Siamo tutti bugiardi ma con parsimonia

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Le persone tendono a utilizzare menzogne per avere un vantaggio personale ma cercano di non esagerare per non sporcarsi troppo la coscienza

Spesso si tende a pensare che gli aspetti etici e morali del comportamento funzionino in una modalità “tutto o nulla”. O si è buoni o si è cattivi, onesti o disonesti, bugiardi o sinceri. Proprio in merito al tema delle bugie, la ricerca psicologica ha mostrato che la realtà è più complessa e sfaccettata. Gli individui, infatti, tendono a comportarsi come “bugiardi parsimoniosi”, cioè a cercare una menzogna che sia il più possibile equilibrata e bilanciata. Per capire meglio cosa si intende, si consideri che quando si mente, vengono chiamate in gioco almeno due motivazioni. La prima è il desiderio di ottenere un vantaggio: più soldi, più tempo, più like su Facebook, meno rimproveri, meno lavoro da svolgere e così via. L’altra motivazione è voler mantenere sempre un’idea positiva di noi stessi, come di persone giuste e moralmente irreprensibili. Questa motivazione, però, rema contro l’uso delle bugie.
Per approfondire tali aspetti del mentire, lo psicologo dell’Università di Amsterdam Shaul Shalvi ha chiesto a un gruppo di persone di tirare un dado e di riferire il numero ottenuto senza che nessun altro avesse potuto osservare il risultato. I partecipanti avrebbero guadagnato un euro per ogni punto ottenuto col dado (ad esempio: con un punto avrebbero ottenuto un euro, con sei punti sei euro). Ovviamente, le persone avrebbero potuto mentire dicendo di aver ottenuto un sei per guadagnare la cifra più alta possibile.  E, infatti, come previsto, è emerso che generalmente le persone mentivano e solo pochi partecipanti hanno riportato punteggi bassi come uno o due. Tuttavia, contrariamente a quel che si possa pensare, poche persone hanno riportato punteggi alti come cinque o sei. In pratica, si mentiva per non rimanere senza ricompensa (motivazione al vantaggio), ma si evitava di mentire troppo per non doversi sentire troppo immorali (motivazione all’immagine positiva).
In un esperimento simile a quello precedente, i partecipanti dovevano lanciare il dado tre volte, tuttavia avrebbero guadagnato i soldi corrispondenti solo al primo lancio. Anche in questo caso i partecipanti mentivano, ma non al massimo delle loro potenzialità: molte persone dichiaravano il punteggio più alto ottenuto nei tre tiri (anche se l’istruzione era di riportare solo il risultato del primo lancio). In altre parole, nella maggioranza dei casi, le persone non erano sincere, ma basavano la loro menzogna su un fatto almeno parzialmente vero: “Ho ottenuto veramente quel punteggio ma non al primo colpo”. Questi risultati spiegano perché spesso, nella vita quotidiana, le menzogne delle persone sono modeste, più simili a strategiche omissioni che a bugie vere e proprie. Si è disposti a vedersi come immorali pur di guadagnare qualcosa, ma solo fino a un certo punto.

fonte: https://cognitivismo.com/2016/08/01/siamo-tutti-bugiardi-ma-con-parsimonia/

“Sono un’ossessiva, è tutta colpa mia!”

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Quando favorire l’accettazione del rischio come strategia di cambiamento nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

