportiamo in questo modo ogni giorno. Ci limitiamo semplicemente ad accertare i fatti, senza percepire il movimento. Quindi, vediamo solo una parte della realtà e, quel che è peggio, trascuriamo precisamente la parte che ci permetterebbe di prendere buone decisioni per il futuro.

Quando applichiamo il pensiero categoriale?

– Ogni volta che giungiamo a conclusioni assolute in merito alle persone o alle situazioni

– Ogni volta che ci limitiamo a constatare un fatto, senza tentare di cercarne le cause e senza immaginare cosa potrebbe accadere dopo

– Ogni volta che siamo vittime degli stereotipi, attribuiamo etichette e ci comportiamo come se fossero verità assoluta

– Ogni volta che critichiamo e giudichiamo, senza offrire una soluzione o una via d’uscita

– Ogni volta che pensiamo che un problema abbia una sola causa e un’unica soluzione

Per migliorare realmente la nostra vita dovremmo fare un passo in più. Non dovremmo solo limitarci a vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, ma dovremmo anche chiederci se, per come stanno le cose, ci sono maggiori probabilità che si riempia o si svuoti. Solo allora avremo un quadro più completo.

Nella vita quotidiana, tendiamo a permettere che che il pensiero categoriale e le cose che sono successe determinino le nostre decisioni. Lasciamo che un errore del passato determini tutta la nostra vita. Ma ciò che dovremmo fare è concentrarci sul futuro e cercare di immaginare cosa accadrà e cosa possiamo fare per migliorare le cose. Guardare al passato e constatare episodi isolati limita la nostra visione, è come se passassimo tutta la vita guardando una foto. Quando guardiamo al futuro e siamo in grado di vedere le cose nel loro insieme e il movimento, le possibilità che si aprono davanti a noi sono infinite.

Fonti:
Nisbett, R. (2003) The Geography of Thought: How Asians and Westerners Think Differently. Nueva York: Free Press.
Nisbett, R. & Masuda, T. (2003) Culture and point of view. PNAS; 100(19): 11163–11170.