Lo faccio domani: quella dannosa tendenza a rimandare gli impegni

conciencia-emocional

Quante volte ci si riempie la mente di scuse mentre gli impegni si accumulano, le scadenze si avvicinano e il malessere aumenta? “Lo faccio domani”, si tende spesso a pensare. Con il rischio, però, di ritrovarsi con l’acqua alla gola e di fronte a due sole possibilità: abbandonare l’impresa, oppure costringersi a sforzi sovrumani per raggiungere lo scopo prefissato. Si chiama ‘procrastinazione’ (dal latino: pro- a favore di, e crastinus– di domani) quel comportamento che porta a rimandare intenzionalmente un’azione che è nel proprio interesse svolgere nell’immediato. I procrastinatori, spesso, scelgono il piacere istantaneo a discapito di gratificazioni successive ben più consistenti, seguendo quel processo che Piers Steel, massimo esperto sul tema, definisce di “accumulo dei debiti sulla carta di credito emotiva”: Le conseguenze in questo modo non si pagano subito, ma il conto andrà comunque saldato. E con interessi ben maggiori.

Ma cosa spinge una persona a rimandare ciò che è sua intenzione fare? Da un punto di vista neurobiologico, alla base della procrastinazione sembrerebbe esserci una minore attivazione in termini di corteccia prefrontale, quella zona del sistema nervoso deputata all’organizzazione e alla pianificazione delle azioni.
Sono state poi individuate caratteristiche personali differenti. Non si tratta di pigrizia o di voler evitare un compito che, seppur sgradevole, prima o poi andrà svolto. Piuttosto, si tratta spesso di impulsività: la persona impulsiva, infatti, difficilmente riesce a soffermarsi sui benefici a lungo termine perché catturata da quelli immediati e facilmente si dedica ad altro perdendo di vista l’obiettivo iniziale. Per i ‘sensation-seekers’, coloro che ricercano forti emozioni, la scelta di rimandare un’attività è invece funzionale ad aggiungere piacevolezza ad un compito altrimenti noioso e faticoso.

Le persone che temporeggiano, però, sono anche quelle che vogliono svolgere un compito alla perfezione, oppure quelle che hanno scarsa fiducia nelle proprie capacità, ritenendo che le proprie azioni non cambieranno la propria condizione. Soprattutto in relazione alla propria autostima, allora, la procrastinazione è utilizzata come strategia di auto-sabotaggio: dopo aver procrastinato, infatti, un eventuale insuccesso potrebbe facilmente attribuirsi a cause esterne piuttosto che ad un proprio fallimento (“Non sono io a non esserci riuscito, ma il tempo a disposizione ad essere poco”). Infine, il rimandare potrebbe essere visto come un modo per affermare la propria autonomia, attraverso una modalità passivo-aggressiva: un tentativo di esprimere la propria volontà quando non si riesce a farlo diversamente.

Al di là dei motivi che spingono a procrastinare, si stima che le conseguenze associate a questo comportamento si riflettano in termini economici, di stress, salute e perdita di opportunità. Come si può contrastare questo fenomeno? A venire in aiuto ai ‘temporeggiatori’ è la terapia cognitivo-comportamentale che, partendo dall’individuazione dei pensieri automatici che ostacolano l’azione, lavora attraverso una precisa pianificazione degli obiettivi. Certamente non è facile smettere di procrastinare e rinunciarci, quando diventa un’abitudine, è quasi impossibile. Del resto già nel 1490 Lorenzo de’ Medici scriveva: “Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v’è certezza”. E forse è il caso di rifletterci su.

FONTE:https://cognitivismo.com/2016/04/28/lo-faccio-domani-quella-dannosa-tendenza-a-rimandare-gli-impegni/

SUPERARE LE DIFFICOLTÀ CAMBIANDO PUNTO DI VISTA

Come superare le difficoltà cambiando punto di vista e imparando a vedere le cose da una nuova prospettiva: Piper, il nuovo corto della Pixar ci fa riflettere su questa possibilità!

Superare le difficoltà cambiando punto di vista

Superare le difficoltà è questione di punti di vista! Eh già perché, molto spesso, gli ostacoli peggiori non sono dovuti alla realtà dei fatti, ma a come noi li valutiamo!

A volte può essere utile guardare a ciò che ci accade da un’altra prospettiva: Piper, il nuovo corto della Pixar, ci insegna proprio questo!

Superare le difficoltà: Piper e le onde

Un piccolo piovanello è alle prese con le prime escursioni sulla spiaggia e le onde dell’oceano… dopo i primi attimi di euforia imparerà presto che le acque del mare non sono sempre calme e tranquille, ma possono incresparsi sollevandosi in alto per poi abbattersi sulla sabbia travolgendo tutto ciò che incontrano! Sebbene scosso e impaurito dall’accaduto, il piccolo Piper imparerà come superare le difficoltà e non farsi portare via dalle onde.

Il segreto non è evitare la marea, ma, al contrario, immergersi sotto l’onda che si sta sollevando. Solo così il piccolo protagonista scoprirà che, non solo le onde possono passare sopra di lui senza travolgerlo, ma che attraversarle può rivelarsi un’esperienza affascinante e stimolante se le si guarda da una prospettiva..subacquea!