È uscito da pochi giorni nelle librerie “La Mente Ossessiva”, il nuovo libro a cura di Francesco Mancini, prodotto insieme al contributo di professionisti esperti che operano all’interno dell’Associazione di Psicologia Cognitiva (APC) e della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).
La concettualizzazione del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) descritta nel libro, in un’ottica squisitamente cognitivista, riferisce che la sintomatologia ossessiva sia riconducibile a un super investimento finalizzato a prevenire una colpa rappresentata come catastrofica. Temere di avere una colpa, infatti, induce la persona con DOC a mettere in atto una serie di condotte per garantirsi che la minaccia temuta non si realizzi e per sentirsi moralmente a posto. Tali condotte, rivelandosi inefficaci, fungono da trigger per una auto-svalutazione che porta la persona ad attuare dei tentativi di soppressione o di autoconvincimento dell’infondatezza dei suoi dubbi.
La persona con DOC, anche quando valuta criticamente le proprie condotte tese a prevenire la minaccia e il disturbo compromette in modo serio il suo benessere, non può rinunciare a proteggersi da una colpa, poiché considera questa possibilità come “inaccettabile”: essere colpevole è qualcosa che espone ad uno scenario catastrofico e che si deve prevenire. Per una mente ossessiva, rinunciare a mettere in atto i tentativi di soluzione al proprio senso di colpa implica una doppia accettazione: della minaccia di essere responsabile di un danno futuro; del danno immediato di non essere “moralmente perfetto” rispetto ai propri standard anche se il danno colpevole non si è attualizzato.
Le linee guida internazionali per la cura del DOC indicano la terapia cognitivo comportamentale (CBT) come il trattamento psicoterapeutico più efficace. Nel testo, insieme alla spiegazione di tecniche cognitive (ad esempio la ristrutturazione cognitiva), uno spazio sempre più ampio viene dato a interventi che favoriscono il processo di accettazione del rischio.
L’accettazione, come modo di fronteggiare le sofferenze della vita, esisteva  già molto tempo prima che  Hayes e Kabat Zinn introdussero, rispettivamente, l’Acceptance Commitment Therapy (ACT) e la Mindfulness. In altri campi e anche nella stessa terapia cognitiva, in particolare nella Terapia Razionale Emotiva (RET), l’accettazione è indicata come strategia di cambiamento. L’idea comune alla base è che la vita confronta continuamente gli esseri umani con le frustrazioni e con eventi negativi e che, in molte circostanze, la migliore strategia di adattamento possibile è accettare questo dato di fatto piuttosto che contrastarlo.
Diversamente dalla ristrutturazione cognitiva, gli interventi di accettazione, descritti accuratamente nel libro curato dal neuropsichiatra infantile Francesco Mancini, non hanno l’obiettivo di rassicurare la persona sul fatto che la colpa non esiste, meno probabile o meno grave, quanto di aiutarla a prendere atto dell’inevitabilità della colpa, far sì che se ne faccia una ragione e smetta di prevenire lo scenario di colpa temuto. Per gli autori infatti, accettare gradi maggiori di rischio di compromissione equivale a ridurre il rischio di sovrainvestimento di uno scopo e, dunque, la vulnerabilità ad automatismi e circoli viziosi che alimentano l’investimento verso uno scopo anche quando sarebbe possibile e opportuna la rinuncia. Di conseguenza, enfatizzare l’accettazione come strategia di cambiamento non vuole suggerire l’abbandono di interventi di provata efficacia, bensì chiarire quando favorire l’accettazione offre vantaggi terapeutici maggiori rispetto alla rassicurazione, aiutando la persona ad accettare la colpa e a smettere di prevenire il rischio di essere moralmente imperfetta.

Per approfondimenti:

Francesco Mancini, a cura di, La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo compulsivo. Raffaello Cortina Editore 2016