Superare le difficoltà e la resilienza umana

Il corto in questione può essere considerato una deliziosa metafora di quella capacità di resilienza che gli esseri umani possono dimostrare di fronte alle avversità: cioè la capacità di superare le difficoltà trasformandole in opportunità e occasioni di crescita per sé e per gli altri.

Le moderne teorie sullo stress in psicologia evidenziano infatti che nessun evento è stressante di per sé in modo “oggettivo”, molto dipende dalla valutazione soggettiva che ciascuno di noi fa, in base alle esperienze pregresse e a quanto si riconosce in grado di fronteggiarlo.

A volte la percezione di essere impotenti e incapaci di fronte a ciò che ci accade non corrisponde affatto alla realtà: abbiamo molte più risorse di quante ce ne riconosciamo: dipende da che punto di vista stiamo guardando il problema!

Superare le difficoltà: trasformarle in opportunità

Esistono dunque anche stress “salutari”, che siano in fondo positivi per noi? Certamente sì! Una vita in cui siano assenti contrarietà o difficoltà da superare si rivelerebbe piatta e demotivante. Non abbiamo bisogno di un mare eternamente calmo e uguale a sé stesso, ma di sentirci in grado di domare efficacemente le onde che incontriamo man mano davanti a noi!

E’ stato studiato, ad esempio, che la motivazione alla riuscita in bambini di età scolare (in pratica: quanto fossero spinti ad impegnarsi per superare una difficoltà) cala drasticamente non solo se vengono posti loro obiettivi troppo elevati, ma anche se vengono confrontati con compiti troppo semplici per le loro reali possibilità.

Abbiamo bisogno infatti di incontrare delle difficoltà e di fare esperienza di poterle superare: questo ci consente di nutrire motivazione e fiducia in noi stessi.

“Non vi auguro tempi facili, ma vi auguro che qualsiasi difficoltà possiate avere, siate in grado di superarla”. (Indira Gandhi)

fonte: http://www.crescita-personale.it/gestire-emozioni/1775/superare-difficolta-cambiando-punto-di-vista/8068/a?utm_source=crescita_operatori&utm_campaign=870be6646a-EMAIL_CAMPAIGN_2016_12_21&utm_medium=email&utm_term=0_a87209465f-870be6646a-297637157

Getting Over Rover: Why Our Grief Over a Dog Is So Intense

Maryjo McAndrew/Used by permission

My wife and I recently went through one of the more excruciatingly sorrowful experiences of our long married life—the euthanasia of our beloved dog, Murphy. Losing a dog is hard enough; setting the time and date in advance and then counting down the hours that we had left with her was almost more than we could bear. I still get choked up when I remember making eye contact with Murphy moments before she took her last breath: She flashed me a look that was an endearing blend of confusion mixed with the reassurance that all was well because we were both by her side.

When people who have never had a dog see their dog-owning friends mourn the loss of a pet, they probably think it is a bit of an overreaction. After all, it is “just a dog.” Fortunately, most are too polite to say this out loud. But those of us who have loved a dog know the truth: Your own pet is never “just a dog.”

Rudyard Kipling captured this sentiment in a stanza of his poem “The Power of the Dog”:

When the fourteen years which Nature permits
Are closing in asthma, or tumour, or fits,
And the vet’s unspoken prescription runs
To lethal chambers or loaded guns,
Then you will find – it’s your own affair –
But … you’ve given your heart to a dog to tear.

Many times friends have guiltily confided to me that they grieved more desperately over the loss of a dog than over the loss of friends or relatives. Research has confirmed that for most people, the loss of a dog is in almost every way comparable to the loss of a human loved one. Unfortunately, we do not have the corresponding cultural grief rituals to help us get through the loss of a pet, which can make us feel more than a bit embarrassed to show too much public grief over our dead dogs.

Why Dogs Are Special

What is it about dogs, exactly, that make them so precious to us?

For starters, dogs have had to adapt to living with humans over the past 10,000 years, and they have done it very well—they are the only animal to have evolved specifically to be our companions and friends. Anthropologist Brian Hare has developed the “Domestication Hypothesis” to explain how dogs morphed from their grey wolf ancestors into the socially-skilled animals with whom we now interact in very much the same way that we relate to other people.

In fact, our relationships with dogs can be even more satisfying than our human relationships, if for no other reason than dogs provide us with such unconditional, uncritical positive feedback.

As the old saying goes, “May I become the kind of person that my dog thinks I already am.”

Maryjo McAndrew/Used by permission

Interacting with dogs makes us feel good, and just looking at them can make us smile. Dog owners score higher on measures of well-being and, on average, they are happier than people who own cats and those who own no pets at all.

And dogs seem to feel the same way about us. They have been selectively bred through generations to pay attention to us, and MRI scans show that dog brains respond to praise from their owners just as strongly as they do to food—for some dogs, praise is an even more effective incentive than food. Dogs recognize people from their faces and can learn to infer human emotional states from facial expression alone. Studies also indicate that dogs can understand human intentions, that they try to be helpful to us, and that they will even avoid people who do not cooperate with us or treat us well.

Dogs communicate with us as no other animal does. They are skilled at comprehending spoken words and using their own vocalizations to communicate with us in return.

Our strong attachment to dogs was subtly revealed in a recent study of “misnaming.” This is what happens when you call someone by the wrong name, such as when parents mistakenly call one of their kids by a sibling’s name. It turns out that the name of the family dog frequently gets confused in the same mix as other human family members, indicating that the dog’s name is being pulled out of the same cognitive pool in which the names of other family members are swimming around. Curiously, this rarely happens with cat names.

It is no wonder that we miss our dogs so much when they are gone.

Why Grief Over the Death of a Dog Is So Intense

8th.creator/Shutterstock
Source: 8th.creator/Shutterstock

Psychologist Julie Axelrod pointed out that the loss of a dog is so painful because we are not losing just one thing; we experience multiple losses at the same time.  We may be losing our primary companion, a source of unconditional love, a “life witness” who provides security and comfort to us, and maybe even a protégé whom we mentor like a child. The loss of a dog seriously disrupts your daily routine, even more profoundly than the loss of most friends and relatives, and changes in lifestyle and routine are one of the primary building blocks of stress.

A recent survey of bereaved pet owners documented the common experience of misperceiving ambiguous sights and sounds as the deceased pet. This occurs most frequently shortly after the death of the pet, especially among individuals who had very high levels of attachment to their pets.

I miss my dog more than I can say, and yet, I am sure that I will put myself through this ordeal again in the years to come. I’d like to finish this essay with another stanza from the Kipling poem:

When the body that lived at your single will,
With it’s whimper of welcome, is stilled (how still!).
When the spirit that answered your every mood
Is gone—wherever it goes—for good,
You will discover how much you care,
And will give your heart to a dog to tear.

fonte: https://www.psychologytoday.com/blog/out-the-ooze/201701/getting-over-rover-why-our-grief-over-dog-is-so-intense

COME MAI LE DONNE FINGONO L’ORGASMO?

d8268-perversi2be2bfelici

Simulare un orgasmo durante il sesso è un’esperienza nota a molte donne.

Dopo i cambiamenti nell’accettazione sociale della sessualità femminile avvenuti negli ultimi decenni, il falso orgasmo è ancora frequente?

Secondo gli psicologi della Western University Claire Salisbury e William Fischer, la risposta sembrerebbe essere “sì”. I ricercatori riferiscono che il 70% delle donne non prova l’orgasmo durante un rapporto sessuale, contro il 90% degli uomini che invece lo raggiunge praticamene ogni volta che fa sesso. Per le giovani donne la percentuale di insoddisfazione è ancora maggiore. Pare che ci voglia tempo tra partner per trovare la formula magica grazie alla quale si riesce a stimolare una donna fino a condurla all’orgasmo durante un rapporto sessuale.

La situazione presenta un dilemma per la maggior parte delle donne, specialmente ancora una volta per quelle più giovani. La concezione romantica di un rapporto eterosessuale enfatizza grandemente l’importanza del raggiungimento dell’orgasmo sia da parte maschile, sia da parte femminile non solo durante lo stesso rapporto, ma addirittura nello stesso momento. Sicuramente prima una donna riesce a finire, prima si elimina ogni eventuale rischio di insoddisfazione. Spesso il cinema e la tv ci propongono scene di sesso dove l’orgasmo simultaneo sembra essere la regola anche senza preliminari e a volte addirittura senza nemmeno togliersi tutti i vestiti.

Di fronte a questi esempi di rapidità, prontezza e soddisfazione, una donna che non sperimenti l’orgasmo altrettanto rapidamente, se non addirittura per nulla, potrebbe avere l’impressione che non ci sia altra scelta se non quella di fingere.

Ecco quindi che gli studiosi della Western University hanno deciso di testare questa realtà. Hanno costituto dei piccoli gruppi di studentesse e studenti divisi per genere e hanno chiesto di esporre il loro pensiero e le loro esperienze rispetto alla mancanza di orgasmo femminile.

Ogni gruppo era composto da un massimo di cinque persone, quindi ogni membro aveva la possibilità di esprimersi.

Questo metodo di ricerca si chiama “focus group” e produce molto materiale qualititativo non immediatamente adatto ad un’analisi statistica come le interviste strutturate o i questionari. Il lavoro dei due psicologi Salisbury e Fischer è stato prendere le registrazioni verbali degli incontri e tradurle in tematiche classificabili.

Sono emerse 6 tematiche predominanti tra le risposte date dalle donne. Eccole di seguito con la rispettive spiegazioni.

1. Sta alle donne prepararsi psicologicamente all’orgasmo. Secondo i membri dei focus group, gli uomini sono responsabili della stimolazione fisica, ma le donne devono “mettersi nell’ottica” di raggiungere l’orgasmo. Se sia meglio avere la responsabilità della parte fisica o di quella psicologica è una faccenda molto dibattuta. In ogni caso, siccome è loro responsabilità essere nella giusta disposizione mentale (attenzione, concentrazione, ricettività alle azioni dell’uomo) se le donne non raggiungono l’orgasmo, si potrebbe dire che dipende dalla mancanza di coinvolgimento emotivo. Non si lasciano travolgere dalle arti amatorie del partner.