Fare a turno: una competenza che si impara dopo i 5 anni

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La Dr.ssa Alicia Melis, assistente di scienze comportamentali presso l’Università di Warwick nel Regno Unito ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio condotto dal suo team sulla rivista Psychological Science.
Lo studio riguarda il concetto di “fare a turno”, un’abilità sociale che gli esseri umani imparano dopo i 5 anni e che si applica in diverse situazioni della vita quotidiana, anche in età adulta, come ad esempio il fare a turno per portare fuori la spazzatura, andare a prendere i bambini a scuola, lavare i piatti, ecc. Si tratta di un comportamento collaborativo, che richiede una comprensione reciproca tra due o più individui, in modo da risolvere pacificamente un conflitto di interessi. Per imparare questa abilità è necessario comprendere che essa non sarà sempre gratificante per l’individuo, ma che può aiutare a fare in modo che i compiti siano divisi in maniera più equa. Ma a che età si impara questa competenza? I ricercatori hanno testato il comportamento di 96 bambini di età compresa fra 3 anni e mezzo e 5 anni e 12 scimpanzè.
Per l’esperimento, i soggetti sono stati divisi in coppie. Essi dovevano fare i turni per portare dei vassoi in modo da ricevere dei premi, che venivano collocati sul vassoio; quando un soggetto riceveva un premio, l’altro lo perdeva, per cui imparando a fare i turni essi avrebbero risolto il conflitto di interessi. Ogni coppia di bambini ha partecipato a 24 esperimenti di turn-taking. Gli scimpanzé hanno partecipato a 48 esperimenti di turn-taking con un partner, e altri 48 con un altro partner.
La conclusione dello studio è che i bambini più piccoli non sono in grado di risolvere i conflitti di interessi. I ricercatori hanno scoperto che dopo i 5 anni il problema si risolve nel 99,5 per cento degli esperimenti di turn-taking, mentre i bambini di 3 ½ anni di età ci riescono solo nel 62,3 per cento degli esperimenti e solo dopo aver completato doversi esperimenti. “Anche se i bambini sono stati incoraggiati a fare i turni attraverso molte situazioni diverse, anche in interazioni con gli adulti, quando dovevano condividere delle risorse con altri bambini, i nostri risultati mostrano che è solo dai 5 anni in poi che i bambini sono in grado di fare spontaneamente i turni per risolvere un conflitto di interessi “, ha dichiarato la Dott.ssa Melis.
Gli scimpanzé hanno avuto successi pari ai bambini di 3 anni e mezzo di età e sono stati incapaci di utilizzare strategie coerenti.
Gli esseri umani imparano dunque il valore della competenza di turn-taking nel corso del tempo: segno che questo comportamento sociale richiede un più completo funzionamento cognitivo. La stessa cosa non succede agli scimpanzé, che rimangono con una intelligenza pari a quella di un bambino di tre anni e mezzo.

Tratto dal sito Clinica della Timidezza: http://www.clinicadellatimidezza.it/turno-competenza-si-impara-5-anni/

“Non ce la faccio!”: la paura di fallire

fallimentoSempre più persone temono di non farcela, di non essere all’altezza delle crescenti richieste in ambito professionale e privato. Intrappolate nella logica del perdente, queste persone si privano così della gioia di vivere e di affrontare le sfide che la vita quotidianamente gli propone.

Una storia come tante

Vediamo una storia in cui molti si possono riconoscere:

Flavia ha ventiquattro anni, è single e lavora come impiegata. Vorrebbe prendere la patente, ma teme l’esame di guida. La stessa cosa si sta ripetendo nel corso di ballo, interrotto per paura di fare brutta figura. Malgrado tutti le dicano “Dai che ce la fai”, non ha avuto il coraggio di presentarsi allo spettacolo di fine corso per il timore di essere derisa.

La paura di fallire accompagna Flavia più o meno dai tempi della scuola elementare. Quando qualcosa le è indifferente, è meno intimorita. Quando invece ci tiene parecchio, si sente subito sotto pressione e terrorizzata all’idea di non riuscire. Durante gli esami non è il sentirsi impreparata che la intimorisce, quanto apparire in difficoltà e a disagio agli occhi degli altri.

Fin da piccola al momento di affrontare una prova sviluppava sintomi quali ansia, tachicardia, nausea, sensazione di oppressione, mal di stomaco e mani sudate. Però, a preoccuparla di più però non sono tanto questi sintomi, ma altri, che da tempo le fanno fare brutta figura: blackout mentale, per cui rischia di sembrare un ebete e la rigidità a livello motorio, che la fa apparire ancora più goffa e insicura.

Gli esami sono uno stress inevitabile

La paura degli esami interessa maggiormente il settore della scuola e della formazione professionale. A seconda dell’età e del tipo di scuola, dal 9 al 25 per cento degli allievi teme di fallire nelle prove. Le paure naturalmente si fanno via via più intense con il passare degli anni.