2. L’orgasmo non è necessario per una donna che voglia sentirsi soddisfatta sessualmente durante un rapporto. I partecipanti pensano che per definire “di successo” un incontro sessuale tra uomo e donna solo l’uomo necessita di arrivare all’orgasmo. Una donna non ha questa impellenza. Se accade tanto meglio, ma non è determinante. Secondo alcuni partecipanti  “l’orgasmo è come la ciliegina sulla torta”.

3. Le donne devono incoraggiare l’ego maschile durante il sesso. Paradossalmente anche se l’orgasmo sarebbe ovviamente un piacere per la donna, i partecipanti ritengono che sia l’uomo a trarre maggiore beneficio dalla soddisfazione sessuale femminile. Se una donna non raggiunge l’orgasmo, questa è l’opinione diffusa, l’ego del suo partner ne risulta ferito. Le donne allora, invece di concentrarsi sul proprio piacere, si preoccupano di essere in grado di soddisfare il loro partner mostrando una risposta di eccitazione “adeguata”. Come affermato da una partecipante “A volte devi fingere l’orgasmo se no rischi di offendere l’altro” .

4. Le donne ritengono di essere giudicate dall’uomo, ma raramente comunicano questa preoccupazione. Sotto pressione a causa della responsabilità psicologica del loro orgasmo, con l’idea che tanto per loro l’orgasmo non sia necessario e ritenendo di dover fingere per compiacere il proprio compagno, è naturale per le donne convincersi che il loro partner le giudichi su quanto contribuiscano correttamente ad un risultato sessuale positivo. Troppo imbarazzate o troppo insicure, le donne evitano di far capire al loro partner che è stato incapace di farle godere. Interessante notare che dal focus group degli uomini emerge quanto sarebbe importante comunicare reciprocamente sulle esperienze sessuali vissute dalla coppia, ma solo se si  tratta di una coppia stabile. Per i rapporti occasionali non c’è lo stesso interesse. Le donne potrebbero essere sorprese di scoprire che l’uomo di cui si interessano, si interessa a sua volta del loro piacere sessuale.

5. Le donne attribuiscono maggior valore al piacere maschile che al proprio. Siccome non vogliono urtare l’ego del proprio partner, le donne sono inibite nel ricercare pratiche sessuali diverse dall’atto sessuale completo sulla base del loro piacere e del desiderio di raggiungere l’orgasmo. Questo potrebbe anche dipendere dall’età e dalla relativa inesperienza, ma almeno secondo le donne in età universitaria di questo gruppo, la richiesta di far seguire al rapporto sessuale una stimolazione manuale sembra avere il potere di essere “devastante per l’autostima di un uomo”.   

6. Se l’incontro sessuale è occasionale, è più accettabile simulare un orgasmo. Le donne, come gli uomini, danno alla comunicazione sul sesso un valore solo se la relazione è stabile. Ritengono che fingere l’orgasmo non sia accettabile solo in un rapporto consolidato. In ogni caso le donne riferiscono di avere problemi a comunicare le loro difficoltà sessuali anche con un partner più intimo.

Salisbury e Fisher ritengono che le donne fingano l’orgasmo sulla base della credenza, condivisa dal sesso maschile, che sia compito degli uomini essere amanti esperti e gestire al meglio i rapporti sessuali. Le donne conseguentemente si preoccupano maggiormente di far sentire i loro uomini adeguati piuttosto che della propria insoddisfazione sessuale.

Ironicamente, se gli uomini si rendono conto che per le donne l’orgasmo è solo la ciliegina sulla torta e non la torta in sé, si sentiranno sollevati dalla responsabilità di soddisfare le loro partner e quindi non si impegneranno nemmeno.

Entrambi i partner al contrario, potrebbero concentrarsi di più su se stessi e sul momento che stanno vivendo durante il contatto sessuale invece di caricarsi di aspettative e paure sul potenziale significato del rapporto sessuale.

Il secondo motivo di ironia nelle interazioni sessuali maschi – femmine è la credenza delle donne che il partner non desideri stimolarle fino a produrre l’orgasmo. Gli uomini nel campione della ricerca condotta dalla dottoressa Salisbury e dal dottor Fischer hanno affermato di sentirsi “eccitati” quando anche le loro partner lo erano, non importa in che modo le compagne arrivassero al culmine del piacere.

In breve: una donna finge l’orgasmo per salvaguardare i sentimenti del suo partner e molto probabilmente anche la relazione.  Lo studio suggerisce al contrario che il modo migliore per preservare i sentimenti di entrambi i membri della coppia e anche la relazione sia proprio non fingere, ma stabilire una comunicazione onesta e aperta. Considerando quanti significati aggiuntivi ha per noi la sessualità, questa comunicazione potrebbe essere difficile, ma sul lungo periodo produce una duratura soddisfazione emotiva e sessuale.