Tale paura ha due tipi di ripercussioni:

  • può costituire l’impulso decisivo per imparare qualcosa prima della prova imminente;
  • può inibire l’apprendimento e la capacità di dimostrare quanto si è appreso.

Come abbiamo modo di imparare fin da quando siamo bambini, avere successo nella vita e dimostrarsi capaci sono strettamente collegati. Ci sentiamo ripetere continuamente ”Se sai fare qualcosa, allora sei qualcuno. E quando sei qualcuno, hai qualcosa”. Come dire che la posizione professionale e lo status sociale dipendono dagli esami superati con successo. Ma allora chi ha paura di fallire non ha modo di dimostrare ciò di cui è capace e agli occhi degli altri appare sempre al di sotto delle sue capacità.

paura fallire esamiLa paura degli esami è la paura di essere giudicati

Per esame in senso lato consideriamo tutte le situazioni in cui vengono giudicate le nostre capacità. Alla base di questa paura c’è il timore di veder giudicate le proprie conoscenze e il proprio comportamento. Si possono distinguere in questo senso tre istanze giudicanti:

  • ambito sociale: esaminatori, capo, ascoltatori (pubblico), etc.
  • figure di riferimento del passato: genitori, nonni, maestri, professori, insegnanti, etc.
  • se stessi.

Temiamo tanto più di dover affrontare un esame e di non superarlo quanto più elevati sono gli obiettivi che ci proponiamo e quanto più vogliamo evitare una brutta figura. Da tutto questo si può evincere che per superare la paura degli esami è necessario imparare a gestire in modo costruttivo le situazioni in cui siamo sottoposti a un giudizio per il nostro operato.

Una certa dose di stress o comunque di nervosismo prima di una prova da superare è del tutto naturale. Anche perché se rimanessimo indifferenti, significherebbe che del risultato non ci importa nulla. L’obiettivo di mantenersi perfettamente a proprio agio è decisamente irrealistico, tanto da provocare a volte esattamente l’effetto opposto. Se proviamo a camuffare o a nascondere la tensione e la paura rischiamo di apparire impacciati e innaturali.

Le cause della paura di fallire

Alla base di una esagerata paura dell’insuccesso vi sono in genere svariati motivi. Vediamone alcuni:

  • quando si ha una scarsa autostima e si chiede troppo a se stessi;
  • quando si sente molto il bisogno di avere un riconoscimento da parte degli altri;
  • quando ci sono state rivolte richieste eccessive fin dall’infanzia;
  • quando si teme l’insuccesso e si cerca di evitarlo in tutti i modi;
  • quando al momento di mettersi alla prova ci si osserva eccessivamente.

Per imparare ad affrontare questa paura e superarla, saranno importanti due fasi fondamentali:

  • imparare a conoscere le propria paura di fallire;
  • imparare a gestirla al meglio.

Entrambe queste fasi possono essere favorite all’interno di un percorso psicoterapeutico, soprattutto in tutte quelle situazioni in cui ci si sente privi di fiducia e allo stesso tempo privi di risorse fisiche, psichiche e mentali.

fonte: http://www.quipsicologia.it/non-ce-la-faccio-paura-fallire/

Ansia: come agire sui pensieri che la generano

Le persone che soffrono d’ansia, presumono che quello che passa per la loro mente sia la verità. Anche i pensieri che possono sembrare irrazionali o irrealizzabili vengono considerati come possibili.

ANSIAMa non lo sono.

In realtà, abbiamo una scelta. Dopo che il nostro cervello razionale ha prodotto un pensiero automatico, abbiamo la possibilità e quindi la scelta di crederci oppure no. Questo è particolarmente importante quando si tratta di ansia, perché i nostri pensieri hanno un ruolo potente nel perpetuare l’ansia stessa.

Vediamo quale tipologia di pensieri possono essere riformulati in modo da produrre, piuttosto che ansia, invece un’azione benevola verso noi stessi.

Pensiero negativo

In questi casi il pensiero piò risultare rigido, severo, giudicante, limitante ed includere parole come: “dovrebbe“, “non dovrebbe“, “deve“, “mai“, “sempre“, “tutti“, e “tutto“.

Eccone alcuni esempi:

  • C’è solo un modo per fare le cose.
  • Non avrei mai deluso la mia famiglia.
  • Devo avere una prestigiosa carriera così i miei genitori saranno orgogliosi di me.
  • Dovrei essere sposato ormai.
  • Dovrei essere felice.
  • Non potrò mai incontrare la persona giusta.
  • Non avrò mai una famiglia.

Per ridurre l’ansia, è importante notare quando sorgono questi pensieri, e poi provare a ristrutturarli.

Ad esempio, un pensiero del tipo: “Dovrei essere più ambizioso“, può essere ristrutturato in questo modo:

“Io preferirei essere più ambizioso nella mia vita. Ma prima devo capire cosa significa in realtà per me essere più ambizioso. Provo ad ascoltare me stesso e provo a vedere quali misure posso prendere per arrivare gradualmente a raggiungere questo obiettivo. “

Riformulando i nostri pensieri in questo modo ci consentiamo di non paralizzarci, di non restare ancorati al negativo, quello che il verbo “dovrei” invece spesso produce. Ognuno di noi può decidere che cosa funziona meglio per se stesso e per la sua vita in base alle sue esigenze e alle sue capacità. Io sono l’autore della mia vita.

Pensiero dualistico

Una mente dualistica pensa per estremi. Hai fatto la cosa giusta o hai fatto la cosa sbagliata. Tu sei forte o tu sei debole. Sei uno di successo o sei un fallito. Questa mentalità del tutto o niente restringe le idee e produce rigidità.

Eccone alcuni esempi:

  • Se non sto guadagnando una certa quantità di denaro, sono un perdente.
  • Se vado in terapia o se chiedo aiuto, significa che sono un debole. Vuol dire che da solo non posso gestire i miei problemi.
  • Se non vado in palestra tutti i giorni, significa che sono pigro. So che devo allenarmi ogni giorno, anche se alcuni giorni sono troppo stanco per farlo.
  • Se faccio qualche errore, sono un irresponsabile o un perdente.

Vediamo per esempio come un pensiero di questo tipo, “Se prendo una decisione sbagliata, vuol dire che sono stupido” , può essere riformulato:

“La vita è in realtà piena di sfumature e di sottili equilibri. Ci saranno momenti in cui le decisioni che prendo non funzionano per me, ma questo non cambia quello che io sono. In futuro, spero di prendere decisioni nella mia vita che sono compatibili con quello che credo sia adatto per me e che rispetti i miei bisogni e so che comunque sto facendo del mio meglio.”

L’illusione del controllo

La maggior parte di noi vive con l’illusione che si possa in qualche modo controllare tutti gli aspetti della vita anche quelli più critici. Cerchiamo di controllare tutto: dal traffico della città fino alle persone che fanno parte della nostra vita. Questo ci fa sentire in qualche modo sicuri e protetti.

Ma in realtà questo atteggiamento mentale ci si ritorce contro perché produce inconsciamente picchi di ansia e crisi di panico, perché il controllo totale su tutto e tutti è impossibile, è come se cercassimo di “catturare il vento.”

Vediamone alcuni esempi:

  • Io mi sento responsabile nel risolvere i problemi degli altri.
  • Devo fare in modo che tutti quelli che amo siano sani e al sicuro. Mi preoccupo se non riesco a raggiungerli.
  • Al fine di sentirmi al sicuro, ho bisogno di essere certo di tutto intorno a me.
  • Al fine di sentirmi al sicuro, ho bisogno di gestire tutto nel dettaglio.
  • Se qualcuno mi rifiuta, vuol dire che sono inutile.

Le persone che soffrono d’ansia hanno un controllo molto accentuato e rinunciarci risulta per loro davvero difficile. Anzi, esse temono che lasciar andare porterà senza dubbio verso terribili conseguenze.