 

Copyright Susan Krauss Whitbourne 2015

Riferimenti:

Salisbury, C. A., & Fisher, W. A. (2014). “Did You Come?” A Qualitative Exploration of Gender Differences in Beliefs, Experiences, and Concerns Regarding Female Orgasm Occurrence during Heterosexual Sexual Interactions. Journal of Sex Research, 51(6), 616-631. doi:10.1080/00224499.2013.838934

fonte: http://www.iwatson.com/come-mai-le-donne-fingono-lorgasmo/

Come funziona una psicoterapia?

come_lavoroCome funziona una psicoterapia?
Il modello cognitivo costruttivista

Spesso mi viene chiesto che cos’è e come funziona una psicoterapia. Dal momento che esistono svariati modelli, ognuno estremamente diverso dall’altro, risponderò a questa domanda riferendomi esclusivamente al modello da me utilizzato, quello cognitivo costruttivista.

La terapia cognitivo costruttivista non mira esclusivamente ad eliminare il sintomo portato dal paziente, ma si propone di promuovere un cambiamento complessivo nella persona, aiutandola a trovare un nuovo stato di equilibrio.

Il sintomo non viene considerato come il “bersaglio” diretto del lavoro terapeutico poichè, occuparsi esclusivamente dell’eliminazione dei sintomi (senza comprendere perchè esistano, che funzione abbiano, ecc.), non garantisce che questi non si ripresentino in futuro, o che non si spostino su una nuova forma di sintomatologia. Per fare un esempio: limitarsi ad eliminare la dipendenza da alcool, non garantisce che in futuro il soggetto non ricada nella dipendenza, o che non sposti la propria dipendenza su altre sostanze.

Eliminare un sintomo senza comprendere la cornice all’interno della quale si è sviluppato, senza dargli un significato, senza comprenderne la funzione, equivale a togliere la frutta marcia da un’albero senza prendersi cura della pianta.

La sintomatologia, nonostante comporti dolore e sofferenza per il paziente, in ottica cognitivo costruttivista viene vista come il modo migliore che una persona è riuscita a trovare per mantenere il proprio equilibrio interiore, per muoversi nel mondo, e per controllare gli eventi che si possono presentare.

In quest’ottica il disturbo portato dal paziente non è visto come una malattia, ma solo come il modo “migliore” che l’individuo ha trovato per sopravvivere nel mondo, una sorta di strategia di sopravvivenza che per qualche motivo non funziona più. Non esiste dunque il giusto e lo sbagliato, il vero o il falso, e di conseguenza il terapeuta non può imporsi al paziente fornendogli a priori una visione alternativa del mondo migliore della sua.

Questo concetto è descritto molto bene dalla metafora proposta da Kelly (1955) dell’uomo come scienziato. In questa metafora la terapia è vista come una ricerca scientifica a cui collaborano paziente e terapeuta. Nonostante l’obiettivo sia lo stesso (il cambiamento e il benessere del paziente), i due ricoprono due ruoli ben distinti:

  • il paziente è l’esperto rispetto alla ricerca che stanno eseguendo (poichè è l’unico a conoscere la propria storia di vita, le proprie esperienze, ciò che ha dentro);
  • il terapeuta è l’esperto rispetto al metodo utilizzato (il suo compito è pertanto quello di suggerire gli strumenti, le procedure e i tempi per portare avanti l’intero processo).

L’obiettivo del terapeuta diventa quindi, in primo luogo, quello di comprendere il paziente nella sua interezza (passato e presente, come le esperienze del passato influenzano il modo in cui il soggetto vive e da significato al presente). A questo fine la terapia viene condotta utilizzando:

  • tecniche conversazionali (strutturando la conversazione in base agli obiettivi momentanei della seduta in corso);
  • procedure esperienziali (tecniche di rilassamento, sogni guidati);
  • tecniche immaginative (volte a favorire una presa di contatto del paziente con la propria esperienza corporea e con le proprie emozioni).

Infine una particolare importanza è ricoperta dalla relazione terapeutica, considerata come il principale strumento di cambiamento.

Il terapeuta infatti, in quanto persona alla quale il paziente si rivolge in un momento di particolare difficoltà della sua vita, può rappresentare un’importante figura di attaccamento rispetto alla quale il paziente tenderà a riproporre e rivivere lo stile e le dinamiche delle relazioni con le sue figure di attaccamento (genitori, nonni, persone importanti che hanno segnato la vita del paziente).

Il setting terapeutico può divenire così, per il paziente, il “luogo” nel quale è possibile rivivere e fare nuove esperienze relazionali che permettano di rivedere e ricontestualizzare elementi del proprio passato, integrandoli nella propria immagine di sé nel presente e in un possibile futuro.

A questo punto vorrei aggiungere: perchè iniziare una terapia?

Richiedere aiuto ad uno psicoterapeuta, può servire a risolvere un periodo di crisi e sofferenza di cui la persona non riesce a liberarsi.

A volte può essere difficile chiedere aiuto: si può arrivare a pensare di dover risolvere da soli i propri problemi, che chiedere l’intervento di altri rappresenti una forma di debolezza, che prima o poi il dolore passerà e le cose torneranno a posto da sole.

Ma cosa succede se la tristezza, il dolore, la sofferenza, non passano?

Cosa succede se gli eventi continuano ad accavallarsi, a prendere il sopravvento, portandoci in una spirale negativa da cui sembra impossibile uscire?

Cosa succede se alcune dinamiche si fanno ricorrenti, e ci si ritrova ogni volta all’interno delle stesse problematiche che ci spingono ad abbandonare ogni certezza, ogni sicurezza, vittime di un dolore da cui sembra non esserci via d’uscita?

Cominciare un percorso psicoterapeutico può aiutare, a comprendere, ad accettare, a risolvere, a superare dinamiche che un individuo da solo non è in grado di gestire.

A volte è sufficiente essere accompagnati a guardare il mondo da un altro punto di vista, illuminandolo con una luce nuova, in modo da scoprire nuovi confini e nuovi colori in quelle zone che, per troppo tempo, abbiamo deciso di lasciare al buio.

Richiedere una psicoterapia può servire a questo: ad illuminare il mondo che ci circonda, di nuovi colori.

fonte: http://www.glipsicologi.info/wordpress/come-funziona-una-psicoterapia.html

 

Sindrome del burnout e attacchi di panico

28de1-ansiapanico

Il prerequisito fondamentale per l’efficacia professionale è l’equilibrio dell’operatore. Nel burnout tale condizione viene meno con conseguenze sul benessere psicofisico della persona e sulla qualità del suo lavoro.

Con il termine burnout (in inglese: bruciato, fuso) si indica una condizione di stress lavorativo protratto e intenso che determina un logorio psicofisico ed emotivo, cui seguono demotivazione, svuotamento interiore, disinteresse e senso di inefficacia per l’attività lavorativa (con riduzione della produttività). Questa sindrome è stato descritta per la prima volta nel 1974 dallo psicoanalista statunitense Herbert J. Freudenberger che, in un articolo sulla rivista Journal of Social Issues, ne formulò le caratteristiche fondamentali riscontrandolo negli operatori di una struttura psichiatrica. Successivamente il problema è stato approfondito da Christina Maslach che ha messo a punto una procedura valutativa basata su un questionario autosomministrato.

L’individuo stressato – in burn-out – rende di meno, incorre più facilmente in errori professionali, è più vulnerabile allo sviluppo di patologie somatiche – tradizionalmente correlate allo stress – come le malattie cardiovascolari, o psichiatriche, quali l’ansia, attacchi di panico e la depressione, è più esposto al rischio di infortunio lavorativo, può assumere stili di vita disfunzionali (fumo di sigarette, gambling, abuso di alcolici, irritabilità) che rendono problematica la vita di chi ne soffre, ostacolandone non solo il rendimento lavorativo, ma anche le capacità affettive e relazionali. Particolarmente diffusa nelle professioni sanitarie ed educative (infermieri, medici, insegnanti), presenta numeri preoccupanti nel nostro Paese. Una ricerca condotta dal Comune di Milano per i casi di inabilità al lavoro, nel periodo 1992/2001, ha mostrato che, su oltre 3000 persone, le più colpite sono le insegnanti, con una frequenza doppia di patologia psichiatrica rispetto ad altre categorie (Lodolo D’Oria, e coll., 2002).

I tipici sintomi del burnout interessano diversi livelli, da quello cognitivo a quello fisiologico.

Sintomi cognitivo/emotivi

Scoraggiamento, difficoltà di concentrazione, incubi notturni, irritabilità, sensi di colpa e fallimento (sia nella sfera professionale che privata), distacco emotivo (indifferenza verso gli utenti), cinismo, trascuratezza degli affetti e delle relazioni, iperinvestimento sul lavoro, che diventa il centro della propria vita, anche a dispetto dell’esaurimento delle energie. Esempi di distacco psicoemotivo in ambito scolastico riguardano l’adozione di forme d’insegnamento esclusivamente tradizionali, l’applicazione non flessibile della programmazione, l’attribuzione del fallimento scolastico dell’alunno al suo scarso impegno, a modeste capacità intellettive o alla famiglia e al ceto sociale di appartenenza, e l’abbandono di strategie didattiche quali il recupero individualizzato.

Sintomi comportamentali

Assenteismo, mancanza di iniziativa, aggressività verso gli utenti, aumento dei comportamenti di dipendenza (caffè, fumo o farmaci, con il serio pericolo di sviluppare malattie psichiatriche, come depressioni gravi).

Sintomi fisici

Disturbi intestinali (gastrite, stitichezza), senso di debolezza, emicrania, allergie e asma, insonnia, inappetenza. Chi soffre di burnout vuole dimostrare le proprie capacità a tutti i costi, ma nutre profonda sfiducia in se stesso, e spesso non si rende conto che il logoramento di cui è vittima gli imporrebbe di riposarsi e pensare al proprio benessere. La maggior parte degli studi clinici e epidemiologici sul burn-out lavorativo sono stati rivolti agli operatori che svolgono compiti terapeutici (medici, infermieri, psicologi, psicoterapeuti) e in misura minore, allo studio di quelle che, pur non appartenendo all’area sanitaria, vengono riconosciute ugualmente come «helping professions» (assistenti sociali, tecnici di riabilitazione, educatori professionali, sacerdoti, poliziotti, insegnanti).