Vediamo come poter ristrutturare questo pensiero del controllo:

“Cercare di avere il controllo su tutto è un’illusione. Per me sarebbe meglio valutare solo le cose della mia vita su cui posso avere il controllo e concentrarmi solo su di esse. Il resto fa parte della vita, ed io su questo non posso intervenire. Accetto che il lasciare andare il controllo su alcune aree importanti della mia vita potrebbe essere spaventoso per me. Ma a lungo andare, si ridurrà di molto la mia ansia e questo è buono.”

Potrebbe essere molto utile tenere un registro dei vostri pensieri ansiosi e le situazioni che li hanno causati. Poi riflettere su di essi e provare a ricontestualizzare ogni pensiero, così come è stato fatto negli esempi precedenti. Riformulando un pensiero, ne scaturisce un’azione buona, priva di ansia.

Quando sfidiamo i nostri pensieri negativi, quelli che solitamente amplificano l’ansia, ci accorgeremo che ogni pensiero ansioso può effettivamente diventare un’opportunità e uno strumento verso il nostro cambiamento.

Questo richiede un pò di pratica, quindi cercate di essere pazienti e allo stesso tempo gentili con voi stessi Non avete fretta.

fonte: http://www.quipsicologia.it/ansia-come-agire-sui-pensieri-che-la-generano/

Narcisismo: l’errore di credersi troppo importanti

Probabilmente tutti sappiamo cosa significa avere a che fare con una persona per cui l’ego è tutto, una persona affetta da narcisismo. La sensazione tossica che nasce dalla relazione con un narcisista, che vuole solo esibirsi ed emergere sugli altri, è davvero insopportabile.

In altre parole, cercare di parlare con qualcuno che rifiuta di fare autocritica è come buttare dei sassi in un sacco bucato o parlare con un muro. Purtroppo in certi ambiti questa caratteristica è la chiave del successo. Questo perché in qualche modo il narcisista riesce a spegnere gli altri a beneficio della propria luce.

Le persone narcisiste sono prepotenti, fantasiose, necessitano di ammirazione e hanno manie di grandezza. La loro bandiera è il narcisismo, dimenticano quello che provano gli altri, si aspettano di essere riconosciute come superiori e si ricreano nella loro fantasia in termini di successo, potere, bellezza o amore illimitato. Sentono di essere persone uniche e che c’è qualcosa in loro che le rende ineguagliabili.

Tuttavia, la loro autostima è quasi sempre fragile anche se credono che le qualità che si auto-attribuiscono li rendano superiori agli altri. Sono molto sensibili al “danno” della critica e della sconfitta, cosa che spesso li porta a “ridurre il loro rendimento e il loro andamento professionale” con il rischio di episodi di depressione. D’altra parte, nei loro momenti di grandiosità, sembrano trovarsi in uno stato d’animo maniaco o ipomaniaco.

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Si aspettano di essere riconosciuti come individui superiori e, quindi, esigono attenzione ed ammirazione costante. In genere si preoccupano che venga riconosciuto il loro lavoro e si aspettano di essere sempre accolti a braccia aperte e con entusiasmo. Queste persone di solito sono invidiose e sono convinte che gli altri provino lo stesso sentimento nei loro confronti, il che spesso le porta a comportarsi in modo arrogante e paternalista.

Il loro senso del diritto e la loro mancanza di sensibilità verso le necessità e i desideri altrui possono portare allo sfruttamento, consapevole o meno, delle altre persone. Si aspettano, dunque, ed esigono dagli altri una dedizione particolare. Se gli altri rispondono come loro vogliono, allora potrebbero concedere privilegi speciali a chi credono se lo meriti.

Chi è affetto da questo disturbo della personalità tende a parlare delle sue preoccupazioni e dei suoi interessi in modo dettagliata e approfondito senza curarsi delle necessità e dei sentimenti altrui. C’è di più, di solito il narcisista si mostra impaziente con gli altri quando questi parlano dei loro problemi o delle loro preoccupazioni, criticandoli o guardandoli con disprezzo.
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La vanità di chi non ha altro da mostrare

Un giorno stavo passeggiando con mio padre, quando lui si fermò ad una curva e, dopo un breve silenzio, mi domandò:

– Oltre al cinguettio degli uccelli, riesci a sentire qualcos’altro?