Per quanto riguarda gli insegnanti (a tutti i livelli d’insegnamento, a partire dall’insegnante di scuola dell’infanzia fino al professore universitario), non è da sottovalutare il fatto che questa professione espone in prima persona nella relazione con l’allievo, comportando impegno sul piano emotivo e un notevole carico in termini di stress e di aspettative. Alcuni studi sulle patologie professionali degli insegnanti (tra cui lo studio Getsemani, sviluppato a partire dall’analisi degli accertamenti sanitari per l’inabilità al lavoro) dimostrano ad esempio che le patologie psichiatriche (per la maggior parte riferibili alla sfera ansioso-depressiva) sono più frequenti rispetto alle patologie fonatorie nel determinare l’inidoneità permanente all’attività docente. Sin dalla prima metà degli anni ’80 la sindrome del burn-out negli insegnanti è stata oggetto di attenzione da parte di molti studiosi internazionali ed è stata riconosciuta come risultante di alcuni elementi principali: affaticamento fisico ed emotivo; atteggiamento distaccato e apatico nei confronti di studenti, colleghi e nei rapporti interpersonali; perdita della capacità di controllo (Folgheraiter, 1994), ovvero smarrimento di quel senso critico che permette di attribuire all’esperienza lavorativa la giusta dimensione; sentimento di frustrazione dovuto alla mancata realizzazione delle proprie aspettative.

Proprio su quest’ultimo elemento si è soffermato Franco Baldoni, attualmente docente di Metodologia Clinica presso il corso di laurea magistrale in Psicologia Clinica dell’Università di Bologna. Per tali motivi, in ragione della portata e della multidimensionalità del problema che interessa gli ambiti sanitario, sociale, culturale, economico e istituzionale, occorrerà formulare e realizzare adeguati programmi di prevenzione dello stress lavorativo con l’obiettivo di rendere la persona più consapevole delle risorse di cui dispone per migliorare la sua capacità di far fronte alle complesse sfide dela vita.

La terapia cognitivo-comportamentale per il burnout

Nell’ ottica cognitivo-comportamentale, si lavora su una gestione dell’ ansia e della tensione parallelamente a tecniche di ristrutturazione cognitiva. Infatti spesso occorre sostituire pensieri depressivi del tipo “l’alunno non apprende, sono un incompetente” con pensieri più razionali e positivi sul tono dell’umore come “farò del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. I primi infatti determinano risposte emotive e comportamentali di aggressività, che si alternano a disperazione e inutilità, “non riesco a raggiungere i miei obiettivi, devo impegnarmi di più”. L’obiettivo del trattamento è cambiare questo modo di pensare per ridurre l’intensità delle emozioni negative (e della conseguente tensione corporea) e creare un clima sereno e produttivo all’interno dell’ambiente lavorativo. Inoltre vanno insegnate strategie di gestione della classe e di assertività. abilità che serve a contrastare sia la tendenza alla passività “non sono in grado di aiutare nessuno” sia cinismo e aggressività, apprendendo a rispondere a richieste eccessive con chiarezza, calma e salvaguardando il rapporto di fiducia con l’utenza e l’immagine lavorativa.

Una pratica ampiamente usata per contrastare gli effetti di pensieri ed emozioni frustranti è la Mindfulness, tecnica meditativa che si fonda sulla presa di coscienza (consapevolezza) delle sensazioni presenti che vengono accettate, senza giudizio, senza valutazioni, nel loro “naturale fluire” (Harris, 2009). Si impara a vivere nel presente, senza colpevolizzarsi per il passato né temendo il futuro, con benefici su molti disturbi emotivi e fisici, tipici del burnout (disturbi del sonno, cefalee, dolori muscolari, ansie, depressioni, paura del fallimento) (Gilbert, 2005). Non meno importante è la collaborazione con i colleghi, fondamentale per sfogare le proprie frustrazioni e preoccupazioni e diminuire il peso delle responsabilità. A questo fine il supporto dato da gruppi di sostegno con altre persone che vivono la stessa condizione di logoramento, e la vicinanza dei familiari, evitano il sovraccarico di ansie e tiene lontani da comportamenti dannosi per sé e gli altri. Necessario anche riprendere contatto con i propri bisogni (coltivando hobby e interessi o riprendendo i contatti sociali che si erano persi concentrandosi troppo sul lavoro), servirà a non logorare le energie indispensabili per curare le persone che chiedono a loro volta aiuto.