Aguzzai le orecchie e, dopo qualche secondo, risposi:

– Sento il rumore di un carro.

– Esatto, – disse mio padre – è un carro vuoto.

– Come fai a sapere che è vuoto se non lo vediamo? – gli chiesi.

E lui rispose:

– È facile capire quando un carro è vuoto, dal rumore. Più il carro è vuoto, più rumore fa.

Da allora sono cresciuta e ora, quando una persona parla troppo, interrompe gli altri in modo inopportuno o aggressivo, vantandosi di ciò che ha, agendo in modo prepotente e sminuendo chi ha intorno, mi sembra quasi di sentire la voce di mio padre che dice:

“Più il carro è vuoto, più rumore fa”.

L’umiltà consiste nel tenere per noi le nostre virtù, senza parlarne, e permettere che siano gli altri a scoprirle. Non dimentichiamo che ci sono persone talmente povere che l’unica cosa che hanno è il denaro. E nessuno è più vuoto di chi è pieno di sé. In genere, come ci insegna questo aneddoto, l’arroganza, la prepotenza e l’egocentrismo fanno molto rumore, al contrario di un’immagine sana di una persona (autostima).

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Le persone che si credono importanti entrano in crisi in seguito ad un attacco, reale o immaginario; un minimo dettaglio può farle sentire come se qualcuno avesse mancato loro di rispetto o le avesse offesi. Questa ricerca di affermazione costante va a discapito delle loro relazioni personali e del loro ruolo di vita.

Gli atteggiamenti di questo tipo ci fanno reagire con il rifiuto, il che, a sua volta, scatena il vittimismo delle persone narcisiste. Credono di avere la verità assoluta sugli altri, fanno ipotesi sulle mancanze e i problemi altrui in rapporto a se stesse. Poco a poco i narcisisti allontanano gli altri dal loro cammino, persone che li amano davvero e che potrebbero convivere con le loro difficoltà grazie all’affetto che professano.

In questo senso, non possiamo dimenticare che le persone che si comportano in questo modo hanno bisogno di aiuto, quindi se ne abbiamo la possibilità e riusciamo ad avvicinarle, allora dovremmo consigliare loro una consulenza professionale. Anche se non è un compito facile, non è mai tardi per provarci.

fonte: http://lamenteemeravigliosa.it/narcisismo-errore-credersi-importanti/

 

Se la porta non si apre, non è la vostra strada

Se la porta non si apre, non è la vostra strada

Se la porta non si apre, semplicemente vuol dire che non è quella giusta e che quanto segue non è la strada che fa per voi. Tuttavia, a volte investiamo troppo tempo e sforzi cercando delle chiavi per le quali non c’è nemmeno una porta. Perché ci sono destini impossibili, persone che non combaciano con le nostre serrature e percorsi per i quali è meglio non transitare.

Sebbene sia vero che nessuno di noi indovina il proprio destino fin da subito, bisogna dire che non è nemmeno sbagliato perdersi ogni tanto. È necessario aprire porte che poi chiudiamo di nuovo per acquisire esperienza, per sapere cosa va bene e cosa no, senza paura, ma con equilibrio ed un atteggiamento adeguato.

Quando una porta che ci ha dato felicità si chiude, spesso si dice che se ne apre un’altra, ma non sempre possiamo vederla perché passiamo gran parte del tempo lamentandoci di quella che non si può aprire più, della quale non possediamo più le chiavi…

Gli psicologi ed i sociologi si sono chiesti per molto tempo cosa porta le persone a scegliere un determinato percorso e non un altro. Si è soliti dire che le nostre scelte ci definiscono, ma in realtà molti di questi meccanismi che ci spingono verso una determinata direzione continuano ad essere inconsapevoli. Vi invitiamo a riflettere al riguardo.

porta che si apre

Una porta chiusa a volte è un muro da abbattere

Si dice sempre che quando si chiude una porta, si apre un portone. Spesso si sente dire anche che la felicità è come una farfalla: se si insegue, scappa e se si sta fermi, si poggia su di noi. Se dessimo retta a questi principi, giungeremmo alla conclusione che la felicità e le opportunità accadono soli e quasi per magia.

Quando una porta si chiude, spesso restiamo molto tempo lamentandoci dell’accaduto. Nessuno reagisce abbastanza in fretta da vedere quest’altra uscita dove si presuppone si trovi la scelta migliore, la strada migliore. A tale proposito, vale la pena conoscere un interessante libro intitolato “The art of choosing” (L’arte di scegliere) della psicologa Sheena Iyengar.

La dottoressa Iyengar è cieca. Quando giunse in Canada dall’India, sapeva che la sua famiglia, così come dettava la loro cultura, avrebbe scelto il suo futuro marito. Alla sua cecità si sommava l’idea di non poter uscire da quel circolo, da quel carcere personale. Grazie ai giorni trascorsi all’università, capì che le menti estranee non hanno il diritto di segnare i nostri personali copioni di vita. Le porte che ci chiudono gli altri sono muri che dobbiamo abbattere. 

Al giorno d’oggi Sheena Iyengar è un punto di riferimento nella psicologia della scelta personale.

uomo davanti una porta a forma di libro gigante nel bosco

Ricominciare quando molte delle nostre porte si sono chiuse

Forse in qualche momento del nostro ciclo vitale non prenderemo la scelta migliore o è persino possibile che qualcuna lo sia solo per un certo periodo di tempo, sufficiente per farci credere che sarebbe stato il nostro destino definitivo. Tuttavia, non è stato così e dopo la porta sbattuta in faccia, è rimasto il vuoto ed il rumore della nostra tristezza. Forse era una relazione, un lavoro oppure un’amicizia non finita bene.

Il destino non si dovrebbe vedere, il destino dobbiamo crearlo noi con determinazione e coraggio aprendo le porte giuste.

Adesso che sappiamo che non sempre ci si apre subito questa presunta “uscita d’emergenza” con cui offrire una nuova via verso la “vera felicità”, vale la pena riflettere sulla questione per capire che la vita, in realtà, è un labirinto di porte da oltrepassare, incrociare, approfittare, da cui imparare e, senza dubbio, anche da saper chiudere.

donna incontrando se stessa in un giardino

Chiavi per trovare la strada più corretta

Nessun sentiero scelto lungo il vostro viaggio esperienziale è stato vano. Lungi dal pentirci per aver oltrepassato una porta, per aver avuto quel partner, per aver iniziato quel progetto o trovato, semplicemente, più pene che allegrie, è necessario accettare quanto vissuto come un buon apprendimento. Ogni cicatrice insegna e ogni percorso chiuso presuppone un invito ad iniziare di nuovo.

  • Bisogna capire che quando qualcosa ha fine, la felicità non “ricomincia” da sola. È necessario superare un tempo in cui ricostruirci, connettere di nuovo con noi stessi e chiudere in modo adeguato la porta, la fase in questione.
  • Arriverà un momento in cui ci sentiremo impreparati. Invece di guardare indietro, dobbiamo sentire di nuovo l’invito a guardare in avanti, di entusiasmarci ancora e di camminare con maggiore sicurezza, con maggiore saggezza.

coppia di spalle si abbraccia

  • Bisogna anche capire che non esiste un cammino “ideale”, che nessuna porta ha la chiave della felicità permanente o della soluzione a tutti i nostri problemi. È il viaggio stesso che ci dà le risposte, e le allegrie vanno e vengono. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è essere recettivi e, prima di tutto, coraggiosi per oltrepassare tutte quelle soglie meravigliose che ci restano da scoprire.

fonte: http://lamenteemeravigliosa.it/porta-non-apre-non-strada/