Ad oggi sul burnout è possibile intervenire con ottimi risultati, ma è necessario rendersi conto che continuare a negare le proprie necessità primarie (riposo, svago, tranquillità) porta solo all’autodistruzione e che si ha urgente bisogno di aiuto per cambiare stile di vita e far riemergere il rispetto per sé, l’ottimismo, la gioia di vivere. Uscire dal burnout è possibile, quindi, attraverso il controllo sulle proprie priorità di vita, sulle proprie emozioni e l’impegno per la riorganizzazione di un ambiente di lavoro in cui siano chiari ruoli, compiti da svolgere, aspettative realistiche di miglioramento delle difficoltà degli utenti, così da non superare i limiti personali ed esaurire le proprie energie interiori.

fonte: http://www.iwatson.com/sindrome-del-burnout-e-attacchi-di-panico/

COME GESTIRE EVENTI CHE TRAVOLGONO LE NOSTRE VITE COME VALANGHE

testa_rossa

Una valanga, un incidente, un lutto..la vita ci mette di fronte ad eventi improvvisi, anche traumatici. Le cronache di questi giorni ci ricordano come non abbiamo il controllo su nulla. Crediamo di pianificare come trascorrere le giornate, la nostra quotidianità e, più in generale, la nostra vita, ma in realtà gli eventi ci ricordano che la nostra capacità di controllo è più che altro illusoria.

La valanga occorsa venerdì scorso in Abruzzo con diversi morti, al di là del dispiacere per le persone direttamente coinvolte, ci rimanda ad un interrogativo pesante come un macigno: come faranno i sopravvissuti ed i familiari delle persone decedute a gestire i momenti successivi all’ accaduto? Come potrà questo ricordo non influenzare le loro vite al punto di travolgerle immancabilmente?
Secondo Fabio Sbattella, responsabile dell’ unità di ricerca in psicologia dell’ emergenza e dell’ intervento umanitario all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, operativo sul campo in Molise (2002), l’ Aquila (2009) e Haiti (2010), bisognerà aspettar almeno un mese per capire se l’ esperienza della valanga influenzerà a tal punto le persone da trasformarsi in un Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD).

“I percorsi di sostegno suggeriscono di confrontarsi con un professionista in psicotraumatologia entro quattro settimane dall’ evento”, afferma. “L’ incontro deve avviare un distacco progressivo dall’ esperienza traumatizzante. Una volta superata l’ emergenza fisica, è fondamentale curarsi della sfera psicologica”.

Il Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) è quella condizione in cui si ha un’ esposizione a morte reale o minaccia di morte, grave lesione, oppure violenza sessuale (Criterio A del DSM-V) per cui la persona fa esperienza diretta o assiste ad un evento accaduto ad altri. Inoltre sperimenta uno (o più) sintomi intrusivi associativi (Criterio B) che hanno inizio successivamente all’ evento traumatico in modo ricorrente, sotto forma di sogni, reazioni dissociative (in cui il soggetto sente o agisce come se l’ evento si stesse ripresentando) e intensa e prolungata sofferenza psicologica. Inoltre compare l’ evitamento di stimoli associati all’ evento (Criterio C) ed alterazioni significative di pensieri ed emozioni (Criterio D). Per ultimo si presentano alterazioni dell’ arousal e della reattività (Criterio E) con: comportamento spericolato ed autodistruttivo, ipervigilanza, attacchi di panico e difficoltà relative al sonno. Perché si parli di PTSD le alterazioni si devono presentare per un tempo superiore ad un mese, provocando una grave compromissione del funzionamento sociale e lavorativo del soggetto.

Le persone riferiscono un senso di continua angoscia e panico, uniti a flashback che riportano alla mente i momenti più delicati. I piccoli sono più fragili: hanno l’ immaginazione che li protegge, ma uno scarso bagaglio di abilità per gestire le emozioni ed i pensieri. Nell’ adulto la ferita appare ancora più profonda perché la consapevolezza della perdita può essere lacerante ed il senso d’ irrealtà iniziale (“non è possibile, è solo un incubo”) lascia velocemente il posto alla verità sull’ accaduto.

Per questo è necessario intervenire precocemente sul trauma ed è importante sapere che esistono trattamenti efficaci in grado di permettere di superare questo disagio e andare avanti con la vita.
La Terapia Cognitivo Comportamentale focalizzata sul trauma è un trattamento efficace e convalidato da numerose ricerche scientifiche (fonte American Psychological Association). Essa consiste nell’esposizione graduale a pensieri, emozioni e situazioni che ricordano il trauma. Nel corso della terapia, inoltre, s’identificano i pensieri associati all’evento traumatico che sono fonte di disagio – in particolare i pensieri che sono distorti ed irrazionali – e si apprende a sostituirli con una visione più equilibrata e realistica del mondo e della realtà.

Alcuni dei trattamenti proposti per guarire da questo disturbo non hanno ottenuto una validazione scientifica. Al contrario, le uniche due tecniche che hanno dato prova di efficacia ( l’ Esposizione Prolungata, la Terapia del processamento cognitivo) fanno parte della Terapia Cognitivo Comportamentale. Anche le ricerche sulla validità dell’ EMDR, secondo la fonte dell’ American Psychological Association, Division 12, appaiono confermare l’efficacia del metodo.

Vi invitiamo a consultare il sito dell’ APA (American Psychological Association), per visionare le terapie più efficaci.

fonte:http://www.iwatson.com/non-lasciarsi-travolgere-dagli-eventi/testa_rossa